Bogotà col fiatone

Atterrando all’aeroporto El Dorado il segnalatore di altitudine, finalmente bloccato, indica 2654 metri sul livello del mare. L’aereo è fermo, ma siamo ancora molto su. Così è Bogotà, megalopoli colombiana di ottomilioniepassa di abitanti scomodamente sdraiata su un vasto altopiano della terza cordigliera andina, quella più a ovest, ben lontana dalla costa pacifica. In questa città eteroclita, fatta di pieni e di vuoti fisici come esistenziali, le cime montuose la fanno da protagonista: non solo incombono dall’alto con sguardo sopracciò (“le montagne hanno l’aria di volerci fare la morale” sosteneva Bachelard), ma regalano alle tavole esoticamente imbandite frutta gigantesca e selvaggina succulenta che, rispetto all’ottimo pesce al cocco del vicino Caribe, spicca per la sua aria greve e intensa. E poi, principalmente, le montagne costringono a rallentare: a quell’altezza tutto – a qualsiasi livello e di qualunque natura – va fatto con calma, perché ci vuole tempo per ogni cosa e l’ossigeno è poco, bastante a malapena per tirare avanti, per immaginare approssimativamente di potercela fare. Altrimenti sale il fiatone.

 

 

Girando per le strade, due sembrano essere i protagonisti assoluti della città, soggetti-rete e veri attori sociali. Innanzitutto lo sciame di taxi gialli piccolissimi (city car o giù di lì, dove possono stiparsi al massimo quattro persone compreso il guidatore), malridotte autovetture di risulta che contrastano stereotipicamente con le migliaia di imperiosi SUV blindati (chiamati giustamente camionetas) – necessari, si giustifica, per evitare le innumerevoli, profonde buche nell’asfalto urbano. Ci sono più taxi che macchine, a Bogotà, e le macchine sono tante: e tutti, taxi di servizio e automobili civili, a produrre un traffico tanto mostruoso quanto esotizzante, che affumica la gola, costruendo un senso del tempo e dello spazio molto particolare. Di modo che qualsiasi tragitto si configura come un’avventura e ogni destinazione come una conquista. Si sa quando si parte ma non quando si arriverà; si sa dove si è e non dove si potrebbe andare. L’approssimazione è la regola. Ma alla fine, diversamente da analoghi centri urbani europei, la cosa non tranquillizza. Per via del fiatone: che essa contribuisce peraltro a creare.

 

 

L’altro protagonista di questa città, se vista dalla strada, è il plotone di agenti di polizia (pubblica o più spesso privata), body guard malamente impinguinate e soldati in tuta mimetica che affollano calles e carreras, portinerie private e hall di centri commerciali, ingressi di scuole e d’università, vetrine di negozi, androni di ristoranti, disimpegni delle toilette. Tutti armati sino ai denti, a controllare palmo per palmo il territorio. Se a un certo punto, in un marciapiedi, cambi direzione o semplicemente ti fermi per guardare in giro, se stai lì a non far nulla o a recuperare il fiato, c’è subito qualcuno che mette mano alla pistola guardandoti sospettosamente. Cerchi qualcosa? Stai bighellonando come un flâneur? Passerai per un probabile malfattore.

 

 

A me è capitato di andare in bagno in un ristorante baladeiro (il celebre Andrés Carne de Res, sfida impegnativa per qualsiasi specialista di ekphrasis) ed esser seguito da un paio di omoni neri, visibilmente armati, che, ignari del genio di Duchamp, hanno scrutato con impegno perfino l’orinatoio che, non senza imbarazzo, stavo provando a usare. Del resto, si sa che è nei bagni che gira la coca – questo grande, imbarazzante non detto che, unico e solo, surrettiziamente rende comprensibili tanti discorsi e comportamenti, segni e linguaggi di gran parte della gente di Bogotà. Adesso la si vende nelle bancarelle dei souvenir sotto forma di tisana rinfrescante (tè alla coca, viene chiamato), e in parecchi preferiscono una bottiglietta di Cola ghiacciata al cafecito rituale. Ma si capisce che è di lei che, sempre e comunque, si sta parlando; è a questa fatale polverina bianca che si sta continuamente pensando. Nel bene come nel male: roba da fiatone.

 

 

Sarà per memoria dei tempi dei narcos spadroneggianti in Colombia e nella sua capitale (ora, si narra, spariti dalla scena) che il mestiere del poliziotto privato è da queste parti fra i più gettonati. Insieme forse a quello dell’autista, di taxi ovviamente, ma anche di auto private. Guidare, a Bogotà, è trabajo. Così come, in generale, orientarsi nella selva di muri altissimi, cancellate da giganti, festoni di filo spinato e onnipresenti telecamere che proteggono gli edifici e i loro impauriti abitanti.

 

 

A dispetto di questo clima di generale sospettosità, di questa specie di panico preventivo che s’innesta nell’ironica nostalgia di quanto i trafficanti di droga e gli spietati paramilitari hanno lasciato in eredità al sentire e al soffrire collettivo, ecco ergersi un’abitudine sociale che i colombiani, a dire il vero, hanno in comune con tanta parte dell’America Latina, ma che qui, appunto, risalta in negativo: si danno tutti del lei (usted) ma chiamandosi per nome. Così, i miei ospiti Angelo Mazzone e Neyla Pardo sono appellati, rispettivamente il dottor Angelo e la professora Neyla, e anch’io divento prontamente il professor Gianfranco. Che fa un effetto, più che familiarità, di salutare abbassamento canzonatorio.

 

 

Il resto è turismo e lavoro: l’Universidad Naciónal (una delle trentacinque in città), occupata dai lavoratori amministrativi in lotta per lo stipendio da adeguare alla spaventosa inflazione; il Museo del Oro, coi suoi sfavillanti reperti precolombiani (termine che qui significa due volte); il Museo Botero, coi suoi ciccioni d’ordinanza; la plaza Simon Bolivar, con le quattro facciate in stile differente e la statua dell’eroe, al centro, sopra cui risiede perennemente un piccione e il suo guano; le decine di chiese con gli altari iperdorati, la cui luce accecante si riverbera sui nudi pavimenti in cotto; il serro di Monserrate, a 3200 metri, che domina la città rivelandoci tutta la curiosa prossimità fra la foresta vergine andina e la sgarrupata megalopoli del terzo mondo...

 

 

Un giorno leggo in prima pagina sul Tiempo che Gabriel García Márquez, riconosciuto eroe nazionale, compie ottantatre anni. Auguri Gabo, in tutti i sensi.

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