Campioni # 7. Michele Zaffarano

Michele Zaffarano

da Paragrafi sull’armonia (ikonaLíber, 2014, pp. 78, € 9,50) pp. 14, 20, 26, 60

 

 

il valore di una parola è espresso

utilizza il valore di un’altra parola

 

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qual è il compito della parola

induce include perturba il processo di scambio

induce a realizzare le idee

a succedere fondandosi sull’oggettività del valore

per ogni singola parola nelle sue espressioni più diverse

 

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che è il paradosso perfetto non richiama

qualcosa di molto speciale

di non equivalente

tradurre la parola dentro un discorso

dentro un altro discorso

alla memoria

nei momenti di transizione tra le parole

una con l’altra nell’altra dentro l’altra

tutte le parole sono dei valori

 

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dov’è il valore in fasi di sviluppo minore

si trasformano in valore di scambio

la grandezza e la profondità di una parola

un modello per il movimento viene subito offerto

le parole condividono

le parole sono simili

ogni parola è un segno

ogni forma è un corpo

la precisione del linguaggio

la precisione è un linguaggio

quello che è materiale

nel mondo delle parole

le parole

 

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Non è necessario ricorrere al tradizionale strumento delle concordanze (a proposito: si usano ancora? Hanno ancora la loro utilità?) per accorgersi che, nei Paragrafi sull’armonia di Michele Zaffarano – secondo titolo della collana Syn, diretta da Marco Giovenale per ikonaLiber –, due parole chiave predominano in tutto il testo: valore e parola. Sono due termini riconducibili all’ingrosso a due campi semantici piuttosto lontani: da un lato l’economia politica, dall’altro il linguaggio. E se si aggiunge che il testo è improntato a un tono vagamente trattatistico, si potrebbe affermare che ci troviamo di fronte a un trattato di economia politica del linguaggio. La cosa non stupisce, non solo perché il testo saccheggiato e alterato per costruire i Paragrafi è abbastanza chiaramente Il Capitale di Marx, bensì anche in ragione dell’elemento che accomuna valore e parola: lo scambio, altro termine fortemente ricorrente. La parola-merce può avere tanto un valore d’uso quanto un valore di scambio. Ed è su questa «intercambiabilità» (il vocabolo è nel testo medesimo) che si fonda il dispositivo testuale: «il valore di una parola è espresso / utilizza il valore di un’altra parola».

 

Michele Zaffarano, Paragrafi sull'armonia

 

Se è un trattato quello che abbiamo davanti, comunque, è un trattato che non dice, e che addirittura si contraddice, ribaltando un enunciato appena espresso: «la parola è sempre dalla parte dell’ascoltatore / e viceversa». Questo modo di procedere non deve sorprendere chi legge, giacché la scrittura di Zaffarano non è teleologica, non tende a un fine; si realizza, appunto, mediante il principio dell’intercambiabilità. Se a un singolo elemento testuale (un verso o una parola) se ne sostituisce un altro, il dispositivo continua a funzionare; in modo diverso, certo, ma nel complesso funziona. Diventa una sorta di macchina celibe il cui unico scopo è quello di operare, di far muovere le parti che la compongono, cioè le parole, manipolate (è il caso di dirlo) come semplici materiali.

 

In tal senso si comprende meglio, forse, il senso del termine armonia che compare nel titolo, il quale va letto nella sua accezione più tecnica, quale concatenazione di accordi. Il punto essenziale è proprio l’organizzazione del testo, ossia «il rapporto tra una parola e le altre». In fondo, dei Paragrafi sull’armonia si potrebbe fornire anche una lettura in chiave metaletteraria: una sorta di ars poetica – ancora il trattato – formulata nel suo stesso farsi, non solamente nella dimensione puramente programmatica.

 

Ma accanto agli accordi, alle parole e alle loro relazioni (e parole, lo si ricordi, sta qui anche in luogo di oggetti e merci), ci sono le pause, i «momenti di transizione tra le parole», esattamente come nel mondo della musica alluso dal titolo. Sembra che questa poesia non tenda tanto a una sottrazione del significato, circostanza che, nonostante l’assenza di fluidità del discorso, non si verifica affatto – né rientra, credo, nelle intenzioni dell’autore –, quanto a una cancellazione dell’espressione (è così che va interpretata la deliberata e ironica inespressività della lettura che ne dà l’autore).

 

Michele Zaffarano, AutoscattoMichele Zaffarano, Autoscatto Michele Zaffarano, Autoscatto

 

Si è parlato, a proposito di scritture di ricerca come quella di Zaffarano e di altri poeti contemporanei (Giovenale e Marzaioli, per fare soltanto due nomi), di nuovo oggettivismo: da intendere appunto, molto semplicemente, quale pratica di una scrittura che non si pone come espressione di un soggetto predeterminato. Non a caso i testi di Zaffarano sono sovente creati sulla base di prelievi e conseguenti alterazioni di altri testi, del tutto estranei alla letteratura; penso, per esempio, al precedente Cinque testi tra cui gli alberi (più uno), nel quale si ha la sensazione di leggere la rielaborazione di un sussidiario o, in considerazione della notevole componente francese della formazione di Zaffarano, di una vera e propria leçon de choses.

 

Si diceva dei «momenti di transizione tra le parole», enunciato sostanziale nell’economia dei Paragrafi sull’armonia, come peraltro conferma l’insistenza sul tradurre (si ricordi l’etimologia del termine traduzione, nonché il fatto che quest’ultima ha un ruolo determinante nel lavoro dell’autore). Su quei vuoti la scrittura di Zaffarano si esercita moltissimo, anzi, si può dire che, più di ogni altro poeta italiano contemporaneo, Zaffarano agisce sull’evocazione di un vuoto, sul continuo rinvio a un fuori del testo.

 

Cosa sia quest’alterità è difficile dirlo, perché naturalmente non è espressa; in ogni caso, leggendo le opere di questo autore, si trae spesso, e in maniera piuttosto netta, la sensazione che si tratti di una sorta di testo a fronte, di qualcosa che non basta a sé stesso, malgrado la macchina sia celibe e perfettamente oliata. Si potrebbe dire, semplificando all’estremo, che il fuori sia la realtà medesima, prima di tutto nella sua misura cosale o creaturale; tuttavia i Paragrafi sull’armonia chiamano in causa anche un piano diverso, evocato appunto dai termini ricorrenti parola, valore e scambio: la socialità («le parole condividono») o, in senso assai più esteso, la politica. Marx non è certamente una fonte incontaminata, né lo si può utilizzare ingenuamente, e per quanto vengano stravolte, le sue parole sono comunque pronunciate. Sta al lettore, continuamente sollecitato da questa scrittura, stabilire il perché.

 

 

 

 

Michele Zaffarano è nato a Milano nel 1970 e vive a Roma. Nel 2009 ha partecipato all’antologia Prosa in prosa (fuoriformato Le Lettere) e ha pubblicato Bianca come neve (La Camera Verde). Nel 2011 è stato incluso nell’antologia Poeti degli anni Zero, a cura di Vincenzo Ostuni (Ponte Sisto), mentre del 2013 è Cinque testi tra cui gli alberi (più uno) (Benway Series). Con Gherardo Bortolotti dirige la collana «Chapbooks» per l’editore Arcipelago di Milano. Suoi testi sono apparsi su «Testo a fronte», «L’Ulisse», «l’immaginazione», «Nioques», «Or». Ha tradotto vari autori, soprattutto francesi (Alferi, Badiou, Beckett, Cadiot, Ducasse, Espitallier, Flaubert, Gleize, Godard, Hocquard, Perec, Ponge, Quintane, Reznikoff, Roche, Tarkos), È tra i fondatori di gammm.org, del progetto editoriale Benway Series e delle giornate di EX_IT Materiali fuori contesto. Inoltre nel 2012 ha girato Le conseguenze della pietà filiale, Hamlet in the Dark Pt. II e S.O..

 

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Fotografie di Clara Cresta

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