Berlino: The Whole Earth

Nell’ambito di un progetto inteso a indagare attraverso l’arte e la scienza l’era dell’Antropocene, come ha definito Paul J. Crutzen la nuova età della Terra dominata dall’uomo, la Haus der Kulturen der Welt (La Casa delle culture del mondo) di Berlino, istituzione concepita come forum internazionale per le arti contemporanee, presenta una mostra dedicata all’immagine fotografica della Terra vista dallo spazio.

 

Il titolo della mostra, The whole earth. La California e la scomparsa del mondo esterno, rimanda alla tesi centrale dei curatori, che eleggono la prima immagine della Terra fotografata interamente dallo spazio a icona storica che, alla fine degli anni Sessanta, sostituisce l’immagine del fungo atomico, fotografia simbolo del dopoguerra e della guerra fredda. Vista dallo spazio, la Terra è il pianeta che ci contiene tutti, la madre che include e protegge indistintamente i suoi figli, come la Vergine sotto il suo manto. Questa Terra, una volta apparsa nella sua ‘interezza’ fotografica, diviene immediatamente il simbolo della cultura hippie e della controcultura americana, e specificamente, californiana.

 

 

The whole earth ha però anche un riferimento concreto: con questo nome è uscito in California dal 1968 al 1972, e sporadicamente addirittura fino al 2003, un catalogo di merci, informazioni e risorse alternative, con lo scopo di mettere in relazione fra loro persone con lo stesso stile di vita e la medesima visione del mondo, e creare, quindi, un circuito di comunicazione diretta tra i suoi fruitori, nonché la costituzione di una banca dati universalmente accessibile. Un’idea rivoluzionaria e preconizzatrice, in cui è facile riconoscere un’anticipazione del world wide web, dei motori di ricerca e dei social network. E non è un caso che l’idea del catalogo nasca proprio dalla forte emozione suscitata nel suo fondatore, Stewart Brand, dalla prima immagine a colori del Pianeta, diffusa dalla NASA nel 1967. E’ proprio dalla forza di questa immagine, infatti, che scaturisce il progetto di una rete di connessioni orizzontali per una condivisione delle risorse del Pianeta.

 

 

Ma qual è la grande suggestione di queste immagini, di cui la mostra documenta la storia – gli scatti parziali del 65-66 all’interno del progetto Gemini, la prima fotografia satellitare dell’intero pianeta del 1966 e, infine, la prima immagine a colori datata 1967, presa da 35.900 chilometri di distanza, o anche l’immagine della Terra che sorge sulla Luna, fotografata dall’ Apollo 8 nel 1969? La risposta più precisa risiede probabilmente nelle famose parole con cui l’astronauta Russel Schweickart, pilota della missione Apollo 9, commenta la visione del nostro pianeta dalla navicella spaziale: la Terra appare ‘senza limitazioni né confini’ (no frames, no boundaries). Dunque, entrando in crisi la concezione di un mondo diviso in blocchi contrapposti, l’immagine dell’intera Terra si impone nel segno di questa nuova visione, conseguenza di un cambio di prospettiva, per cui l’identità dell’uomo appare, per parafrasare ancora Schweickart, tutta dentro quell’‘oggetto’: il corpo celeste nella sua magica interezza. Come se l’uomo, con l’avventura spaziale, non avesse scoperto tanto la concretezza della Luna, quanto quella della Terra stessa, e questa gli si fosse rivelata, al contempo, ‘sconfinata’.

 

 

Il percorso espositivo presenta la controcultura della metà degli anni Sessanta alla luce di questa ‘scoperta’, mettendone così in evidenza sia la radice californiana che la qualità di primo vero e proprio movimento globale. Con varie sezioni giustapposte, che spetta al visitatore ordinare e selezionare, vengono proposti itinerari attraverso l’arte figurativa,(soprattutto grafica e fotografica, da Angela Bulloch a Ronald Feldman, da Robert Rauschenberg ad Andy Wharol), la musica, la scienza e il cinema, con una impressionante quantità di suggestioni e riferimenti, da quelli più scontati (2001: Odissea nello Spazio è del ‘68) ad altri meno evidenti: l’ipotesi Gaia, a metà degli anni Sessanta, che considera la Terra e la sua biosfera come un organismo vivente, la riscoperta della cibernetica e quindi la nascita del concetto di autopoiesi di Maturana e Varela (1970), così come i primi passi della bioeconomia, e insomma tutti gli approcci olistici caratteristici di quegli anni che porteranno, tra l’altro, al naturalismo e all’ecologismo. Non si contano poi le filiazioni musicali del ‘Pianeta azzurro’, si parte da Joe Meek &the blue men con I Hear A New World, un album del 1960 ispirato ai primi passi del programma spaziale, per arrivare a nomi notissimi della musica pop e rock come The Byrds, Pink Floyd, David Bowie, Van der Graaf Generator, o alla musica cosmica di Sun Ra, in cui il fascino per lo spazio è legato alla riscoperta della Terra in quanto madre di tutti i popoli.

 

La Terra fotografata dallo spazio si rivela in certo modo più immagine sacra che scientifica e tecnologica, all’origine dei culti naturalistici, vitalistici ed esoterici che hanno caratterizzato la controcultura degli anni Sessanta e le sue più tarde propaggini, proponendosi come totalità di segno positivo, agli antipodi della lugubre visione del pianeta globalizzato di oggi, dove ‘essere vivi o essere morti è la stessa cosa’. Con queste parole si chiudeva un breve film di Pasolini che si chiamava, appunto, La Terra vista dalla Luna: era il 1967.

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