raccontarci le parole più espressive dei nostri dialetti

 

Non coelum, sed animum mutat                                                                                                  
 

La massima d’Orazio il pigro sono anni che l’ho apprezzata. Viaggio dentro il mio cranio io, dall’epoca della prima operazione a calotta scoperta e senz’anestesia (1925). Da quando la grande Palla è stata invasa dalle lattine di coca cola e te le trovi fra i piedi anche nei fiumi ghiacciati del Passaggio a Nord Ovest, ho smesso di sognare scoperte di Isole Sconosciute, Monti Analoghi ecc. L’Avanguardia italiana poi mi spinge a fare solo i brevissimi percorsi necessari alla vita di tutti i giorni, ma con gli occhi ben chiusi: per non subire l’aggressione dei cartelli pubblicitari in vana e isterica e ripetitiva ed effimera trasformazione. Sui monti Sibillini è sparita persino l’eco della gran maga e non parliamo delle Dolomiti e Cortina d’Ampezzo: l’oleografia è entrata in tutte le case, via cavo o antenna satellitare. Alla sola parola turismo, il cancro del nostro secolo (nei due precedenti si potevano ancora sognare, con  Melville o Conrad, deserti marini e approdi esotici), mi si rizzano i capelli sulla testa. Cioran cita Bodidharma, che è stato nove anni davanti a un muro bianco a meditare ed era il quinto secolo dopo Cristo; figuriamoci oggi, non gli basterebbe una vita! No, decisamente, inutile la ricerca di fantomatiche vie dei Canti e la ricerca d’altri cieli dove non veder più nemmeno l’ombra dei miei simili, perché persino la Tebaide la puoi trovare solo nella Storia: le Tentazioni si sono mangiate Antonio, Gerolamo and company. Della teoria che il Primate, anche quello bipede, superiore per eccellenza, sia una specie migratoria rido di gusto: l’ilarità seppellisce di colpo tutti i Chatwin, i Long, i Fulton e prima di lui Constable e tutti quelli del pionierismo positivo di anglosassone matrice. Me ne sbatto dei loro interessati ragionamenti. Fine.

 

In queste condizioni di spirito, nel ’79, capito improvvisamente e per caso davanti a grandi architetture silenziose: altissime torri di decantazione, un intrico indescrivibile di tubi di tutte le dimensioni, piramidi di legna segata sormontate da dinosauri di ferro, serbatoi, forni, ecc. Chiusa in una valle morenica, a 25 km da Milano, nel centro della frenetica Pianura Padana, l’ex Cartiera Vita-Mayer abbandonata dall’oggi al domani dai duemila operai che la popolavano, iniziava la sua marcia inesorabile verso il Silenzio. Davanti ai miei occhi scorreva lento un vero e proprio deserto artificiale. Era il cronotopo, la Fine della Strada: quattro chilometri quadrati di morchia di macchina, acqua ad alta concentrazione di Idrocarburi fossili, cemento sgretolato, cellulosa in decomposizione, F203 (H20)3, solfato di calcio ecc. Emanavano un odore indefinibile e perfetto.

 

Da quel giorno sono tornato spessissimo in quel posto: vado a passeggiare, osservo la punta delle mie scarpe, dimentico.  

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