Campioni # 4. Valerio Magrelli

Valerio Magrelli, L’igienista mentale: divertimento alla maniera di Orlan e Raccoglimento

da Id., Il sangue amaro («Bianca» Einaudi, gennaio 2014), p. 5 e p. 132

 

A)

 

L’igienista mentale:

divertimento alla maniera di Orlan

 

La Minetti platonica avanza sulla scena

composto di carbonio, rossetto, silicone.

Ne guardo il passo attonito, la sua foia, la lena,

io sublunare, arreso alla dominazione

 

di un astro irresistibile, centro di gravità

che mi attira, me vittima, come vittima arresa

alla straziante presa della cattività,

perché il tuo passo oscilla come l’ascia che pesa

 

fra le mani del boia prima della caduta,

ed io vorrei morirti, creatura artificiale,

fra le zanne, gli artigli, la tua pelle-valuta,

irreale invenzione di chirurgia, ideale

 

sogno di forma pura, angelico complesso

di sesso sesso sesso sesso sesso.

 

 

B)

 

Raccoglimento

 

Uno diceva: io sono prevenuto contro me stesso fin dalla nascita

Friedrich Nietzsche

 

 

Mia debolezza, debolezza mia,

ma che devo fare con te?

Ho cinquant’anni e tremo quando tuona,

e sbaglio ancora posto

come quando sbagliai banco all’asilo.

Ho un corpo trapunto da graffe,

il sonno come un campo di macerie,

la forza che si sbriciola, la memoria in frantumi,

e in questo Grande Sfascio, l’unica cosa intatta resti tu,

mia ferita, mio Graal, codice a barre

di un estraneo che è leso, che è fallato,

costretto a essere me.

Mia debolezza, talpa del nemico,

creaturina indifesa che mi rendi indifeso,

il solo, vero premio della morte

sarà saperti morta insieme a me,

mio motore,

mio orrore,

mia consustanziale sconfitta.

 

 

*

 

Occorrono due testi come minimo (da leggere singolarmente e poi da mettere a confronto) per provare a dire qualcosa di non troppo episodico sull’ultima raccolta di versi di Magrelli, varia, frazionata, contraddistinta da una forte pluralità di argomenti e di soluzioni (o forse meglio: di esperimenti) tonali, stilistiche, sintattiche, concettuali. I campioni che ho scelto di estrarre e mettere sotto la lente vengono dai due capi del libro, rispettivamente la sezione di apertura e quella di chiusura. Diversissimi per composizione, destinazione e registro (li ho presi proprio per la loro forte opposizione), lavorano però entrambi intorno alla medesima idea, che si declina in due figure distinte (li ho presi proprio per l’analogia profonda che li lega). L’idea, fondamentale in tutto ciò che Magrelli ha scritto, anche se con diversi gradi di visibilità, è quella di spossessamento, di esproprio di sé da sé; qui ne troviamo una versione beante, estatica e improduttiva, e una versione straziata, lacerante, ma in qualche modo propulsiva. Un paradiso idiota e una meditatio mortis che aiuta a vivere.

 

 

A)

Il titolo del primo testo è giocato su strategie di schermatura e distanziamento. Un’acutezza paraenigmistica che, col solo cambio di una consonante (m al posto di d), sostituisce a una qualifica assurta agli onori della cronaca insieme a colei che la rivestiva (e che per un breve periodo l’ha incarnata per polputa e popputa antonomasia) un’altra qualifica che si tratta di interpretare; in seconda posizione, quasi a mo’ di sottotitolo, la dichiarazione d’appartenenza a un genere, anzi a due (il divertissement e il rifacimento-omaggio), che colora il tutto di una sfumatura tecnico-ludica, e sembra voler confinare la poesia nella dimensione endogena e ultracodificata del raffinato gioco di società praticato dagli adepti dell’arte. L’intenzione d’autore è molto più obliqua, eppure non si può negare che tutta la poesia poggi su criteri di chiusura formale e autorganizzazione in base a procedimenti di scrittura tipici del “letterario” e del “poetico”: è un testo calibratissimo e volontariamente gestito al fine di mostrare una perizia, una abilità, un saper fare tecnico. Anche in questo caso, si tratterà di capire perché, ma intanto cominciamo a descrivere.

Abbiamo sotto gli occhi un sonetto; anche se questo metro non è molto usato da Magrelli, non è la prima volta che l’autore se ne serve quando deve scrivere versi dedicati alla televisione, alla telecomunicazione, ai loro effetti sul consorzio umano (il rinvio d’obbligo è a Ecce video, coppia di sonetti inclusa nell’ultima sezione di Poesie (1980-1992) e altre poesie, Torino, Einaudi, 1996. Approfitto della parentesi per annotare che anche il testo qui sottoposto a analisi fa parte di una coppia di sonetti, intitolata Due artisti francesi). In questo caso, il sonetto è articolato in tre quartine (a rima alterna) e un distico (a rima baciata); i versi sono tutti doppi settenari ad eccezione dell’ultimo, endecasillabo. La misura doppia del verso, oltre a suggerire una cadenza da meccanismo a orologeria, che la sintassi del periodo si incarica però di variare, permette a Magrelli di marcare fortemente, oltre alla posizione finale, anche quella centrale del verso stesso, alla cesura tra i due emistichi; il primo emistichio è sdrucciolo nei vv. 1-3, 5, 6, e oltre all’analogia ritmica che li lega (secondo un procedimento già tipico, senza risalire troppo all’indietro, di molta poesia italiana ottocentesca, romantica e tardo- o postromantica), i termini in coda di emistichio sono anche messi in serie da forti somiglianze foniche (platonicacarbonioattonito, in assonanza forte e con identità di vocale tonica; irresistibilevittima, con legatura meno patente ma indubbia, che coinvolge ancora la vocale tonica e i gruppi istiitti; stesso discorso per morirtiartigli, non sdruccioli, ai vv. 10-11). Un’occhiata alle vicende metriche della poesia italiana del Novecento, specie dalla metà in poi, dovrebbe togliere ogni scrupolo nel definire tali fenomeni supplementi di rima. E la tramatura non riguarda solo la posizione centrale dei versi; per rimanere a tessere ben visibili, nei versi 6-7 si registra la rima al mezzo arresapresa e un potente effetto di intreccio dovuto alla serie vittimavittimacattività, nel v. 8 si vede la quasi-paronomasia oscillaascia, il v. 12 è incapsulato tra i termini irreale e ideale, connessi tanto sul piano fonico che su quello semantico. Un modo di formare simile si può vedere nel rapporto tra arcata sintattica e scheletro metrico, dato che tutte le strofe sono tenute insieme da enjambements, in maniera che al taglio imposto dalla compagine strofica faccia riscontro, dialetticamente, la cucitura del senso segnalata dalle relazioni del periodo. Dal punto di vista (mai meramente) formale siamo dunque alle prese con una specie di reticolato che combina ripetizione e variazione, identità e differenza.

La mia ipotesi è che la forma di questa poesia sia stata agita per contrastare il senso di ciò che in essa viene detto, e che la differenza di misura metrica tra l’ultimo verso e i precedenti interiorizzi nella forma ed esponga, quasi allegoricamente e in una posizione fondamentale come quella di chiusura, il fallimento di quel tentativo di resistenza. Le ultime due coppie dialettiche che secondo me vanno viste al lavoro in questo sonetto sono dunque quella che allaccia riuscita e fallimento del formare poetico stesso, inteso ovviamente non come autocentrata strutturazione in sé ma come processo in vista di un fine, e quella che mette in rapporto la qualità “d’occasione”e il forte aspetto eterodiretto (vogliamo dire sociale o lato sensu politico?) di questa poesia con un altro suo versante insieme molto personale e strettamente metapoetico, dove il poeta scrive riflettendo, in forma velata, sul suo scrivere e su di sé.

Il personaggio della poesia di Magrelli è e non è l’individuo di sesso femminile che risponde al nome di Nicole Minetti, sul quale tutti pensiamo di sapere qualcosa, ma «la Minetti platonica», la “minettità”, l’immagine-paradigma oltremondano che ha regolato, come modello, il processo di formazione, fisico innanzitutto, a cui si è sottoposta Nicole Minetti per arrivare a coincidere con quell’immagine perfetta, cioè perfettamente costruita per ottenere un solo scopo (in questo caso, la regressione del desiderio di chi la guarda in pulsione, cioè l’abdicazione ad ogni traiettoria costruttiva/concatenante del desiderio in favore di una sua “estasi sul posto”, che lascia campo all’immaginario più desolante e stupido). Come Orlan, la nota «artista carnale», interviene sul proprio corpo per adeguarlo a modelli di bellezza trovati nell’arte classica e rinascimentale, così Nicole Minetti si perfeziona fino a coincidere con la propria Idea, fino a diventare quello che contempla. Nel suo ultimo libro grosso, Devi cambiare la tua vita, Peter Sloterdijk ha scritto pagine eccezionali sulla trasformazione che ha portato l’esercizio dell’individuo su di sé per perfezionarsi spiritualmente (le tecnologie del sé, si potrebbe dire) a coincidere, nei nostri tempi, con il fitness e la chirurgia. È proprio questa la situazione da cui parte Magrelli: descrivendola, ed è tipico delle sue poesie più ancorate alla dimensione sociale, con le movenze beffarde della parodia teologico-metafisica.

Magrelli presenta un doppio itinerario di alienazione. Un corpo femminile viene modellato da un’immagine che gli è aliena, fabbricata altrove; il corpo femminile si aliena (ossia perde il tratto decisivo dell’essere corpo, vale a dire essere soglia e spazio di lotta tra proprio e altro), e si blocca in un microcircuito di ripetizione stilizzata, quell’avanzare sulla scena, alla radice del quale sta probabilmente un breve filmato di una sfilata di moda a cui Nicole Minetti partecipava come indossatrice – filmato che fu diffuso intensivamente, anche se per un breve lasso di tempo, da tutti i mezzi di informazione/intrattenimento. La «scena» dunque è probabilmente uno schermo, finestra di irrealtà aperta nel quotidiano, e l’apparizione dell’immagine provoca sullo spettatore (l’io di questa poesia) un effetto paragonato all’influsso di un astro, rispetto al quale ogni resistenza è inutile. Dominate, la coscienza e la volontà dell’io cedono le armi, e l’energia psichica si trasferisce interamente nella contemplazione del «passo» che cattura, che ipnotizza, che taglia tutti i pensieri tranne uno, elementare: «morirti […] tra le zanne», la piccola morte, punto d’incrocio topico di erotismo e mistica. Quando inserisce nella poesia il termine «valuta», allora, è chiaro che Magrelli non parla di economia finanziaria, ma di economia libidinale.

È chiaro anche, a questo punto, cosa vuol dire «igienista mentale»: la Minetti platonica fa pulizia nella mente dello spettatore ancora gravata, nonostante i decenni di campagne igienizzanti attraversati, dai pericolosi microbi dei concetti, e la restituisce al bianco accecante, che più bianco non si può: un lenzuolo scrupolosamente candeggiato, mosso soltanto dal fremito sempre ripetuto e sempre uguale della pulsione. «Forma pura» e «angelico complesso», la Minetti platonica, cioè puro medium di trasmissione in cui si diffonde la traccia di un’azione senza protagonisti: «sesso sesso sesso sesso sesso». L’ultimo verso, di pura e brutale ripetizione opposta al tessere variato degli altri tredici, segnala il compiuto esito della pulizia: the eternal sunshine of the spotless mind. Ma, nello stesso tempo, è ancora un verso, ossia una forma, incaricata di riferire al sé la sua avvenuta estinzione: guarda che ne è stato di te.

 

B)

Diciannove versi non rimati (con l’eccezione importante dei vv. 17-18 a rima baciata), non divisi in strofe e liberamente alternati, a base endecasillabo + settenario, con tre novenari, due doppi settenari e una coppia di quadrisillabi ai versi terz’ultimo e penultimo. A livello retorico-argomentativo la poesia si può suddividere in un breve, e decisivo, attacco vocativo-interrogativo, seguito da due gruppi di versi di estensione ineguale, 3-12 e 13-19, occupati rispettivamente da due e un periodo, con andamento sostanzialmente paratattico e uso consistente dell’elenco. Per forma e tono, si diceva, è un testo diversissimo dal primo. Ma come nel sonetto la denuncia sociale e il tratto iperletterario aprivano a un certo punto su una personalissima vicenda di desoggettivazione, così qui il registro più evidente, da mon coeur mis à nu – esposto nella splendida, sconsolata apostrofe iniziale –, rivela, solo che lo si guardi un po’ di traverso, una tramatura moto più larga.

Nel 2010 Magrelli ha pubblicato un volume di studi (Nero sonetto solubile, Laterza) in cui censiva e interpretava la disseminazione, prevalentemente nella letteratura novecentesca in lingua francese, del sonetto baudelairiano Recueillement. Ora, Magrelli ha scritto il “suo” Recueillement (ce ne sono anche le tracce testuali, che per brevità rinuncio a commentare), inserendosi così nel novero di quelli in cui il seme, o il virus, della poesia ha attecchito. E ha usato il testo di un altro, che in un certo senso funziona proprio come un Alien, per raccogliersi. Il che vuol dire, certo, per ritirarsi nella parte più nascosta, più intima di sé, per una meditazione in più di un senso fondamentale, ma anche, e il testo è a tal proposito inequivocabile, per verificare che gli sparsa animae (corporisque) fragmenta non possono essere raccolti: perché a dissestarli, ad avviarli alla rovina, a disfarli lentamente è qualcosa che sta esattamente al centro di quello spazio interiore dove dovrebbe installarsi il regista della ricomposizione. Magrelli dunque si raccoglie intorno a ciò che lo proietta fuori di sé, intorno a quella ferita, o bocca da fuoco, che dalla nascita ha provveduto sistematicamente a squartarlo. Questo è il motivo che genera i tanti paradossi che costellano la poesia, e che forse culminano nella definizione della ferita come «unica cosa intatta» nella compagine, o condominio, del corpo. Intatta resta solo l’apertura che ci uccide mentre ci fa vivere, quella che ci toglie il controllo di noi stessi, il massimo dell’estraneità che tuttavia ciascuno di noi deve incarnare.

Ed è proprio questo orrore/motore, questa scissione che intacca il corpo, immaginario, per far filtrare un grano di intollerabile eppure indispensabile Reale, è proprio questa in fondo l’unica sconvolgente Cosa che si può opporre davvero al biancore della mente che, ingozzata da stimoli diretti alla sua parte primitiva, rettiliana, vaneggia di fronte alle Idee o simulacri dello Spettacolo.

L’immedicabile vulnus, di cui parlava Petrarca nella lettera dedicatoria delle Familiares, è anche l’unica cura.

 

 

Valerio Magrelli è nato a Roma, dove vive, nel 1957. È professore ordinario di letteratura francese all’Università di Cassino. Tra i suoi lavori critici Profilo del Dada (Lucarini 1990; Laterza 2006), La casa del pensiero. Introduzione a Joseph Joubert (Pacini 1995, 2006), Vedersi vedersi. Modelli e circuiti visivi nell’opera di Paul Valéry (Einaudi 2002; l’Harmattan 2005) e Nero sonetto solubile. Dieci autori riscrivono una poesia di Baudelaire (Laterza 2010). Collabora a «la Repubblica». Il suo primo libro di poesia, Ora serrata retinæ, esce da Feltrinelli nel 1980 (ed è raccolto, insieme ai successivi Nature e venature dell’87 ed Esercizi di tiptologia del ’92, in Poesie (1980-1992) e altre poesie, Einaudi 1996); gli ultimi – Didascalie per la lettura di un giornale del ’99, Disturbi del sistema binario del 2006 e Il sangue amaro del 2014 – sono usciti da Einaudi. Nel 2002 l’Accademia Nazionale dei Lincei gli ha attribuito il Premio Feltrinelli per la poesia italiana. Al suo attivo anche quattro libri di prose: Nel condominio di carne (Einaudi Stile Libero 2003), La vicevita. Treni e viaggi in treno («Contromano» Laterza 2009), Addio al calcio. Novanta racconti da un minuto (Einaudi 2010) e Geologia di un padre (Einaudi 2013; Premio «Stephen Dedalus», Premio Bagutta, Premio SuperMondello, finalista al Premio Campiello). Tra gli altri libri, Che cos’è la poesia? (Sossella 2005, libro e cd; Giunti 2014), Sopralluoghi (Fazi 2006, libro e dvd), Il violino di Frankenstein. Scritti per e sulla musica («fuoriformato» Le Lettere 2010, prefazione di Guido Barbieri, postfazione di Gabriele Pedullà), il pamphlet politico in forma teatrale Il Sessantotto realizzato da Mediaset. Un Dialogo agli Inferi (Einaudi 2011) e il saggio Magica e velenosa. Roma nel racconto degli scrittori stranieri (Laterza 2012).

 

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