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Surplace

agosto 2011

Camminare è una parte fondamentale del mio lavoro, il risultato di ciò che trovo, cercando insistentemente. Del resto camminare è un’attività visiva “potremmo dire che è il movimento, come anche le vedute che scorrono davanti ai nostri occhi, a fare accadere le cose nella nostra mente, ed è questo che rende il camminare ambiguo e infinitamente fertile: è il mezzo e il fine (...)”, come dice Rebecca Solnit, nel suo Storia del camminare.

 

 

Ho sempre camminato per ore e raccolto poco da raccontare al mio rientro, come in una centrifuga tutto sembra automatico, senza alcun controllo possibile del risultato, tranne, a volte, lo stupore e l’eccezionalità di avere trovato esattamente ciò che era nelle mie possibilità di raccolta e trasformazione, per assimilare il nuovo al noto. Ciò che stavo cercando, appunto, e che ho riconosciuto dopo, alla fine del processo. 

 

 

Un’operazione al piede, in questo periodo, mi costringe ad affrontare la distanza tra il divano e la cucina con le stampelle. Appoggio le stampelle e rimango in equilibrio su una gamba, per qualche secondo, e mi sento come quando appoggio il cavalletto a terra, nel luogo in cui, dopo il camminare, arrivo. Il cavalletto fa lo stesso rumore delle stampelle e se cammino con il cavalletto appoggiato alla spalla destra, il pezzo di ferro mi fa sentire meglio il respiro, ricorda perché sono lì. 

 

 

Le fotografie che vedete fanno parte di Surplace, ritratti di persone quando smettono di camminare lungo una strada di vetrine e negozi, e rimangono ferme, in attesa, nel punto in cui non ci sono vetrine e negozi. Il surplace, ricorda lo scrittore Giorgio Falco, “è una tecnica quasi scomparsa del ciclismo su pista, relegata a una forma di spettacolo e intrattenimento, che svilisce l’essenza del gesto originario, quando aveva ancora senso restare fermi, in equilibrio sulla bicicletta. Oggi c’è il cono di luce puntato sui due ciclisti in pista, proprio dove sono fermi, quasi immobili, in equilibrio sulle biciclette, accanto al nome luccicante dello sponsor, con il sottofondo di We will rock you o We are the champions.

 

 

I ciclisti restano in surplace, su un ritornello che fa battere le mani al pubblico, e che sembra altro, rispetto all’evento principale, e invece ne è solo la glorificazione. Surplace è il tentativo di riconquistare, in una sospensione di luogo e tempo, la breve sosta, liberata dall’essere una possibilità legata al solo codice commerciale e pubblicitario.”

 

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Fotografie di Sabrina Ragucci