Gerusalemme. Essere donna in Israele

Ho avuto la stupida idea di salire sul pullman Tel Aviv–Ein Gedi alle otto e quindici di un venerdì mattina. Arrivata a Gerusalemme alle dieci sapevo che avrei avuto davanti un’altra ora e mezza di viaggio prima di raggiungere il Mar Morto, dato che era prevista anche una sosta in uno di quei giganteschi pseudo-autogrill disseminati in questi luoghi, disabitati e aridi, di passaggio. E così, dopo la tappa tra i dromedari, mi avvicino all’autista cercando di spiegargli che non vorrei raggiungere subito la città, meta finale di questo tragitto, ma mi piacerebbe piuttosto fermarmi sul mare, in prossimità di una di quelle “nascoste primavere” di cui mi hanno raccontato: oasi di verde e di acqua dolce che interrompono il panorama desertico e disegnato dal sale che caratterizza quest’area.

 

L’autista mi guarda con un certo sospetto, soprattutto dopo che lo metto a parte del mio progetto di raggiungere la città, dopo il bagno e i fanghi di rito, per visitarla nel pomeriggio, prima di tornare a sera sulla via di casa.
Mi chiede se ricordo che è venerdì: lo Shabbat inizia alle tre.
Lo dice con una gravità che mi pare eccessiva. Faccio cenno di aver capito e ammetto di essermene dimenticata: questa ingenuità, al di fuori di Tel Aviv, non è concessa.

 

 

Non ho voglia di avere solo poche ore a disposizione ma capisco subito che non vi è modo di chiedergli di aiutarmi a pensare soluzioni alternative a quello che lui definisce “l’ultimo mezzo per tornare a casa sana e salva”. Dice proprio così, non è il mio inglese a ingannarmi: se voglio tornare a Gerusalemme sana e salva, alle tre e quaranta devo farmi trovare sul ciglio della strada dove lui mi lascerà, scordandomi di visitare la città. Farfuglia qualcosa sulle persone che lavorano durante lo Shabbat, lasciandomi ben intendere che è degli arabi che sta parlando e il come ne vorrebbe parlare. Siamo vicini a Gerico, sono una donna e sono sola: al ritorno devo prendere il bus che sarà lui stesso a condurre. Mi rassegno.
Faccio dunque a malapena in tempo a cospargermi di fango, essiccare al sole, lavarmi e sprofondare nelle paludi che costellano il paesaggio lunare del Mare di Sale, e alle tre e quaranta mi presento, puntuale, alla fermata dell’autobus.
Mentre procediamo verso Gerusalemme scende, così presto, il buio. E con il buio, salendo, il freddo.
Non andate a Gerusalemme durante lo Shabbat.

 

Passato il ponte di Calatrava, ciò che si presenta davanti agli occhi è la desolazione più totale. Il pullman si ferma alla stazione, al di fuori della città vecchia, e l’autista, mentre scendo gli scalini, mi suggerisce di non raggiungere “in quel modo” il centro nel giorno sacro: il suo sguardo lascia intendere che si sta riferendo ai miei capelli ancora bagnati, alla maglietta a maniche corte che indosso e alle infradito sporche di fango.

Attorno a me non c’è nulla: i negozi sono chiusi, nessun rumore, la luce delle candele filtra dalle finestre delle abitazioni. Tra le poche persone in giro mi sorprende la quantità di religiosi che non sono abituata a incrociare per le vie della capitale laica, uomini vestiti di nero e donne con il tipico foulard o la parrucca per nascondere i capelli: procedono in silenzio e hanno tutta l’aria di chi sta affrettandosi a rientrare a casa.

 

Sono inquieta: quando associ Israele con Tel Aviv ti dimentichi di che cosa siano altri luoghi in questa terra. Racconti che di alcune cose non è possibile accorgersi, vai dicendo che certo i controlli sono maggiori e che necessariamente l’integralismo, il conflitto e la diffidenza che animano queste terre non sono senza conseguenze, ma nei fatti la vita quotidiana ti pare non troppo distante da quella cui sei abituato, il venerdì sera, cuore del “riposo” sacro, è serata di locali e discoteche, e le donne, lungi dall’essere costrette al vestire dimesso, indossano abiti che in nulla differiscono dai tuoi.

 

 

Ma i fatti di cronaca degli ultimi giorni del 2011 diventano, nel silenzio surreale di queste strade, più comprensibili.

 

È a Gerusalemme che a fine dicembre una ragazza di diciotto anni, militare, si è sentita chiamare “puttana” per non aver preso posto nei sedili posteriori del bus riservati alle donne: riservati per consuetudine, per un’imposizione psicologica che nel corso del tempo è divenuta pratica, e non certo per qualche legge scritta di uno stato laico o perché la società dei pullman sia religiosa (episodio tanto più significativo se si richiama il rifiuto di Rosa Parks, figura-simbolo del movimento per i diritti civili statunitense, di cedere il posto su un autobus a un bianco nel 1955).
La ragazza, scoppiata in lacrime a seguito dell’aggressione verbale, ha denunciato il fatto alla polizia e l’uomo è stato processato e accusato di molestie sessuali, costretto a pagare una salata multa e interdetto dall’uso dei mezzi pubblici. Quello che si conosce meno è che durante il processo l’avvocato avrebbe difeso la tesi che si trattava di un evidente controsenso parlare di molestia sessuale, dal momento che il suo cliente non aveva in alcun modo insidiato la ragazza, quanto piuttosto espresso esplicitamente il desiderio di non averla vicina, desiderio peraltro condiviso dalla maggior parte degli uomini presenti: come se la molestia non passasse per l’umiliazione.

 

Si tratta dello stesso avvocato che pochi giorni prima ha difeso l’haredi (ebreo ortodosso) implicato nell’episodio di Beit Shemesh, episodio che ha scatenato l’indignazione collettiva, originando una risposta decisa da parte della gente e dello Stato stesso e portando il problema all’attenzione dei media internazionali. Naama Margolis, una bambina ortodossa di otto anni residente in questo distretto di Gerusalemme, intervistata per uno dei maggiori canali televisivi di Israele, ha confessato quanto sia spaventata nel percorrere il tratto di strada che separa la sua abitazione dalla scuola, poiché gli haredi l’aggrediscono verbalmente e sono arrivati a sputarle addosso, accusandola di non vestire modestamente come la religione prescrive.

Gli stessi estremisti, due giorni dopo questa intervista-denuncia, hanno allontanato a sassate una troupe televisiva intenzionata a intervistarli.


 

Immediata la reazione a tale notizia, che ha visto anche il Primo Ministro israeliano prendere parola per condannare tali avvenimenti. E tuttavia non solo il rabbino locale non si è pronunciato sull’accaduto, ma anzi sono stati proprio alcuni tra i rabbini a dare istruzioni sulla condotta da tenere con donne “immodeste”, oltre che avallare altri fatti che dimostrano quanto la comunità ebrea ortodossa condizioni la vita di tutta la periferia, e non solo, di Gerusalemme, rendendo quest’area una roccaforte dell’integralismo religioso: cartelli sulle strade chiedono alle donne di occupare il lato della strada riservato a loro, invitando alla sobrietà di comportamento e vestiario, mentre “pattuglie di modestia” si preoccupano di verificare che tali prescrizioni siano rispettate; nei bus la separazione è d’obbligo e così in altri luoghi pubblici, come gli ospedali, e persino durante i funerali; anche la semplice parola “donna” scritta sui cartelli di una clinica è stata cancellata perché dichiarata impura; i cartelloni pubblicitari con immagini femminili sono stati rimossi dai bus e in alcuni centri commerciali dopo esser divenuti bersaglio di atti di vandalismo da parte degli estremisti, come del resto immagini di donne sono state cancellate da qualsiasi opuscolo, pubblicitario o turistico che sia; alle donne è vietato sostare nei pressi della sinagoga e la richiesta inoltrata da alcuni ebrei ortodossi affinché alcuni supermercati non assumessero cassiere ha ottenuto l’avallo del rabbino: non solo funzionari religiosi controllano che questo avvenga, e che gli haredi non siano costretti a relazionarsi con il sesso tentatore, ma una catena di negozi che si è opposta è stata messa al bando da una dichiarazione del rabbino che ha intimato a chi ha a cuore la propria anima di rifornirsi altrove.

 

 

Quel che emerge dalle parole di chi giustifica l’atto contro la bambina, colpevole di non seguire i precetti della Torah, è che gli haredi si sentono il vero stato di Israele e arrivano a dichiarare che “saranno Israele, e non c’è niente che voi possiate fare”: non si tratta di un’esigua minoranza destinata a soccombere, ma di una realtà in sempre maggiore crescita (alto tasso di natalità), sempre più radicata (come dimostrano i progetti di costruzione di più di 30000 abitazioni riservate alle famiglie ultra-ortodosse) e capace di insidiare prepotentemente, soprattutto vista la forte coesione che li rende estremamente influenti, la democrazia di uno Stato che per quanto ufficialmente laico è nei fatti profondamente condizionato dalla religione.
Il 28 dicembre del 2011 più di diecimila persone hanno manifestato contro la segregazione delle donne pretesa dagli ultra-ortodossi e pochi giorni fa, il 6 gennaio 2012, più di duecento donne, religiose e laiche insieme, hanno organizzato un flash mob attraverso Facebook ritrovandosi nel centro della città e ballando al ritmo di Don’t Stop me now dei Queen.

 

 

Innumerevoli sono state le marce di protesta, come immediata e consistente la risposta dei social network, numerosi i dibattiti televisivi e le dichiarazioni rilasciate da rabbini critici contro gli episodi ricordati: Naama Margolis è diventata simbolo di una lotta contro qualcosa di molto più grande e estremamente pericoloso per la società israeliana, non circoscrivibile alla questione di genere.


Del resto la vicenda della ragazza militare pone l’accento su un punto di grande rilievo: a essere stata offesa, insieme alla donna, è la divisa militare di uno Stato che prevede tre anni stipendiati di leva obbligatoria. L’episodio della liberazione del soldato Shalit, di cui hanno ampiamente parlato anche i nostri quotidiani, dice più di mille parole a riguardo: servire la patria è sacro e gli haredi hanno aggredito verbalmente un funzionario statale in servizio, e lo hanno fatto da una posizione, quella di essere gli unici non tenuti al servizio militare (percepiscono lo stipendio ma in quei tre anni sono chiamati allo studio approfondito della Torah), da sempre guardata con sospetto e disapprovazione dalla comunità laica.

 

 

Vi è un ultimo caso da richiamare che mostra come siano in campo differenti questioni che costituiscono una minaccia al cuore della democrazia israeliana: la comunità ultraortodossa per ribellarsi contro queste mobilitazioni e contro la reazione del governo, ha protestato appuntando ai propri abiti neri la stella gialla di Davide, vestendo i bambini come prigionieri dei campi di concentramento, denunciando quella che chiamano una persecuzione e dichiarando di sentirsi ghettizzati da un governo colpevole, a loro dire, di limitare il loro diritto a vivere nel rispetto dei precetti religiosi, la loro libertà di salire su un bus ove non siano obbligati alla vicinanza con il sesso femminile.


Vi sono due aspetti da sottolineare, oltre alla distorta concezione che dimostrano di avere del concetto di libertà. Innanzitutto il richiamo alla Shoah, qualcosa di fortemente sentito in ogni generazione e a ogni livello, tra i religiosi come tra i laici; qualcosa che merita profondo rispetto e non deve essere strumentalizzato; qualcosa che è al cuore, e sappiamo quanto e con che conseguenze, dello Stato di Israele.
In secondo luogo l’insistere sulla propria condizione di ghettizzati in uno stato laico in cui, che lo si voglia o no, con tutte le approssimazioni che la realtà di Tel Aviv dimostra, è piuttosto la religione a condizionare la vita pubblica: sono le quattro del pomeriggio e mentre rifletto su questa altra realtà che mi si è paventata davanti agli occhi con tale forza, sono seduta su un taxi che mi condurrà a Tel Aviv costandomi la bellezza di 100 shekel (circa 25 euro) contro i 30 che mi sarebbe costato l’autobus (circa 4 euro). Pensare di spostarsi con i mezzi pubblici durante lo Shabbat è impossibile: persino El Al, compagnia aerea di bandiera, rispetta il riposo religioso; per non parlare della disperata, e vana, ricerca di pane durante Passover, rintracciabile solo nei pochissimi negozi senza certificato kosher: persino i Mc Donald’s in tale circostanza sostituiscono il consueto pane bianco degli hamburger con il matzah.

 

Se da un lato l’emergere di questi differenti aspetti in gioco è funzionale alla comprensione della profondità del problema, dall’altro lato il rischio è di marginalizzare la questione femminile che necessita invece di attenzione, come testimoniano gli eventi richiamati. La discendenza matrilineare che caratterizza la religione ebraica rende la donna sacra in quando madre e moglie, attribuendole un ruolo centrale nell’educazione morale della famiglia: è la donna che accende le candele del sabato o in occasione di Hanukkah ed è sempre la donna a occuparsi di onorare il momento del nutrimento, a trasmettere i valori della tradizione e a proteggere la purezza della casa. Per quanto la donna sia dunque garante della sopravvivenza materiale e spirituale del proprio popolo, l’ebraismo, nelle sue forme più integraliste, è pervaso di paura della sessualità femminile: centrale è il mito fondante del frutto proibito, tanto che per i cabalisti l’elemento demoniaco sorge dal mondo della femminilità. La donna è tentazione, Lilith, la controversa prima donna creata insieme all’uomo e non a lui sottomessa, figura seducente dell’incantesimo fatale, potenza femminile che la società non può controllare, che attrae e induce al peccato: ecco perché le donne devono occupare nella sinagoga un posto differente ed ecco perché devono nascondere la propria insidiosa bellezza al di fuori della casa coprendo i capelli e nascondendo il corpo.

 

Gli haredi che si sono scatenati in una tale violenza mostrano di temere i propri dubbi e l’intima fragilità, il vizio e il desiderio in loro stessi (un rabbino ha dichiarato che lo sputare non era rivolto alla ragazza ma un tentativo di espellere dal corpo la sensazione suscitata alla vista della sua immodestia).
L’integralismo è figlio del timore delle differenze, tanto più quanto queste differenze ci sono prossime: vicine al punto da abitare in noi e cancellare, nel cuore stesso dell’identità del singolo, i cardini su cui l’identità sociale si è definita.

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