Nella casetta dei Sette nani ho incontrato San Francesco

Cammina cammina, arrivarono a una casetta nel bosco: Hansel e Gretel, per esempio, alla casetta di marzapane della strega; oppure Biancaneve, alla casetta dei sette nani, o Pollicino, con tutti i suoi fratellini dietro, alla casa dell'orco. Cammina cammina, tutti arrivavano alla loro casetta, più o meno ambita, è un topos delle fiabe, mentre noi non arrivavamo da nessuna parte. Eppure camminavamo da ore e ore. Evidentemente non eravamo in una fiaba.
Siamo nel luglio del 2008, tre anni orsono, e il nostro manipolo di quattro persone tra cui io aveva programmato una camminata di qualche giorno con zaino in spalla da rifugio a rifugio tra Liguria e Francia, là dove il vento fa il suo giro. Con treno e autobus arriviamo a San Remo e da lì a Triora, in Valle Argentina: cena in un ristorante minuscolo quanto delizioso a Loreto di Triora, e poi seconda tappa sul Colle Sanson, al Rifugio dell'Amicizia, m. 1.700. Il giorno successivo decidiamo di saltare una tappa intermedia precedentemente fissata (a Ubega) e di arrivare direttamente al Rifugio Don Barbera. Questo significa una camminata molto lunga per noi, che non siamo proprio camminatori della domenica ma nemmeno di quelli ben allenati. In breve raggiungiamo il Passo di Colle Ardente e a mezzogiorno siamo sul Monte Tanarello. Di lì scendiamo fino alla strada sterrata e diamo gli zaini a un pastore calabrese che andava con la jeep al nostro rifugio: che cosa ci facesse lì un pastore calabrese ce lo disse lui stesso, era in soggiorno obbligato.
Compriamo ricotta fresca e formaggio di pecora dai pastori locali non calabresi, mangiamo al loro tavolaccio e poi chilometri e chilometri di strada in salita lieve ma lunga lunga, nel bosco, incontrando altri pastori, rumeni questa volta, e anche un temporale, tuoni e fulmini di cui uno a noi vicinissimo, che paura. Cammina cammina e pensa pensa o meglio fantastica fantastica; le gambe vanno e i pensieri e le fantasie pure, chi davanti e chi dietro, chi prima e chi dopo. Cammina cammina e non si arriva mai perché invece di tagliare al punto giusto, nel momento in cui il rifugio è a poche centinaia di metri -  ma noi non lo vediamo né capiamo, forse per il troppo fantasticare, che potremmo raggiungerlo così, arrampicandoci per breve tratto - percorriamo in tutta la sua lunghezza un anello oblungo, infinito. Ora, sarà che il bello del camminare è il camminare, ma anche l'arrivare ha la sua bellezza, tutt'altro che disprezzabile. Superato infatti il punto in cui l'anello oblungo è, per dir così, più stretto, vediamo il Rifugio, più in basso di noi, a 2.000 metri, in un pianoro verde come la mia vallata, sul Colle dei Signori nella Valle Tanaro. Non era la casetta della strega e nemmeno quella dell'orco: piuttosto quella calda e accogliente dei sette nani anche se non c'erano Dotto e Brontolo ad aspettarci bensì uno studente di Fisica appassionato di montagna che d'estate gestiva il rifugio e che sapeva dai nostri zaini, portati lì dal gentile pastore calabrese in soggiorno obbligato, che dovevamo arrivare.
Sarà pure che San Francesco sostiene che la vera letizia è arrivare «bagnati per la piovra e agghiacciati per lo freddo e infangati di loto e afflitti di fame» a un convento, picchiare alla porta ed essere cacciati dal sorvegliante perché scambiati per ribaldi, ma a me questo più che perfetta letizia sembra masochismo malsano: giungere al rifugio quando si è sfiniti dalla stanchezza e preda del freddo, trovare una stufa calda e una cena frugale e un letto a castello in cui addormentarsi senza avere il tempo di meditare e riflettere su niente, questa è letizia sana. 

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