Barranquilla (Colombia). Dal balcone di Tita si vede il Magdalena

Alle nove del mattino il quartiere è già in piedi: l’elevato tasso di umidità non sembra scoraggiare nessuno, nonostante l’aria condizionata stia già facendo sudare le vetrine e il sole del tropico picchi da ore sulle teste per rimbalzare sul cemento malconcio dei boulevard del Prado.

L’Emisora Atlántico trasmette dalla settantaduesima il suo popolare notiziario radio. Oooooo-límpi-caaaa insiste la concorrenza dagli studi accanto, mentre un capannello di buontemponi mattinieri staziona di fronte alla vetrata della Reina Fm, la regina del vallenato. I clacson servono a regolare il traffico e a ribadire la virilità dei conducenti. Come se ce ne fosse bisogno. L’abilità retorica esibita dalle belle signore compresse dentro taglie uniche è una vera e propria arte di cui impadronirsi. Non si sa mai.

Gli autobus Trasalianco sbuffano carburante, c’è poco da fare, si lamentano così, perché è fastidioso fermarsi, il motore perde il ritmo, meglio raccogliere i pendolari in corsa. Del resto, ci infiliamo nel veicolo e ne sgusciamo fuori comodamente: senza porte circola addirittura un filo d’aria, calda, ma almeno circola.

Sugli ampi marciapiedi dissestati c’è chi offre a prezzi concorrenziali fette di aguacate – parola di origine Nahuatl – frutto comunemente conosciuto come avocado negli Iper nostrani, chi s’improvvisa vigile sventolando brandelli di salviette sudicie, chi vende succhi di frutta preparati al momento e chi presta il proprio cellulare, 150 centavos verso qualsiasi operatore: il risparmio, rispetto a Bogotá, è in media di 50 centavos al minuto. Conviene di più sulla costa.

 

 

Pochi isolati dividono l’hotel Barahona, dove alloggio, dalla casa di Tita Cepeda. Arrivarci è facile, perché l’ultimo piano dell’edificio dei Gerani color Malva, dove vive oramai da sedici anni, è ben visibile dalla strada ed è anche un comodo punto di riferimento per fingere sicurezza con i tassisti, sempre pronti a volere sposare la passeggera di turno dopo averle puntualmente gonfiato il prezzo della corsa. Dev’essere che, oltre all’Iva, la tariffa prevede una piccola maggiorazione per la quota di sentimentalismo. Tutto incluso, comunque trattabile.

Da quest’altezza, dice Tita, si può vedere il punto in cui i soldati dell’esercito colombiano risalirono il fiume Magdalena, diretti verso Ciénaga – un paese a pochi chilometri da Barranquilla – per dare una mano alle guardie private della United Fruit Company a far fuori il più alto numero possibile di scioperanti. Questo nel 1928, il 6 di dicembre. Nel dossier conservato a Washington si parla di 7 morti. Nella realtà, invece, chi vive a Ciénaga, ancora oggi, preferisce non parlarne.

È proprio nel Prado – il giardino di Barranquilla – come lo chiamavano agli inizi del secolo scorso, che Tita scopre William Faulkner. Ha quindici anni, più o meno, e ha appena traslocato nel quartiere con la famiglia vicino al collegio femminile Lourdes del quale conserva un ricordo vivido, avendo conteso per anni la panca verde delle punizioni a Marvel Moreno, una delle più grandi scrittrici colombiane della seconda metà del Novecento, anche lei originaria della costa atlantica.

 

Il merito della scoperta dello scrittore statunitense, com’è intuibile, non va certo attribuito alle suore dell’educandato, piuttosto al suo spirito d’iniziativa: la traduzione in spagnolo di Requiem per una monaca aveva già dato parecchi problemi in Colombia alla casa editrice argentina che l’aveva messa in circolazione. Nell’ambulatorio del nuovo medico di famiglia, Tita sottrae una copia di Santuario pubblicata nel 1945 a Buenos Aires. Chi l’avrebbe mai immaginato, esclama Tita buttando tutto il peso del corpo all’indietro, dimenticandosi d’essere seduta in bilico sullo schienale del sofà: dopo un po’, alla fine degli anni Quaranta, avrebbe conosciuto e sposato Alvaro Cepeda Samudio, lettore entusiasta del premio Nobel statunitense e forse il più audace tra gli innovatori del panorama letterario colombiano della prima metà del Novecento. E qui c’entra tanto la letteratura statunitense, quanto il Magdalena e lo sciopero delle cosiddette bananeras di Ciénaga. Considerando il fatto che il marito di Tita, autore del romanzo La casa grande, pubblicato nel 1962 e ancora inedito in Italia, fu intimo amico di Gabriel García Márquez, non è difficile immaginare il ruolo dell’autore di The Sound and the Fury nella faccenda, che tanto ha influenzato il Gruppo di barranquilla. Quel romanzo, l’unico scritto dallo sperimentalista tropicale Alvaro Cepeda Samudio, oltre che una tra le opere anticipatrici del cosiddetto Boom della letteratura ispanoamericana, è il più riuscito tra i testi ispirati alla strage di Ciénaga, ricordata anche nelle pagine di Cent’anni di solitudine.

 

 

Lo sciopero delle bananeras segna uno dei momenti di maggiore scontento di una classe eterogenea di lavoratori salariati che non possedeva alcun tipo di rappresentazione politica legittima ma che iniziava ad organizzarsi in tutto il paese. Nel novembre del 1928, dopo varie settimane di tensione, in tutta la zona occupata delle piantagioni, i lavoratori della United Fruit Company (quella del bollino blu, per farla breve) si riunirono nella piazza di Ciénaga. Chiedevano di potere parlare al governatore, ma al posto arrivò l’esercito colombiano, al servizio della compagnia statunitense. La notizia si diffuse rapidamente sui quotidiani di tutta la nazione. Lo sciopero della United Fruit divenne il simbolo della lotta contro un governo sempre pronto a calarsi le braghe al cospetto dei cugini statunitensi.

 

Tutto questo, intorno all’inverno del 1928, anche se nel tropico non è così semplice parlare di stagioni. Ci si può orientare meglio con le fioriture e le fruttificazioni. Per esempio adesso, a Barranquilla, è l’epoca del succulento zapote e delle piogge energiche, prima che i venti dicembrini – che qui chiamano amichevolmente brezze – non scoperchino case per giorni e giorni, rabbonendosi solo in tempo di Quaresima, dopo essersi divertiti a far saltare tubature e a sfilacciare cavi della luce. Le acacie sono in fiore, così come le bouganville, le cui macchie pesanti di rosso carminio ciondolano sulla strada aggrappate ai cancelli.

Forse della Barranquilla di Alvaro rimangono solo le ceibe secolari della cinquantaquattresima e il fiume, dice Tita e lancia l’insalata nel carrello. La vedo triste, questa lattuga, bisogna che qualcuno la lavi al più presto con del rum, per metterle un po’ d’allegria, conviene, e s’avvicina alla cassa tossendo.

Alvaro Cepeda Samudio e Gabriel Garcia Marquez

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