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C'era una volta in Egitto

C’era una volta un grande paese che aveva alle spalle sette mila anni e passa di civiltà e di cultura multietnica. Un giorno, colui che pareva esserne il fedele protettore, l’aviatore della guerra dei sei giorni Mubarak, ha tirato tutto il grasso padre Nilo – come lo chiamava il vecchio Marinetti – al suo mulino traendone ogni possibile profitto. Allora cosa è successo? Il popolo da lui governato si è gradualmente degradato da homo faber a un'esistenza tormentata dalla costrizione a solo subire la grevità del vivere quotidiano. A un certo punto i grandi egiziani, ridotti in tal modo a mere presenze spettrali, hanno incominciato a ribellarsi a questa assurda prepotenza invadendo le piazze del paese, i suoi vicoli prima ancora delle sue strade, fino a quando non hanno espulso il tiranno.

 

Gli spettri, che nei 18 freddi giorni dal 25 gennaio all’11 febbraio 2011 avevano acquisito consistenza quasi reale, tanto da suggerire a Gaia stessa di esistere veramente nello spazio e nel tempo, sono stati nuovamente emarginati dalla condotta del potere con l'uso della forza e dell'esercito, con la scusante di mettere il paese al riparo dal caos. E in questa loro emarginazione è andata spezzata la maggior forza che legava insieme le varie componenti dell’Egitto, ossia la voglia di stare insieme e di agire collettivamente per cercare di sgretolare un muro che negli anni si era riempito di crepe. A ciò ha contribuito attivamente un agglomerato di barbe le quali, in reazione ad anni ed anni di repressione, prigionia e torture varie, hanno deciso di prendere in mano le redini del potere e dell’intero paese.

E quindi? Beh, ci si è trovati con un presidente da miracolo: Mohammad Morsi. Miracolosa, infatti, è stata la sua fuga dalla prigione di Tora il 28 gennaio – dove era richiuso per ragioni politiche –,  ed altrettanto miracoloso si è rivelato il suo quasi immediato ritrovamento di un cellulare satellitare mediante cui contattare il canale televisivo Aljazirah – od esserne contattato, a dire il vero – quando tutti i tipi di comunicazione tranne la telefonia fissa erano stati rigorosamente bloccati dal regime di Mubarak appunto dal 28 gennaio fino ai primi giorni di febbraio.

 

E poi, cosa si dice? Insomma, che nel primo round delle presidenziali Morsi ha vinto a stento, dovendo competere con Hamden Sabbahy dal pensiero nasserita, Abdul Monem Abu Alfotuh, ex fratello mussulmano, Amr Moussa, ex ministro degli Esteri per vari anni nell’era di Mubarak, e, infine, con Ahmad Shafiq – per lunghi ex ministro dell’Aviazione civile e ex primo ministero durante i famosi 18 giorni rivoluzionari –, cui viene addossata la colpa della famigerata battaglia del cammello del 2 febbraio del 2011, quando centinaia di soggetti pericolosi hanno assalito piazza Tahrir con l’aiuto delle forze dell’ordine e servendosi di cavalli e cammelli per terrorizzare gli inermi manifestanti radunativisi. Il vero colpevole non è mai stato riconosciuto, ma l’opinione pubblica ha subito accusato Shafiq proprio per la carica che occupava in quei giorni, in virtù della quale avrebbe dovuto invece impedire che succedesse un incidente del genere. Proprio con quest’ultimo, quindi, Morsi ha dovuto competere nel secondo round delle elezioni e la storia della battaglia del cammello, cui è stato dato un peso molto più grande del dovuto da parte sia degli stessi fratelli mussulmani sia anche dei giovani rivoluzionari per ovvi motivi, non è stata a favore di Shafiq.

Insomma… si racconta che Shafiq abbia vinto, ma che poi i risultati siano stati cambiati a favore del candidato islamico – certo, un presidente miracoloso non può che essere un islamico scelto da Allah, come è stato ultimamente detto – scendendo a patti con i prepotenti Usa e per non travolgere la falsa stabilità di un paese invece bollente. Si dice inoltre che il primo presidente dell’Egitto post rivoluzionario, che prima di esser nominato tale è stato il capo del partito Libertà e giustizia (Alhorreya wal Adala), braccio politico dei celeberrimi Fratelli Mussulmani, da quando è stato nominato tale nel luglio 2012 abbia insediato in tutte le posizioni importanti solo ed esclusivamente o membri della sua fratellanza oppure forti e conosciuti simpatizzanti, escludendo tutti i quadri di diverso orientamento, a dispetto di competenze e capacità.

 

Cammina cammina, una camera del parlamento eletto viene sciolta lo scorso 22 settembre da parte della Suprema Corte Costituzionale perché eletta secondo leggi anticostituzionali. Ciò avviene in conferma di una sentenza già proclamata il 14 giugno, in reazione alla quale il presidente arriva perfino a deporre il procuratore generale, per poi rimangiarsi la decisione. Continua il gioco a tira e molla tra il presidente e l’apparato giuridico, che raggiunge il momento culminante il 22 novembre scorso, quando il presidente Morsi diffonde un progetto di costituzione che prevede di assommare nella sua una figura tutti i poteri nello Stato e di rendere le sue decisioni totalmente insindacabili, deponendo un’altra volta lo stesso procuratore generale. Questo suscita la rabbia dell’intera istituzione giuridica del paese, che sii rifiuta quindi di sottomettersi a quanto proclamato nel progetto e preannuncia una grande astensione dalla vigilanza sulle procedure del referendum costituzionale deciso per il prossimo 15 dicembre.

 

Allora, e solo allora, le presenze spettrali tornano a farsi sentire, vedere e toccare da chi aveva pensato di averle disperse per sempre tra i granelli di sabbia egiziana. Ci sono elementi liberali e di sinistra, altroché, ma la maggioranza è gente comune senza particolare orientamento politico, come testimoniato dalle masse presenti in piazza Tahrir: persone che trovano ridicola la composizione del comitato costituente, che non rispecchia assolutamente il vero stratificarsi del popolo egiziano. Ridicolo è stato quando, dopo che si erano ritirati i rappresentanti delle Chiese egiziane, sono stati sostituiti dal comitato con Mohammad Alsawy, direttore di un famoso centro culturale al Cairo ma di religione mussulmana, senza consultare le Chiese. Bisogna tenere conto, inoltre, della presenza di islamici, uomini e donne, anche con il burqa, che rifiutano il progetto costituzionale e sono scesi in piazza appunto per proclamarlo.

 

Inizia quindi a prendere forma e peso il dilemma che per mesi è stato trascurato, occultato, e perfino smentito, tra la scelta di uno stato civile o di uno religioso. Ecco perché non è affatto secondaria l’articolazione del comitato costituente in termini perfettamente islamici ed esclusivi, se si considera che lo stesso presidente aveva promesso, sia durante il periodo pre-elezioni sia durante il secondo round delle elezioni, che avrebbe reso conto di tutte le espressioni del rinato spirito libero del popolo egiziano. Neanche questa promessa è stata mantenuta, così che da martedì 27 novembre i docili spettri hanno deciso di non rimanere più tali e di svolgere per bene quella che è la loro missione essenziale: tormentare i vivi. I vari spettri si sono tutti di nuovo uniti per scendere  in piazza Tahrir occupandola; chi di loro ha un lavoro scende in piazza dal pomeriggio fino a notte inoltrata, altrimenti il proprio posto in piazza non si abbandona, insistendo sulle medesime richieste: l’abolizione del progetto di costituzione e la ricostituzione del comitato costituente.

 

Nel frattempo – sempre miracolosamente – il comitato costituente finisce di stilare il progetto della costituzione, sempre sotto pressione del presidente: basterebbe guardare l’ultima trasmissione mandata in onda live del suo lavoro per vederne il capo che preme sui membri affinché non avanzino obiezioni poiché tale atteggiamento costerebbe loro un ritardo di 48 ore che permetterebbe di rendersi conto della qualità della costituzione stilata – e poi la consegna del capo comitato, il consigliere Algheryany, al presidente Mohammad Morsi l’1 dicembre in una cerimonia cui segue l’invito del presidente al popolo al referendum sulla costituzione. La mattina dello stesso sabato 1 dicembre c’è stata una ingente dimostrazione dei sostenitori del presidente Morsi nei pressi dell’Università del Cairo in cui l’opposizione è stata accusata, more solito, di essere secolare e composta di miscredenti.

Nel frattanto escono importanti membri del partito Libertà e Giustizia a chiarire, attraverso i mass media, che il progetto costituzionale verrebbe considerato nullo nell’esatto momento in cui nel referendum si votasse di sì! Ecco rivelarsi quindi lo scopo degli ultimi scontri trasformatisi in preannunci di guerra civile: il fatale sì! Continua ad alzarsi la soglia delle richieste quindi, fino a sfiorare lo scontro diretto nelle manifestazioni dell’altra sera proprio davanti al palazzo presidenziale al Cairo da cui il presidente se n’è dovuto scappare di corsa per fuggire ai manifestanti, i quali dagli stessi agenti di sicurezza sono stati lasciati filtrare ai lati del filo spinato appositamente steso nei dintorni del palazzo. I manifestanti sono scesi anche a piazza Tahrir, ad Alessandria e nell’alto Egitto, con esplicite richieste al presidente di dimettersi. Sono numerosissimi: si parla di milioni al Cairo ed Alessandria, di centinaia di migliaia negli altri governatorati dell’Egitto, di migliaia anche a Hurgada, conosciuta località balneare. Nel frattempo l’altrieri una delle pagine che sostengono i fratelli mussulmani su facebook ha convocato tutti i membri incitandoli a sostenere il presidente anche a costo del martirio. In ogni modo, il fervore di queste persone comuni, l’insistenza di padri e madri che hanno in braccio i bambini e che gridano "Libertà" a squarciagola ripete esattamente la scena di un’altra rivoluzione avvenuta neanche due anni fa nello stesso paese.

 

Una, anzi, due domande vengono spontanee. Anzitutto, se lo scorso 17 giugno lo SCAF  (Consiglio Supremo delle Forze Armate) è stato fortemente criticato dallo stesso Mohamamd Morsi per aver promulgato un progetto costituzionale alternativo perché non è stato messo in vigore attraverso un referendum, com’è che il presidente ripete quanto da lui stesso contestato? Poi, se ora il presidente giustifica l’ultimo progetto, il suo, con la presenza di elementi pericolosi ed inaffidabili tra i membri dell’apparato giuridico, com’è che affida al medesimo apparato la sorveglianza sul referendum?

Che si possa votare di sì o di no, cari miei, non è questo il momento di parlarne, ma la questione è: in 18 giorni è stato schiodato un regime tra i più forti e radicati di tutto il Medio Oriente appunto perché non ha dato ascolto alcuno alle richieste del grande popolo d’Egitto. Ora, per non fare la stessa fine, ci si domanda quanto tempo ci voglia al legittimamente eletto presidente miracoloso scelto da Allah – come promulgato da parte di vari membri del suo partito nonché di alcuni sheikh –  per dare ascolto al proprio popolo.

Lunga la foglia, stretta la via

Dite la vostra, ho detto la mia.

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06 Dicembre 2012