Enzo Paci a Rio de Janeiro

Domenica, un amico ci invita a pranzo. A Rio accade ancora. Sconcertante. A Milano e dintorni capita così di rado! Io, lui e un terzo amico filosofo parliamo della hit parade dei filosofi italiani all’estero, sono una decina, dei quali tre o quattro al top delle classifiche. Dico che il filosofo italiano più importante per la mia formazione fu Enzo Paci (1911-1976). All’estero è quasi sconosciuto, come noto.

 

Il padrone di casa si assenta per un istante e torna con un libro tra le mani, come una reliquia: Il senso delle parole, 1963-1974. Edizione curata da Pier Aldo Rovatti. Non lo possiedo, né ero al corrente che questi scritti fossero raccolti. Si tratta di una serie di saggi pubblicati su aut aut tra il 1963 e il 1974, anche se nell’introduzione c’è un refuso, si dice che gli articoli stanno tra il 1936 e il 1947. Me lo regala.

 

Leggo un breve saggio scritto nel numero 108, 1968, dedicato ai movimenti studenteschi che stavano sorgendo nel mondo. Tra gli altri autori di quel numero Franco Fornari (1921-1985), Lucio Gambi (1920-2006), Franco Catalano (1915-1990), Gillo Dorfles (1910). Chi non li conosce o non si ricorda li trova su wikipedia: uno psicoanalista, un geografo, uno storico e un critico d’arte, tra i più importanti intellettuali italiani.

 

Il saggio di Paci s’intitola Razionalità irrazionale, è brevissimo. Recensisce l’opera di Paul Baran (1909-1964) e Paul Sweezy (1910-2004) Il capitale monopolistico, tradotto per Einaudi nel 1968.

 

     

“Anche nelle circostanze più favorevoli è impossibile isolare il mondo dei bambini dalla gelida temperatura del mondo degli adulti” ( Ivi, p.302).     

 

 

Singolare linea serpentina. Trovo una rubrica di Enzo Paci su aut aut, intitolata Il senso delle parole, durata oltre un decennio, grazie a un amico di Rio de Janeiro, leggo uno dei saggi, si tratta di una recensione di due economisti marxisti nord-americani, e ciò mi riporta a un’altra rivista, Monthly Review, eroico giornale passato attraverso la persecuzione del maccartismo, anni Cinquanta.

 

Penso all’Italia. Tra il 1968 e il 1987, fu pubblicata la versione italiana di Monthly Review, che qui a Milano chiamavamo la Monthly, come fosse il nome di una donna: la Laura, la Francesca, la Giovanna.

Invero la citazione di Paci è importante, nel sessantotto forse era più chiaro. Oggi chiunque direbbe: “Davvero curioso, davvero bizzarro, come mai due economisti si occupano di bambini? Per quanto eccentrici neo-marxisti nord-americani - verrebbe da scriverlo in una parola sola, neomarxistinordamericani, per accentuare l’eccentricità della posizione - che c’entrano i bambini con l’economia e col marxismo? E come mai un filosofo recensisce un libro di economia su una rivista dove scrivono psicoanalisti, storici, studiosi d’arte e quant’altro?”

 

Il disciplinarista rigoroso che abita le università e gli istituti di cultura contemporanei non capisce. In generale, quando non capisce, il disciplinarista tende a denigrare, a condannare, a semplificare. Occuparsi di bambini, per un economista, significa assumere una posizione etica, responsabile; come ogni proposizione che riguarda il futuro, che si preoccupa per il futuro. Chi non lo capisce è prigioniero del disciplinarismo neoliberista contemporaneo, non pensa che i bambini diventeranno adulti, lo rimuove, si rivolge al mondo come fosse qualcosa da sfruttare tecnicamente in modo ottimale, qui e ora. Oggi l’etica appare bizzarra perché in un mondo disciplinato le connessioni sono normali solo se avvengono, step by step, dentro l’orizzonte disciplinato. Un economista può fare previsioni sulla crisi economica, un marxista sulle possibilità di una nuova rivoluzione, ma di bambini si deve occupare uno psicologo, una puericultrice.

 

 

Questo disciplinarismo c’entra qualcosa con le nuove forme di bullismo, di mobbing, di ritiri e solitudini? Ha a che fare coi nuovi suicidi? La gelida temperatura del mondo degli adulti disciplinati, il loro rigor mortis, impedisce di vedere come sarà la vita adulta dei bambini indisciplinati?

 

Non so dare risposta, però per leggere questa pagina di Enzo Paci mi è toccato andare a Rio de Janeiro e incontrare un amico. C’entra più la singolarità del gesto, dell’evento rispetto al testo; la considerazione che Paci è quasi sconosciuto, in Italia quasi dimenticato. Lui, Baran, Sweezy, Fornari, Catalano e gli altri. Con loro il modo di pensare interdisciplinare. Non è questione di essere di sinistra, né di essere un nostalgico dei tempi andati, quando esistevano ancora le scienze umane, niente affatto. Le parole di Baran e Sweezy citate da Paci hanno evocato in me la poesia di Umberto Saba, tutto qui.

 

Ho in casa – come vedi – un canarino.

Giallo screziato di verde. Sua madre

certo, o suo padre, nacque lucherino.

È un ibrido. E mi piace meglio in quanto

nostrano. Mi diverte la sua grazia,

mi diletta il suo canto.

Torno, in sua cara compagnia, bambino.

Ma tu pensi: I poeti sono matti.

Guardi appena; lo trovi stupidino.

Ti piace più Togliatti.

 

Poi c’è una seconda riflessione, quella del giorno successivo, meno romantica. Che colloca la citazione di Baran e Sweezy, più che dentro il marxismo, in una deriva rousseauiana. E se non fosse così? Se invece il bambino fosse, come lo descrisse Freud – malaugurata descrizione che gli costò strali e ripudi – essere perverso e polimorfo? In questo caso si dovrebbe ribaltare tutto il ragionamento. Su queste questioni si ragiona all’Istituto di Medicina Sociale dell’Università di Stato di Rio de Janeiro. Sulle nuove forme della soggettivazione. In questo caso avremmo un soggetto attivo – perverso e polimorfo? - alla ricerca di un denominatore comune in grado di unire i membri di una comunità. Non saremmo più davanti a un bambino innocente, rovinato dalla famiglia, bensì a una bambina/adulto, nera/bianco, omo/etero, psico/neuro, ecc., alla ricerca di una collocazione comunitaria che spesso non trova. Nel 1968, anno di pubblicazione del saggio di Paci, le comunità erano, spesso, i movimenti studenteschi. Oggi si tratta, spesso, dei depressi, dei bulli e delle loro vittime, dei mobbizzati/mobbizzatori, delle anoressiche, dei giocatori che passano la vita in tabaccheria a tirare la leva delle slot machine. Comunità di persone sole. Comunità globalizzate. A Rio come a Milano si va negli stessi supermercati a comprare cibo per abbuffarsi, a taccheggiare gadget, a comprare manuali per guarire.

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