La frase più bella della lingua italiana

La luce è stroboscopica, l’aria opprimente tranne vicino ai banconi dei surgelati. Lì il freddo mi assale e rimpiango di non essermi portata un maglioncino. Non ce l’ho neanche per mio figlio piccolo, incastrato nel seggiolino del carrello, che si lamenta: “mmmm…mamma, freddo, ‘diamo bia”. Aspetta, cucciolo, la mamma deve scegliere fra le pizze surgelate, quella coi wurstel, che è la tua preferita, e i fagiolini già curati, e anche… ma certo, le patatine da forno, che piacciono a tutti e non fanno ingrassare. Se poi ti becchi un raffreddore, figlio mio, la mamma ti porta dalla pediatra, giusto 200 metri da casa nostra. Che sarà mai, una passeggiatina, ti ci porto anche in braccio se hai la febbre.


Mia figlia dodicenne mi tira per il braccio: “mamma, mi hai promesso che andavamo a vedere il negozio di vestiti, ti prego, ho la festa di Matteo sabato”. Ma certo che andiamo a vedere il negozio di vestiti, bimba-ragazza che cresci sfuggendo al mio abbraccio. Prima, però, ti prego, fammi completare la spesa, dobbiamo prendere le verdure fresche e una buona bottiglia di vino per papà… e pure per me, anche se tu non vuoi che io beva. “Quando bevi un bicchiere di vino ridi come una scema, se cammini barcolli, mi fai vergognare”. La mamma non barcolla più, anima mia, con un solo bicchiere di vino. Adesso ce ne vuole almeno mezzo litro. Non è così che vanno le cose, normalmente? “Uff… sono stufa, c’è tanto da camminare...” No, stella, ancora qualche metro e saremo alle casse, poi la fila, quella sì è un po’ lunga, si sta in piedi fermi come stoccafissi.


Dietro di me c’è una signora incinta dall’aria stravolta, la faccio passare avanti. C’è anche una donna anziana con un bastone, pure lei faccio passare. “Mamma, così non la finiamo più”. Bimba mia, devo farlo capire al mondo che non ho più mal di schiena se sto in piedi a lungo, e siccome non posso urlarlo, ché sembrerei pazza e ti farei vergognare, ecco, faccio passare avanti le persone.
Adesso che abbiamo pagato, dobbiamo attraversarlo tutto questo benedetto centro commerciale, grande quanto claustrofobico. “Al sabato non si va nei centri commerciali” sentenzia mia madre. Ma sì, da quando posso attraversare con passo sicuro i corridoi, senza paura di cadere in braccio a qualcuno o per terra, di perdermi i bambini perché corrono di qua e di là, adesso che posso inseguirli se mi scappano, il sabato è il giorno ideale, mamma. Te lo prometto, non mi stancherò.


Carrello pieno, bambino e ragazza, donna con scarpe comode basse e un sorriso stupido che non riesce ad abbandonare, attraversiamo la piazzetta dove ci sono i bar, le pizzerie al taglio, gli hamburger.


In fondo alla teoria di corridoi illuminati a giorno, in fondo ai capannelli di gente che controlla carrelli, buste e scontrini, in fondo al mio cuore festante, c’è il negozietto.
“Mamma, guarda, il vestito bianco che piace a me, me lo prendi?”
Lo guardo dalla vetrina, è un vestito da maliziosa sposina, tutto balze e ricami con la gonna cortacorta. So già come ti starà, ti conosco, principessa. Ma costa troppo. “Mamma, ti prego, ci metto un po’ dei miei soldi”. Allora sì, entriamo, in fondo dobbiamo festeggiare. Cosa? La vita che scorre di nuovo nelle mie vene senza i veleni di inutili farmaci, la tua giovane vita che si affaccia all’essere donna. Entriamo spedite e usciamo altrettanto veloci, con una busta e un sorriso in più.


E poi, finalmente, si esce, dalla luce bianca del centro a quella grigia dell’autunno padano. C’è la nebbia, sta per piovere. Corri corri Giulia, andiamo a mettere tutte le buste in macchina. “Ti aiuto a togliere Giampi dal carrello?” “No, faccio da sola”. Faccio da sola: da quanto tempo non usavo più questa frase? Ė senza dubbio la frase più bella della lingua italiana. La frase più rara e preziosa. Mentre la dico mi godo ogni sua vocale e consonante, come se assaporassi un cioccolatino realizzato apposta per me da un maestro pasticcere.


L’autunno nebbiolino non mi è mai sembrato così bello, ma la stagione più bella di tutte è l’estate. Non perché si va in vacanza. L’estate è la stagione in cui un neurologo può dire a una donna che ha smesso di zoppicare da qualche settimana − e anche di tremare come una foglia: “signora, la sua malattia è in recessione spontanea. Non so spiegarle scientificamente il perché, ma è così”. Che importano le spiegazioni scientifiche dottore? Che importa se per sette anni la diagnosi di “Parkinson giovanile” è rimasta appesa al mio piede sinistro impedendomi di usarlo a dovere, incollata alle mie mani perennemente agitate che non sapevano più allacciare scarpe e abbottonare cappotti? Adesso non è più così. Ha mai provato la gioia insensata di passeggiare lungo un centro commerciale senza dover centellinare i metri, dottore?

Andreas Gursky

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22 Agosto 2011