Il pasticiaccio brutto della formazione degli insegnanti

Nella vita di un Paese ci sono argomenti che riguardano tutti, ma che in genere interessano a pochi. La scuola, tradizionalmente, è uno di questi: la comunicazione mediatica si concentra su poche vicende clamorose, mentre molti fatti importanti passano quasi sotto silenzio. Il caso di cui parleremo è uno di questi. Si tratta della formazione degli insegnanti: una questione di enorme rilievo in termini non solo culturali, ma anche politici, economici, istituzionali, civili. Gran parte del futuro di una nazione dipende dalle scelte che si fanno in campo educativo. Non si dà rinnovamento, non si dà progresso senza una scuola efficiente e qualificata.


Orbene: quest’anno, 2014-2015, è prevista l’attivazione del secondo ciclo del cosiddetto TFA (Tirocinio Formativo Attivo), corso post lauream della durata di un anno che abilita all’insegnamento nelle scuole medie e nelle superiori. Il decreto del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca (MIUR) risale a marzo; nelle intenzioni, il corso sarebbe dovuto cominciare a ottobre; se va bene, avrà inizio a gennaio. Con quali conseguenze?


Qualche chiarimento preliminare. Il TFA è un corso a numero chiuso: regione per regione, materia per materia, viene definito il fabbisogno in relazione alle cattedre che si renderanno disponibili nei prossimi anni. La selezione avviene in due tempi: un test nazionale a risposta chiusa (alias quiz a crocette), quindi una prova di ammissione nei singoli atenei che avviene in due fasi, prova scritta e colloquio orale (più valutazione dei titoli dei candidati). Il test nazionale ha avuto luogo in luglio, non senza la solita coda di polemiche causa alcune domande ambigue o mal formulate, anche qualche caso di risposte inesatte (com’era già avvenuto nel TFA del 2012). Nel frattempo – secondo norma – le università, in accordo con gli Uffici Scolastici Regionali e con i Comitati Interuniversitari di Coordinamento, hanno ripartito i posti disponibili.


La seconda fase della procedura di selezione però tardava ad essere avviata; il decreto ministeriale annunciato per la fine di luglio è stato pubblicato solo all’inizio di ottobre. Dopodiché, all’apertura delle iscrizioni, la sorpresa: tra le sedi organizzatrici di TFA sono inopinatamente apparse anche alcune università telematiche (eCampus in Lombardia e Pegaso in Campania) con un numero di posti spropositato, che stravolgeva la natura del processo. In alcuni casi, la sola offerta didattica di eCampus saturava i posti disponibili nell’intera regione. Ne è seguita una confusione inenarrabile, con una sorta di braccio di ferro tra università e MIUR del quale solo ora – fine ottobre – si intravede la conclusione (forse).


Va precisato che, secondo una norma stabilita a suo tempo dal MIUR, per la formazione degli insegnanti l’attività didattica erogabile in modalità e-learning (cioè online) non può superare il 20%. Abbastanza misterioso è quindi come le università telematiche abbiano potuto presentare una propria offerta formativa per i TFA. Su questo tema, segnatamente riguardo all’ammissione di eCampus in Lombardia, la senatrice PD Francesca Puglisi ha presentato un’interrogazione il 14 ottobre. Non mi risulta che la ministra Stefania Giannini si sia finora curata di rispondere.


Per evitare malintesi è indispensabile a mio avviso distinguere i diversi piani di discorso. Una prima questione, generalissima, è il ruolo dei nuovi media nell’istruzione, a ogni livello, inclusi i corsi in modalità e-learning. Un’altra questione, minore ma comunque di vasta portata, è il ruolo delle università telematiche all’interno del sistema universitario. Una questione ancora diversa e molto più specifica riguarda il possibile ruolo delle università telematiche nel campo della formazione degli insegnanti. Su tutt’e tre i temi si possono svolgere discussioni di carattere culturale, o politico-culturale, molto interessanti di per sé, ma fuori luogo. Personalmente, nutro molte riserve sulla possibilità di imparare online il mestiere dell’insegnante; ma qui il problema è un altro. Il problema è il mancato rispetto delle regole esistenti.


Diciamo subito che le possibilità sono due. La prima è che i diritti delle università telematiche siano stati, in origine, disconosciuti; resterebbe però in questo caso da chiarire 1) per quale motivo la questione non è stata posta molti mesi fa nelle sedi competenti, né chiarita dal Ministero; 2) come si possa conciliare la partecipazione delle università telematiche con il limite del 20% di cui si diceva. La seconda possibilità (francamente più verosimile) è che le università telematiche, escluse a buon diritto sulla scorta della norma vigente, abbiano compiuto una specie di colpo di mano, avvalendosi della connivenza di qualche funzionario ministeriale (altrimenti non si spiega abbiamo avuto accesso al sito del Cineca).


Mentre scrivo non è chiaro come si risolverà la vicenda. Ma di sicuro dei danni ci sono già stati. Proviamo a metterci nei panni dei corsisti che hanno superato la priva prova di ammissione e che da mesi attendono l’inizio dei corsi, presumibilmente senza capir nulla di quanto sta succedendo. Quale può essere il loro stato d’animo? Con quale spirito si accingono a seguire il corso? Fra l’altro, comunque vadano le cose, un’attività didattica che si sarebbe dovuta svolgere nell’arco di otto o nove mesi sarà compressa in cinque o quattro, a ovvio detrimento della qualità formativa.


Parliamoci chiaro. La condotta della Pubblica Amministrazione dovrebbe essere sempre, oltre che efficiente, trasparente. Ma questo è tanto più vero nel caso di due categorie di cittadini: i più deboli e vulnerabili, in primo luogo, e poi i cittadini ai quali competono istituzionalmente responsabilità educative. La formazione degli insegnanti, insomma, è un terreno di prova cruciale per il rinnovamento del Paese anche in negativo, perché l’esercizio dell’autorità ha sempre una grande valenza pedagogica. Se la condotta della Pubblica Amministrazione nei confronti dei futuri insegnanti risulta opaca, confusa, contraddittoria, o addirittura scorretta: se dà cioè l’impressione che le regole valgano sì, ma solo per coloro che non hanno la furbizia di eluderle o la forza di cercare di torcerle a proprio vantaggio, ebbene, i nuovi insegnanti riceveranno un imprinting che condizionerà l’intera loro carriera. Il pericolo è che per anni, per decenni, e anche senza rendersene pienamente conto, essi seguitino a trasmettere a generazioni e generazioni di studenti il segno di quella prima, originaria esperienza negativa. Il risultato sarà il protrarsi di una mentalità che pesa come un macigno sulla nostra volontà di rilanciare le sorti del Paese. Sarà il perdurare e il diffondersi di atteggiamenti di diffidente rassegnazione, di indifferenza sfiduciata, di insofferenza e fastidio, quando non di aperto dispregio, nei confronti delle istituzioni: cioè, in ultima analisi, dello Stato.


Ogni scorrettezza verso gli insegnanti in formazione si paga in termini di diseducazione alla cittadinanza. Di perdita di senso civico e, di conseguenza, di coesione sociale. E senza coesione sociale non si va da nessuna parte. Meno che mai si può uscire dalla stagnazione economica.

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