Campioni # 16. Caterina Saviane

Tachicardia

…Se non nell’allegria di un’assonanza

un verso – ti porgevo

come una malattia

come l’amore stesso – un giorno

dietro giorno e notti

e assieme sempre – stare morendo

 

l’unica morte – intendo – quella dei vivi:

(memoria mia,

raccontami solo la bellezza

poiché fra tutti i dolori

non c’è simile solitudine al mondo

dei gesti inattivi

del viso – stretto

come una bocca priva di bacio

delle frasi volgari

udite apposta per far ridere)

 

Ma la tua curiosità senza erre moscia

oltre la povertà – l’immensa

ricchezza di essere un macigno:

dove trovavi – bimba mia

azzurra e bellissima,

tanta tracotanza di vivere

la tenerezza di tenermi ancora

tanto ottimismo? –

 

(… Se non nell’allegria d’un’assonanza

un verso – ti porgevo

come una malattia

come l’amore il sesso – notte

dietro notte e giorni

ci dicevamo strette: «Stiamo morendo!»)

 

Milano, 10 luglio 1986

 

Caterina Saviane, Tachicardia

da Ead., Appénna Ammattìta (Roma, «poeti.com» nottetempo, febbraio 2015, pp. 62, € 7), pp. 54-5

 

 

Caterina Saviane si manifesta subito come una creatura eversiva, arresa al «pensiero innato» della «petula poesia». Petula come petulante o petula come scorreggiona? In ogni caso, il neologismo non evoca niente di pacificato.

Il rapporto tra Saviane e la poesia è infatti fisico, sessuale, guerriero, disperato, traboccante rabbiosa tenerezza. Lei stessa autrice, pensante e pensata dal pensiero-poesia, suscita disperante tenerezza, in noi che ormai sappiamo com’è andata a finire: occorre dire che morì di overdose a trentuno anni, non si sa se per scelta o per sbaglio, ammesso che tra i due termini della questione si ponga mai un’antitesi.

Occorre dirlo per onorare la coincidenza tra la sua poesia e la sua vita. Scrive Maria Pace Ottieri, nella sua sentita introduzione ad appénna ammattìta: «Camminava saltellando, si sarebbe detto che i marciapiedi fossero elastici sotto i suoi piedi, aveva un’energia inesauribile e il potere di far sentire chi le stava accanto pavido, comune, banale, una sentina di miserabili aspirazioni borghesi». Saviane stessa ci offre una somigliante descrizione di sé: «il Tempo sta alla Terra, come l’Amore – all’uomo / Figlia di questa incinta forza dissennata: mi aggiro, / mi rigiro come vaso di cristallo in mezzo al piombo, / come febbricitante iperbole tra i sedicenti sani». Un’eccessiva che piacque a Zanzotto, una creatura fatta per scandalizzare.

Viene in mente un passo del Pilade di Pasolini: «Non sentiva nulla / – nel silenzio immedicabile del mondo – / se non la sua carne / […] / Sono pronto ad amarti; / come se tu non esistessi, / ed esistesse solo la mia pretesa». Ma, a differenza di Pilade, Caterina Saviane è femmina di parola. Questo significa che il rapporto che instaura con le cose dev’essere per forza duale: il corpo è parola e la parola è corpo. Lo stesso equivoco che l’autrice gioca sul tema-corpo della poesia-amante significa questa dolorosa e smagliante duplicità, che non è scissione, ma raddoppiamento: come se ogni parola proiettasse sempre l’ombra di un corpo e i corpi, ovunque nominati, l’ombra di una parola, di un’idea-poesia, di una dea-poesia: «come dentro la materia, si sta così, a spiare / l’idea che, ancora innata: / NASCERÀ NASCERÀ NASCERÀ».

Saviane si rivolge infatti a una Poesia dotata di corpo organico, certo, ma si rivolge pure a un’amante femmina: elusiva, desiderata e infine disamata senza rimpianto: «La tua fica / non l’amo più hai sentito? / Non l’amo più, né mi aggrada / Il ritornare a farlo», perché troppa è in lei l’ansia di vivere, per continuare a trascorrere i propri giorni inseguendo colei che non la vuole. E dunque: «(Rimozione forzata: intendo di té!)». E dunque: «Sul cuore come minuscoli passi d’animale / Rumori selvatici – il tema multiplo del male. […] il lento incalzare del dolore. Presto / corriamo al bacio – ché si muore».

Facile immaginare che Caterina Saviane si sentisse in costante pericolo di vita, visto quel che faceva a se stessa. Facile immaginare che al suo «innato» febbricitare si fosse aggiunta una fretta di vivere dovuta al rischio mortale che lei stessa infliggeva alla sua vita.

 

Questo che abbiamo scelto è uno dei testi più trasparenti e piani (e anche uno dei più brevi) del volumetto, uscito l’anno scorso per nottetempo: 61 pagine dove l’autrice si diverte a incastrare e giustapporre lirismi («il sacro sonno della Bellezza che mi respira affianco»), onomatopee («Oh, kamikaze farfalle / scappavate fatali / contro ceco clan clan / clan clan / clan destine»), parlato («di palo in frasca», «fica», «a zonzo», «come ’na pazza sto»), giochi di parole («brésa della Pastiglia», «inverecondoscéne», «occhi stuprofatti dal vespero perenne»), guidata da una musicalità euforica, scatenata, irriverente, battuta su ribattuta: una dominante insistita e, con ogni evidenza, necessaria a deporre sulla pagina almeno un poco della sua esuberante energia di vivere, della sua fame di essere VISTA.

L’immagine che emerge – ahimé – come un fuoco fatuo ad apertura di libro è infatti quella di una pasoliniana «disperata vitalità» – ma vissuta più avanti nel tempo: negli squallidi, edonistici, terribili anni Ottanta, con il loro vuoto politico, le loro adolescenze disorientate dalla solitudine sociale, che la sottoscritta ben ricorda, le loro cotonature, la luce fredda e bianca dei loro neon (dei quali la nostra Lidia Riviello è cantora), che rendeva tutti già un po’ salme, pesci d’acquario, sagomine distanti. Inoltre, come abbiamo scritto, Saviane viveva la sua fame psicofisica di contatto psicofisico da dentro un’esistenza che subiva gli smottamenti delle droghe pesanti. La sua è la ribellione della carne viva in un mondo di plastica e di apparenze dove nessun vivo si sentiva più tale: d’improvviso non c’era più un “noi”, non c’erano i compagni d’utopia insieme ai quali affrontare il futuro sapendo di appartenere a una giustizia simile alla bellezza, a una grande speranza.

Ma ve lo immaginate un temperamento di fuoco come quello di Saviane con le spalline imbottite e i capelli montati sul cranio come spume ordinarie?

Pare proprio che il mondo dove viveva non fosse buono con lei, creatura vivamente desiderante e dunque fuori luogo, nata troppo presto o, più probabilmente, troppo tardi. Forse negli anni Sessanta sarebbe stata felice, si sarebbe sentita a proprio agio, accolta in ogni istanza della propria concretissima ragion d’essere, del proprio ardore di vivere.

Chi lo sa a chi è rivolta la poesia che abbiamo scelto, chi lo sa a che creatura si stringeva Caterina, sentendosi morire: se a una creatura della propria mente o a un’amante di carne, alla quale offriva, notte dopo notte, il proprio sesso e le proprie poesie, o alla poesia stessa. Chissà chi era quella sua bimba «azzurra e bellissima» che la teneva accanto e la teneva ancora.

Chi sa se, come Rosselli, una volta abbandonata dalla poesia, anche Saviane venne abbandonata dalla vita. Noi non possiamo che attenerci ai fatti: l’ultima data annotata in questo librettino è 10 luglio 1986. Caterina andò via da questo mondo nel 1991, dopo anni nei quali suo padre, il Sergio Saviane caustico critico televisivo dell’«Espresso», la riportava a casa da cliniche e commissariati. La sua poesia, invece, è poesia allegra, tanto viva da essere talvolta incontenibile. Certo non è poesia che passi inosservata.

Né la vita di lei che la porgeva.

 

 

 

Caterina Saviane diventa un “caso” letterario a diciott’anni, colla pubblicazione nel 1978 – nella collana «I franchi narratori» di Feltrinelli – di Ore perse. Vivere a sedici anni: «diario-romanzo», come dice Maria Pace Ottieri nella nota introduttiva ad Appénna Ammattìta, per certi versi molto simile al grande successo conseguito due anni prima da Porci con le ali di «Rocco e Antonia» (Marco Lombardo Radice e Lidia Ravera); ma, aggiunge la stessa Ottieri, con una «voce […] molto diversa». Fatto sta che anche il libro di Saviane incontra un successo notevole: cinque edizioni in due anni, e traduzioni all’estero (oggi, però, è una rarità per bibliofili). Nel 1985 Saviane pubblica cinque poesie sulla rivista «Il lettore di provincia»; Andrea Zanzotto le scrive di essere rimasto colpito dal «movimento ciclonico incontenibile» di quei versi. Angiola Codacci-Pisanelli, recensendo Appénna Ammattita, ha riportato sull’«Espresso» questo stralcio da un libro-intervista di Stefano Lorenzetto al padre Sergio, celebre giornalista di quella stessa testata (dove teneva la rubrica di critica televisiva): «Dormivo vestito, di notte andavo per caserme e me la riportavo a casa, fumava 120 sigarette al giorno, e se non erano sigarette era qualcosa di peggio. Il buco finale a Milano, in casa di un’amica».

 

Date le circostanze, «Campioni» contravviene a una delle contraintes cui tiene maggiormente, quella di accompagnare la lettura (critica) del testo con la sua lettura (in senso letterale) da parte dell’autore, e ringrazia Maria Grazia Calandrone per aver voluto prestare la sua voce anche a questa bisogna. Ma la voce di Caterina Saviane (sempre grazie al pezzo di Angiola Codacci-Pisanelli) si può ascoltare qui. È uno stralcio da un intervento telefonico di Caterina Saviane a Radio Radicale, nel 1989, a sostegno della Lista Antiproibizionista: contro gli stereotipi che sulla droga venivano (e vengono) ripetuti dai media, e contro le «madri coraggio che vogliono mandare i loro figli in galera». Nelle sue parole c’è anche l’eco squassante, però, del vissuto quotidiano di chi soggiaceva (e soggiace) alla tossicodipendenza (tema al quale i versi di Saviane alludono, senza prenderlo mai di petto); nonché l’annuncio di un nuovo testo al quale sostiene di stare lavorando (ma del quale nulla si sa), Domani smetto. Titolo ottimistico che la sorte provvede a smentire amaramente: nel 1991, infatti, Caterina Saviane muore di overdose. Dieci anni dopo il suo complessivo, esile corpus poetico viene raccolto in un’edizione fuori commercio da Luisa Vecchi: ed è questo il nucleo del materiale proposto all’inizio del 2015 (in e-book, disponibile a € 4,90, e 200 copie cartacee) dalla collana «poeti.com» diretta da Andrea Amerio e Maria Pace Ottieri.

 

Ore perse si chiude con queste parole: «E sul cuscino bagnato chiudo gli occhi dimenticando ciò che ho perso e che abbiamo perso, ormai, dimenticando tutti i ricordi più belli e più brutti. Ho speranza di sognare. Adesso ho capito tutto. Quando sono sveglia, insieme con voi, russo come un ghiro». Frasi che ricordano lo slogan-koan di un altro tossico di genio, Philip K. Dick (che Emmanuel Carrère ha usato come titolo della sua biografia): Io sono vivo e voi siete morti.

A.C.

 

 

Caterina Saviane, Pin Occhio. Legge Maria Grazia Calandrone

Caterina Saviane, Tachicardia. Legge Maria Grazia Calandrone

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03 Febbraio 2016