raccontarci le parole più espressive dei nostri dialetti

 

La Flor de la Canela

La pigrizia ha sempre dominato la mia vita. Da bambina detestavo camminare, a volte persino uscire, una resistenza tenace ad abbandonare la tana, i giochi, i libri. Nelle gite ero quella che voleva fermarsi a riposare, che aveva fame, che aveva sete, che le facevano male i piedi, Ay Maria Dolores..., sfotteva mia mamma che era una sveltona animata da un nervo sotterraneo che emergeva in ogni gesto. Aveva un passo rapido, deciso, "airoso", "... jazmines en el pelo y rosas en la cara, airosa caminabaaa la flor de la canelaaa...", faceva il ritornello d'un valzerino peruviano che andava per la maggiore in casa, lo ballava ridendo e muovendo i fianchi e mio padre le dava corda sicché lei si credeva la Flor de la Canela stessa e anche noi lo credevamo, bella era bella, profumata pure e camminava così ariosa che starle dietro era uno strazio, Amàaa... Anda despacio por favooor..., lei si voltava sbuffando, l'avrei uccisa. Dell'infanzia ricordo una sola passeggiata da me voluta e goduta.

 

Playa de Ondarreta. I 4 dell'Avemaria

 

Seguendo le istruzioni d'una rivista, mia madre ci aveva fatto dei costumi da bagno all'uncinetto, ridicoli mutandoni per i miei fratelli, ma il mio era stupendo, non stavo nella pelle: bordeaux, s'allacciava ai fianchi con due fiocchetti. Fu come una magia, lo indossai e diventai d'improvviso più bella, più forte, più coraggiosa, tipo i supereroi. A metà mattina però l'euforia andava scemando, sentivo roder dentro una fretta d'azione, d'avventura, Amàaa... Posso prendere le patatine?, Mmmmm..., stesa al sole non aprì neanche gli occhi, avevo già il suo portafoglio in mano e prelevato 5 pesetas e prima che cambiasse idea, via di corsa a "Las cesteras", le donnine con ceste traboccanti di leccornie che trovavi all'uscita della spiaggia. Non bastò conquistare il pacchettino unto dopo la fila, pensai che non volevo affatto tornare alla base, era un brivido, un'ansia di libertà, un senso d'onnipotenza, cominciai a camminare in direzione opposta.

 

San Sebastian / Donosti

 

Sento ancora il selciato bollente sotto i piedi, il sole sulla pelle e il vento, andavo a passo spedito sgranocchiando patatine e sculettando come avevo visto fare a mia madre, como la Flor de la Canela. Testa alta, petto in fuori e pancia in dentro senza controllare se qualcuno mi stesse ammirando, non avevo dubbi. Mi spinsi fino al Pico del Loro, il promontorio che divide le due spiagge della "Bahia de La Concha" ma non osai attraversare il tunnel e proseguire, il pensiero di mia mamma arrivò in una fitta. Non m'ero mai allontanata così tanto da lei, avevo sei anni. Ripercorsi quei 600 m di lungomare come una scheggia, lo sguardo fisso alla meta, con gran sollievo la ritrovai stesa al sole dove l'avevo lasciata. Nulla intorno era cambiato, strano, io sì.

 

Nella prima fuga da casa sei anni più tardi, scoprii l'efficacia del camminare come antidoto alla disperazione. Camminare per non pensare, per stancarsi, per diluire il dolore, sfidare la sorte. Ho camminato sulla sabbia e sugli scogli, nella neve e nella polvere, tra vigne e palazzi diroccati, lungo il ciglio di una strada, sperimentando sempre quell'antico senso d'onnipotenza. Non sfoggiavo un costume da supereroe nè cercavo l'avventura, tutto il contrario. Ma ero forte, perché non m'importava niente di niente, ero forte del mio camminare. Le ho tutte impresse nella memoria quelle camminate di sopravvivenza, le poche credo, che abbia fatto seguendo un impulso personale.

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Paseo de La Concha