Carlo Ginzburg. La lettera uccide

La lettera uccide, scrive Paolo di Tarso. La lettera uccide chi la ignora, replica Carlo Ginzburg. 

In estrema e brutale sintesi, questo pare essere il senso dell'ultimo libro di Carlo Ginzburg, appena uscito per Adelphi, La lettera uccide.

Si tratta di un libro densissimo, coltissimo e appassionante. Tredici capitoli, di cui due inediti, che, nella vasta produzione di questo storico, richiamano, per impostazione e struttura, titoli come Occhiacci di legno o, anche, Il filo e le tracce.

Gli argomenti affrontati apparentemente sono eterogenei, da sant'Agostino a Garcilaso de la Vega, da Giovanni Gentile a Montaigne, passando per Machiavelli, Michelangelo, padre Matteo Ricci ed Ernesto De Martino nonché parecchi altri. Riassumere il testo pare quindi a tutta prima assai difficile.

Ma, al di là della congerie (in senso nobilmente retorico) di nomi e dati, vi sono alcuni pochi elementi ricorrenti, alcune costanti che, ci permettiamo di dire, sfiorano quasi l'ossessione. Sicché il riassunto del libro pare invece poi abbastanza fattibile. Tentiamolo.

 

Si tratta di esperimenti mentali, o esercizi, come li chiama a più riprese l'autore, e tutti sottintendono, o “implicano”, altra sua preferenza lessicale, riflessioni di metodo.

(Gianfranco Contini non è mai nominato in questo libro, ma in altri dell'autore sì, Il filo e le tracce o Nessuna isola è un'isola per esempio – e chi sa che la parola “esercizio” e la concomitante parola “implicazioni” non siano qui a denunciare una possibile ascendenza continiana – esercizi di lettura, implicazioni leopardiane ecc... Quando poi, a p.27, di Marc Bloch, si specifica che “un'analisi delle varianti... permette di capire come lavorava”, viene irresistibilmente alla memoria il celebre Come lavorava l'Ariosto).

Ma andiamo con ordine.

 

Cominciamo dal terzo saggio, che è quello eponimo. 

Nella Seconda lettera ai Corinzi Paolo afferma che “la lettera uccide, lo spirito dà la vita”. Egli contrappone qui un nuovo patto, una Nuova Alleanza tra Dio e uomini, basata appunto non sulla lettera, ma sullo spirito, e ciò in prospettiva messianica. Ma, sparito o attenuato l'impulso messianico, questa contrapposizione rimase in auge come semplice principio esegetico.

Se ne fece promotore soprattutto Agostino. È a lui che si deve principalmente una lettura allegorica della Sacra Scrittura. Eppure, proprio Agostino, accanto a questo tipo di interpretazione in chiave mistica, si fa paladino di una lettura letterale di certi passi biblici. Egli, nel trattato De doctrina christiana, sostiene che, ad esempio, la poligamia dei patriarchi va contestualizzata nel periodo che le è peculiare e così capita e non condannata a priori. Per il retore (quale Agostino era per formazione) ciò che conta è l'aptum (in greco il prèpon), “ciò che è adatto”. Adatto a un'epoca così come può essere adatto a un certo tipo di uditorio. Al modo che non esiste uno stile buono per tutti gli usi, ma uno stile appropriato all'occasione e a un determinato tipo di pubblico, parimenti non ci sono usanze assolutamente giuste o assolutamente sbagliate, ma confacenti a un periodo o meno. Come ricordò altra volta Ginzburg stesso: bisogna giudicare secundum quid e non simpliciter.

 

Questo non sta certo a significare che Agostino cada nel relativismo etico, come gli Accademici alla Carneade. No, no. Ma solo che egli valuta la lettera del testo nel suo giusto peso, tenendo conto di certi fattori cronologici, che poi, secolarizzandosi, diverranno “storici”.

Lorenzo Valla, mille anni dopo Agostino, non si muoverà in maniera poi troppo diversa da lui. Analizzando la lettera della Donazione di Costantino, contestando l'uso assolutamente anacronistico del termine “diadema” che in quel documento viene fatto (“corona d'oro o argento” e non, come dovrebbe, “fascia di panno o seta”), ne dedurrà inoppugnabilmente la falsità del documento. 

Quando Valla, nello stesso scritto contro la Donazione di Costantino, allude cripticamente al fatto che Mosè non può essere l'autore del Deuteronomio, in quanto vi è registrata pure la sua morte, si spinge ancora più oltre su questa strada. 

 

Carlostadio non alluderà soltanto a questa inammissibile incongruenza, ma scriverà apertamente che Mosè non può aver scritto il Deuteronomio, e proprio perché esso si chiude con la menzione della sua stessa morte.

Spinoza nel Trattato teologico-politico arriverà infine al rifiuto della Bibbia come testo sacro, ma ciò era stato reso possibile già dal rifiuto di Mosè come autore del Pentateuco.

La distruzione della sacralità della Bibbia comportò peraltro l'estensione a libri non sacri dei metodi di lettura della Bibbia stessa. L'ermeneutica teologico-religiosa ispirò la critica letteraria. Come testimonia il caso della Stilistica di Leo Spitzer, erede del circolo ermeneutico di Schleiermacher.

 

Esiste comunque una tensione tra interpretazione letterale e figurata che attraversa l'intera cultura occidentale (per cui è da vedere anche il capitolo settimo di Occhiacci di legno: Distanza e prospettiva, pp.203-226 dell'edizione 2019), che è anche una tensione tra Ebraismo e Cristianesimo. Quest'ultimo, concependosi come verus Israel, si sentirà superiore all'Ebraismo, in quanto porta a compimento, e nel contempo supera, l'interpretazione ebraica dei testi sacri (così come il Nuovo Testamento compie e supera l'Antico): l'Aufhebung hegeliana ha qui la sua radice teologica. Un altro caso, e quanto decisivo, di secolarizzazione!

 

Ora, sempre partendo da questo terzo saggio eponimo del libro, intendo fare un esperimento, in linea con un metodo seguito da Ginzburg. 

Il metodo è quello raccomandato da Eric Auerbach nel finale di Mimesis: isolare degli Ansatzpunkte legati a particolari concreti, che consentano di ricostruire in maniera induttiva il processo globale. Per ben tre volte nel volume Ginzburg vi fa appello (pp.6, 81 e 140). Il termine tedesco Ansatzpunkte è reso per due volte con “punti di partenza” e una con “punti di aggancio”. Questo stesso metodo è richiamato anche ne Il filo e le tracce (p.169: “attraverso un brano preso a caso... giungere a una comprensione più profonda dell'intero”). Quanto questo suggerimento auerbachiano consuoni con il famoso “paradigma indiziario” di Spie, il celeberrimo saggio del 1979, a me pare piuttosto evidente, benché lì Auerbach, se ho visto bene, non sia mai citato.

 

A pagina 56 di La lettera uccide viene menzionata l'accusa di criptogiudaismo rivolta contro un esegeta biblico, Pablo de Santa Maria, che altri non era che l'ebreo convertito Shlomo ha-Levi, del cui commento si servì forse Lorenzo Valla.

Ora, la parola in questione, criptogiudaismo, ci porta dritti al saggio Il segreto di Montaigne, il nono della presente raccolta (p.172). Perché proprio questo, secondo Ginzburg, sarebbe, o è, il segreto del grande filosofo francese. Egli, discendente per parte di madre da ebrei spagnoli convertiti, non menziona quasi mai Cristo nei suoi Saggi, e, paradossalmente, nell'Apologia di Raymond Sebond, si esprime assai scetticamente sull'orgoglio dell'uomo, questa creatura così fragile, calamitosa e, al tempo stesso, a tal punto vanitosa da credersi centro della Creazione. Il potere nobilitante dell'Incarnazione pare parecchio lontano da queste pagine.

 

Ma Montaigne non poteva dichiarare così apertamente i propri dubbi sulla figura di Cristo. Doveva scrivere tra le righe, in modo obliquo. Al modo che, secoli dopo, insegnerà Leo Strauss, quello di Scrittura e persecuzione (e anche questa è una presenza costante di questo volume, citato per ben quattro volte nel corpo del testo. Ginzburg stesso è stato definito, non si sa quanto a ragione, uno “straussiano”).

Il filosofo francese affiderà a una data, prima soppressa e poi reintrodotta di suo pugno sulla stampa cosiddetta di Bordeaux, il suo messaggio cifrato. La data è quella del primo marzo 1580. La stessa in cui cade la festività ebraica di Purim, quella in cui, non a caso, ci si maschera.

 

Prendiamo adesso un altro Ansatzpunkt o “punto d'aggancio”, sempre dal saggio eponimo (p.52).

Questa volta è un nome, quello di Peter Brown. 

Con piglio giovanilmente polemico Ginzburg dissente in modo netto da questo famoso specialista di Agostino e del mondo tardo-antico. Il passato pagano del celebre santo non è stato affatto cancellato, come vorrebbe Brown. Esso continua ad agire. Una formazione retorica così capillare non può esser dimenticata da un giorno all'altro.

Ciò che ci fa saltare a p.154. Qui, nel saggio Plasmare il popolo (l'ottavo), è un altro mostro sacro ad esser attaccato da Ginzburg. Si tratta niente meno che di Edgard Wind. Questo eminente studioso aveva affermato che Machiavelli era rimasto “indifferente alle arti visive”. Il Nostro sostiene invece la tesi opposta.

 

Conversazioni tra Machiavelli e Michelangelo, che si conoscevano, benché non conservate, paiono aver lasciato tracce consistenti in uno dei capolavori scultorei del Maestro, ossia il monumento funebre di Lorenzo de' Medici, dedicatario non a caso del Principe.

Per il teorico politico, nei Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio, bisognava plasmare il popolo come uno scultore plasma il marmo.

 

 

Dal canto suo, Michelangelo, in un animale enigmatico, riprodotto in un piccolo blocco di marmo posto sotto l'avambraccio della statua di Lorenzo, pare aver fuso insieme volpe e leone, “la golpe e il lione”, del capitolo diciottesimo del Principe, simboli della forza e dell'astuzia che, contemporaneamente, deve possedere il principe.

Mussolini, vari secoli dopo, si ricorderà del passo di Machiavelli: dominare la massa come un artista (1932), questo l'obiettivo del duce. Evidente estetizzazione della politica, avrebbe commentato qualche anno più tardi Walter Benjamin.

 

Questo nome è citato da Ginzburg in relazione alla settima delle Tesi di filosofia della storia. Quella che, nella traduzione di Renato Solmi, così si chiudeva: “Egli [il materialista storico] considera come suo compito passare a contrappelo la storia”, Angelus novus, edizione 1981, p.79. E questo è il metodo seguito anche da Ginzbug. Cfr, qui, oltre che nel sottotitolo del secondo saggio, Rivelazioni involontarie. Leggere la storia contropelo, anche nel corpo dei saggi Le nostre parole e le loro, p.72: “leggere le fonti medievali contropelo”, e Microstoria e storia del mondo, p.91: “le parole di Tacito si leggono in controluce”. 

Ma già uno dei maestri pisani di Ginzburg, Delio Cantimori, addestrava i suoi allievi alla “lettura lenta tra le righe” (prefazione, p.xii). Quando, nel 2010, a Ginzburg venne conferito il premio Balzan, egli ebbe modo di ricordare che un altro dei suoi maestri, Arnaldo Frugoni, gli aveva insegnato che “le fonti si leggono in controluce”.

 

Un altro dei nomi ricorrenti in queste pagine è quello del linguista, antropologo nonché missionario protestante statunitense, Kenneth L. Pike.

In un'opera che risale a più di cinquant'anni fa, Language in Relation to a Unified Theory of the Structure of the Uman Behaviour, egli contrappone due livelli di analisi, quello dell'osservatore e quello dell'attore. Li denomina “etic” (da “phonetics”, fonetica) e “emic” (da “phonemics”, fonemica).

L'osservatore ha le sue categorie che non può né deve sovrapporre a quelle degli attori. La tendenza della ricerca dev'essere quella di partire da domande del livello “etic”, per giungere a risposte del livello “emic”.

Ossia bisogna evitare non solo gli anacronismi, ma anche quelli che Ginzburg chiama i “ventriloquismi” degli storici, le loro identificazioni indebite, basate su un malinteso concetto dell'empatia.

Ossia, per intenderci, ciò che Robin George Collingwood, negli anni Trenta del secolo scorso, sulla scorta dell'attualismo puro di Giovanni Gentile, chiamava “re-enactment”, reso qui con “presentificazione”, Microstoria e storia del mondo, p.103.

E qui cadrebbe magari opportuno ricordare che Malinowski, l'antropologo teorico dell'adesione “al punto di vista dell'indigeno”, suscitò grande scalpore qualche decennio fa quando vennero rese note certe espressioni palesemente razziste dei suoi diari nei confronti degli abitanti delle isole Trobriand (“negracci”). Vedi Nessuna isola è un'isola, pp.108-110.

Incidentalmente, notiamo poi che anche in questo volume viene ribadito che il concetto di “microstoria” non si riferisce alle dimensioni, reali o simboliche del fenomeno studiato, bensì piuttosto all'analiticità dello sguardo, come filtrato dal microscopio (Le nostre parole, e le loro, p.83).

 

Secondo Ginzburg, sulla scorta delle categorie di Pike, lo storico è un traduttore. Anche perché l'interpretazione è traduzione (anche dal momento “etic” a quello “emic”, e viceversa).

Ciò è ribadito a più riprese: pp.78, 149 e 233. “Coloro che studiano la storia traducono il linguaggio di altre culture e di altre società in un linguaggio che è il loro”. “Il rapporto etic/emic può essere inteso come un esercizio di traduzione”. E, soprattutto, “la traduzione è un processo senza fine”.

Non so quanto queste tesi debbano a quelle espresse da George Steiner, in Dopo Babele, dove l'atto della traduzione è identificato tout court con quello della comprensione, ma so che un altro dei bersagli polemici di Ginzburg in questo libro è rappresentato dal pur fondamentale Dictionnaire des intraduisibles. Nello specifico là dove Barbara Cassin liquida l'omofonia come un fenomeno marginale.

 

E invece il Nostro, basandosi su alcune acutissime osservazioni di Garcilaso de la Vega – il primo “mestizo” della letteratura spagnola (1539-1616), di padre spagnolo e madre inca, – a proposito di pronunce diverse della stessa parola quechua “huaca”, che davano origine a significati diversissimi, fraintesi dai colonizzatori spagnoli, si produce in considerazioni molto interessanti, non tanto relative all'ovvio contrasto tra cultura orale e cultura scritta, quanto piuttosto al ruolo che gli antichi grammatici greci e latini (e le grammatiche dei missionari) hanno avuto per le riflessioni di Garcilaso de la Vega sull'alfabeto, e le sue implicazioni. Ancora una volta è in gioco la relazione tra i due livelli, “etic” e “emic”.

Ogni vera storia è storia comparata, afferma Ginzburg, parafrasando il celebre teorema crociano secondo cui ogni vera storia è storia contemporanea (pp.100 e 105).

 

Un'altra sonda che si può lanciare attraverso le dense pagine di questo libro è quella del caso.

Il “caso” è contemplato qui sia nel suo senso inglese di “case” che in quello di “chance”; o, in tedesco, “Kasus” e “Zufall”.

Da un lato gli studi dedicati a casi specifici, come quello di Garcilaso e altri, sono deputati però anche a illuminare aspetti generali (nella fattispecie i rapporti tra colonizzatori e colonizzati, e le loro rispettive culture). Ma dall'altro Ginzburg insiste proprio sul caso, inteso come azzardo o, meglio, “hasard”.

“Per mero caso”, così attacca il saggio Conversare con Orion, dove vengono illustrati i risultati in cui ci si può imbattere consultando a caso il catalogo elettronico dell'Università della California. Tenendo conto però che il puro caso non è mai così puro, dato che si parte sempre da certi presupposti, conoscenze pregresse eccetera che non possono non venir considerati.

 

Ginzburg rievoca poi il ruolo del caso nella sua scoperta dei Benandanti, sciamani friulani del Cinque-Seicento, quando, mezzo secolo fa, si trovava all'Archivio di Stato di Venezia e, potendo restare solo pochi giorni, decise di consultare tre buste a caso ogni giorno.

Quando parla del “caso” in questo senso usa un verbo che mi è parso assai significativo: “afferrare”. 

“Diedi un'occhiata a quei testi e ne fui immediatamente afferrato”, p.6. “Esse [quelle pagine] mi avevano afferrato”, p.138.

Anche quando, nella postfazione 2019 al Formaggio e i vermi, rievoca l'incontro con gli atti del processo a Domenico Scandella (Menocchio) usa questo stesso verbo: “cominciai a leggerli [i processi microfilmati] e ne fui immediatamente afferrato”, p.211.

Si tratta di un'autentica folgorazione: “folgorati da un documento”, aggiunge a p.83 di Le nostre parole e le loro, riferendosi a certi storici che poi paragona a “una gallina” che prima zampetta qua e là e poi si guarda intorno “prima di afferrare un verme”, con la speranza “che nessuno si senta offeso” dall'ardita similitudine.

 

L'esperienza dello storico è dunque simile a una sorta di possessione: si viene afferrati. Come da una forza misteriosa.

Ed è improvvisa. “Di colpo” è detto sempre qui a p.83. Ma anche a p.186: “di colpo”, riferito a un frammento di documento che poi viene inserito in una serie più vasta e acquisisce così un senso più ampio.

Ma a p. 145 i termini usati sono anche più eloquenti “La scintilla che accese... la ricerca”.

Non so se Ginzburg avesse qui in mente l'avverbio platonico exaiphnes (“di colpo”, “improvvisamente”), che, nel Simposio e nel Parmenide, indica quel momento privilegiato e fulmineo in cui il soggetto ha, o è preso dalla, corposa visione dell'idea. Ma forse lui condivide non gli entusiasmi al proposito di Carlo Diano, quanto piuttosto i sarcasmi di Pierre Vidal-Naquet sul “carattere demenziale di queste esegesi” (Il cacciatore nero, 2006, p.273).

 

Ho cercato di dare, per quanto mi è riuscito, un panorama di alcune delle molte e interessantissime questioni di questo libro.

Ne ho tralasciate diverse. Ma voglio concludere con il saggio su Ernesto De Martino, Verso “La fine del mondo”, terzultimo della raccolta, soprattutto per le sue implicazioni di metodo.

In esso si sostiene che la ben nota categoria di “crisi della presenza”, al centro della riflessione demartiniana, aveva una radice autobiografica, e precisamente nell'epilessia sofferta dall'etnologo nei suoi anni giovanili. Un concetto antropologico era dunque il travestimento di una malattia. O, meglio, non si può tralasciare l'influsso della vita privata sull'elaborazione di questa decisiva teoria.

Così come, in Rapporti di forza (uscito nel 2000), il caso del critico relativistico e postmodernista Paul De Man, teorico della “doppiezza” e dell'impossibilità di districare verità e finzione, veniva ricondotto, anche, al suo passato, sempre taciuto, di nazista e antisemita (pp.36-39 della lunga Introduzione).

Come recita un appunto inedito di De Martino stesso: ogni storiografia è autobiografia. 

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