Il buon senso

Per terra e per mare

Noi, esseri umani, da piegati a sapienti ed eretti, certamente; abbiamo vita migliore, certamente, e, come noi, o esseri umani, anche ogni oggetto, qualsiasi cosa toccata o immaginata ha vita migliore, vi è chiaro, lo so. E’ incredibile ci si sia spinti ad innalzare palazzi di sei sette otto piani o grattacieli. La verticalità ha fatto pressione su di noi, il senso del divino ci ha tramutati in formiche, abbiamo lasciato l’orizzonte a sparuti gruppuscoli di fortunati, i quali ringraziano, e, per loro fortuna - come diceria vuole - rimangono uniti, fra esistenza e leggenda.

Con l’andatura di chi sta andando a fare la spesa, così rifletto confuso, camminando per Modica in un tardo pomeriggio d’afa. Con me sono d’accordo, di sicuro, un ometto esile dall’orribile camicia a strisce verticali fitte gialle rosse e blu su bianco e il sosia di Lou Ferrigno, l’altrimenti detto Hulk, trattenuto dalla moglie.

Ciondolando, un acufene mi visita, sarà che la gente mi guarda mentre di soppiatto cerco di appuntare…

Procedo, imbattendomi in una boutique grandi firme, ma nulla mi interessa; noto la sensualità di una commessa, preda di un turpe settantenne. Fossi in lei, mi ritirerei nel suo privée. Al fondo, scrittura e camminata non si sposano, pensavo. Meglio farsi riconoscere, darsi una certa aria piuttosto che sfrecciare nel caotico mondo della seduzione. Il nascondimento, la maschera crea più imbarazzo nel portatore che nell’uomo morto, intendo lo zombie.

Fotografo le altissime antenne, di ritorno verso la macchina, me le ritrovo in testa. E ai piedi volgo lo sguardo, ai tacchi a spillo  di una donna di bassa statura, che rompe l’asfalto, si insinua, invade, insiste, per tutto quello che le manca.

Io ritornavo, la donna chissà dove andava, ma del ritorno non si parla.

L’intimità, la segretezza è così squassata, per quanto mi aggiri circospetto in un luogo meno affollato, quando e dove noi umani sgomberiamo.

*

Sono le 9.00, il sole è alle spalle, mi conosce e mi cuoce. Il mare assorbe - come la luna e il cielo buio - il pensiero, gli arti si automatizzano. Io non esisto. Per lungo tratto non vedo dove sia, ci vuole l’ambulante - che accoglie il vecchio amico in pantaloncini esclamando: “Don Memmu, na mentri buonu ‘u scippastru ‘u cuorpu ‘o cutieddu!” (il riferimento è al ginocchio operato di don Guglielmo) – acché ritorni fra gli alieni… Ma la parentesi è breve.

Riprendo lungo scogli marroncini, incrostati, color cacarella. Zona Playa Grande (marina sciclitana), fino a due tre anni fa si scaricava a mare. Prova ne siano i due tubi adesso malmessi e spezzati, un tempo traghettatori inesausti. E’ arrivato il depuratore. Sia lodato ora e sempre! Scogli bassissimi senza fascino alcuno, buoni solo per pescatori o incontinenti dell’ultima ora.
Litorale sabbioso, approdi poco sicuri; tuttalpiù si sente a naso l’anima di navi naufragate nella remota antichità. E mi pare d’essere in un posto sconosciuto, per un attimo: la vertigine dell’imbalsamato.

Playa Grande (frazione di Scicli)

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