Evitare gli ostacoli

Camminare vuole essere uno spazio aperto capace di descrivere, accogliendo i più diversi materiali, le emozioni, il paesaggio, l’atto fisico, gli incontri connessi con il vagabondare e l’andare a zonzo. Inviate i vostri pezzi a camminare@doppiozero.com (massimo 3000 battute)

 

Cammino e faccio il gioco di non fermarmi mai. È il gioco che fanno tutti: le biciclette che vanno sui marciapiedi, i motorini che bruciano i rossi, le automobili che scelgono il percorso con il minore numero di semafori. Solo che io gioco camminando e, a parte le formiche, metto a rischio solo me stesso.
      È anche per questo che mi alzo molto presto la mattina: così la strada fra la casa e l'ufficio è sgombra quanto lo può essere. Il lunedì e il giovedì gli autocompattatori e gli altri autocabinati forniti di apparati voltabidoni svegliano i miei vicini rionali meno mattinieri di me con lo scroscio fragoroso dei vetri. Io sono giù per la strada, cammino e oltre al rombo dei motori non sopporto neppure l'odore dei rifiuti cosiddetti umidi (essendo facilmente irritabile, mi dà anche fastidio la loro leziosa decorazione, tutta sui toni del verde, con foto di alberi e frasetta tipica da catechismo civile, del genere: «Assieme. Per un ambiente migliore»). Abito in zona da diversi anni e oramai so su quale marciapiede passare per stare alla larga.
      Visto dall'alto il mio tragitto parrebbe irrazionale. Devo andare verso ovest,  ma passo sul marciapiede est: perché ? Che domanda! Perché io non sto andando in studio: sto giocando ad andare in studio senza fermarmi mai e sul marciapiede est all'incrocio incontrerò un passaggio pedonale.
      Per attraversare il parco non faccio sempre la strada più diretta, primo perché non ho fretta (voglio mantenere il ritmo, non voglio arrivare prima), secondo perché i cani mi danno noia, specie se sono al guinzaglio, soprattutto se il guinzaglio è estensibile e cane e padrone (padrona, il più delle volte) divergono, così il guinzaglio finisce per sbarrare tutto il vialetto. A quell'ora desidero non ricordarmi quanto io sia irritabile e quanto poco ci metta a sbuffare: quando me lo ricordo incomincia la giornata ordinaria che invece, mentre cammino, è ancora sospesa in una nube di potenzialità.
      Camminare è la mia agenda (latino), il mio contenitore di «cose da fare» (italiano) e che non posso fare: o perché è troppo presto per telefonare sia pure a un amico o perché sto appunto camminando e non posso scrivere, né voglio fermarmi a prendere un appunto. Pezzi di conferenza, attacchi di articoli, idee per un libro o per un pranzo, progetti di trasloco o di vacanza, anagrammi.
      Dopo il parco c'è un complesso zigzag di incroci, ci avrò messo alcuni mesi di tentativi per ottimizzarlo. Poi altri duecento metri, e l'edicola; altri cento metri, e lo studio. Della libreria e dei titoli dei libri in vetrina, del perché la mia edicola è eccentrica rispetto alla passeggiata (e perché non la cambio), dell'abitudine di cercare la chiave in tasca già cinquanta metri prima del portone dell'ufficio, della singolare pertinacia con cui, pur avendoci pensato, finisco sempre per trovarmi in mano la chiave sbagliata, parlerò un'altra volta.
      Arrivo, e le cose che nel tragitto ho pensato di dire, scrivere, fare non le ho più in mente. Qualcuna di loro affiorerà, anche a distanza di giorni, e quasi sempre mi parrà un'ottima idea, venuta a qualcun altro.

 

Jacques Tati, in New York City (Bob Willoughby, 1957)

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22 Luglio 2011