Non so bene come la gente immagini Atene. Molti ci sono stati per turismo, e di certo la prima cosa che viene loro in mente è il Partenone. Un’immagine oleografica.

Negli ultimi tre anni ho frequentato a lungo la capitale ellenica, e ci ho vissuto molti mesi. Ero lì per raccogliere materiale per una ricerca sulla Δεκεμβριανά, ovvero i fatti del Dicembre 2008.

Ho anche raccolto un buon repertorio d’immagini, ma le mie non sono di quelle che facilmente si vedono al chiosco dei souvenir sotto forma di cartolina, perché inquadrano un aspetto della realtà greca, quello delle violenze urbane e della crisi economica, scomodo e drammatico. I media ne hanno parlato a lungo: prima le rivolte e le guerriglie urbane del Dicembre 2008, poi la situazione economica greca e la crisi. A tal proposito anche Annozero (3 giugno 2010) ha messo in onda un servizio giocato su questi due aspetti.

 

Chi è mediamente informato e segue i telegiornali può, senza grandi difficoltà, fare mente locale su quanto accaduto ad Atene il 5 maggio 2010. L’episodio più eclatante è stata la morte dei tre lavoratori della Marfin, causata da un incendio scoppiato durante la guerriglia sorta nel corso della manifestazione organizzata quel giorno in occasione dello sciopero generale. Il corteo attraversava il centro della capitale, da Odos Patision fino a Piazza Syntagma. Ad Atene non è difficile indovinare il percorso di una manifestazione; non c’è nemmeno bisogno di chiederlo, basta seguire alcune tracce precise: la presenza di squadre di poliziotti in assetto antisommossa nelle vie laterali; le vetrine dei negozi, delle banche e di tutte le attività commerciali chiuse e protette da fitte reti metalliche; le scritte sui muri e le macchie di vernice; la presenza di edifici bruciati, di telecamere divelte e vetrine mandate in frantumi; i marmi dei gradini e delle coperture spaccati per essere lanciati nella battaglia.

La città che sta ai bordi del corteo è pronta a proteggersi.

 

 

Quella mattina ero lì. C’era il sole e le persone, lavoratori del settore pubblico e privato, giovani, studenti e disoccupati, famiglie e pensionati, hanno iniziato a radunarsi lentamente. All’inizio tutto era tranquillo, troppo per essere ad Atene. Poi il corteo si è messo in moto, con lentezza pachidermica. L’aria però era tesa; tutti noi eravamo pronti a correre, nel caso avessero attaccato il corteo o fosse necessario ripararci la faccia per il lancio dei lacrimogeni. Pochi minuti dopo l’inizio, lungo i marciapiedi ai lati della folla, hanno iniziato ad arrivare, a passo sostenuto, gruppi di persone con il volto coperto e diversi oggetti in mano: mazze, martelli, spranghe e bottiglie incendiarie. In Grecia li chiamano Κουκουλοφόροι, incappucciati; noi gli diamo nomi diversi: black block, anarchici, disturbatori, violenti, vandali a seconda dell’occasione; alcuni li chiamano i ragazzi (the guys). Anch’io. I ragazzi ai margini del corteo, pacifico,hanno iniziato ad esercitare la violenza. Dall’interno alcuni li fischiavano e gli urlavano di allontanarsi; in altre manifestazioni avevo visto varie persone litigare con gli “incappucciati” nel vano intento di farli smettere. Nei loro confronti ho provato rabbia; sapevo che la loro azione era favorita proprio dalla presenza del corteo, perfetto per disperdersi o mimetizzarsi per essere al sicuro. Ma sapevo anche che, se la polizia avesse deciso di caricare, avrebbe coinvolto pure noi, incurante che manifestassimo in maniera non violenta.

 

Durante il percorso del corteo ho parlato con un insegnante della scuola pubblica pagato a ore. Condivideva il mio sentimento e mi ha raccontato che quel giorno in strada c’erano numerosi lavoratori e colleghi che altre volte scioperavano, ma non scendevano in piazza a protestare, e che si erano decisi anche grazie all’attività dei sindacalisti. Tuttavia le violenze dei ragazzi avrebbero portato la polizia ad attaccarci, con cariche e lacrimogeni, convincendo una volta per tutte i neofiti del corteo a ritornare alla buona, perché sicura, abitudine di scioperare da casa propria. Un altro manifestante che ci stava ascoltando, quando ha visto arrivare i Κουκουλοφόροι ha esclamato: Let the guys do their job!

La frase mi è rimasta impressa e mi è rimbombata nelle orecchie quel pomeriggio stesso, quando ho appreso dai telegiornali che tre persone avevano perso la vita.

           

Per la gravità della tragedia avvenuta il 5 maggio, la giornata rappresenta il momento culminante di un ciclo di manifestazioni e scioperi che ha avuto però inizio con la fine del 2009, quando il governo ha iniziato a varare misure di austerity e tagli alla spesa pubblica, in seguito alla profonda crisi economica.

Tuttavia il Paese già nel 2008 aveva vissuto un ciclo di proteste giovanili, sfociate in guerriglia urbana, a seguito dell’uccisione da parte di un poliziotto di un ragazzo di 15 anni.

Le immagini delle proteste e delle manifestazioni contro i tagli imposti dal governo greco, il FMI e l’Unione Europea, come le immagini della Troika che raggiunge la capitale ellenica per discutere la crisi economica, sono solo una parte dell’iconografia della crisi.

 

 

Se devo invece cercare delle immagini che possano descrivere la crisi economica ad Atene, nella realtà quotidiana, scatterei una fotografia agli incroci stradali, dove dei tre semafori presenti (lato destro, lato sinistro e alto) se ne accende uno solo, se va bene. Un’altra immagine me l’ha regalata un amico al mercato rionale, l’αγορά λαϊκή, dove vengono venduti soprattutto frutta e verdura fresche. Questi mi ha fatto notare che ci sono molti giovani che aiutano i genitori dietro i banchi del mercato al posto dei lavoratori migranti, commentando: non vanno più a bere il caffè con gli amici mentre i genitori fanno il mercato, adesso aiutano nell’attività familiare.

Un altro segno della crisi lo si avverte camminando e osservando le realtà commerciali lungo il marciapiede, una vetrina ogni tre, a tratti una ogni due, è vuota. Il negozio, il caffè o il ristorante di turno ha chiuso bottega, sui vetri restano gli avvisi Ενοικιάζεται e Πωλείται: affittasi e vendesi.

 

Un’ultima immagine: una mattina sono al supermercato e acquisto un barattolo dell’autentico yogurt greco, di una marca molto nota anche all’estero. A casa, mentre faccio colazione con lo yogurt colato, il miele e le noci, sono colpita da un dettaglio della confezione: si avverte il consumatore che gran parte del latte con cui viene prodotto il tradizionale yogurt greco viene da allevamenti tedeschi, olandesi e francesi.

Provare per credere. 

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