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Giocattoli a New York

Iniziata il 29 luglio e destinata a chiudere il 5 novembre, è in corso al MOMA di New York la mostra Century of the Child: Growing by Design, 1900-2000. Il titolo, tratto dall’omonimo libro della svedese Ellen Key, uscito proprio nel 1900, dove il secolo che veniva era preconizzato come un’era in cui la società si sarebbe sempre più interessata al benessere e alla felicità dei suoi bambini, è rivelatore della fiducia razionalista che informa l’impianto della mostra.

 

L’esibizione è articolata in sette stazioni, corrispondenti ad altrettanti momenti topici del Novecento. Si parte dal riconoscimento freudiano del bambino come individuo e dallo slancio riformatore di Maria Montessori per procedere poi attraverso l’età delle avanguardie, il modernismo (anni 20), l’inserimento del bambino nel al corpo politico della nazione (anni 30), la rigenerazione del dopoguerra, il boom del mercato per l’infanzia (1960-1990) e il contemporaneo tentativo di disegnare un mondo migliore (1960-2000).

 

L’assunto della mostra è che uno dei tratti distintivi della ragione novecentesca sia stata la sua capacità di progettare uno spazio autonomo per l’infanzia, come è dimostrato dall’esistenza di una produzione disegnata appositamente per i bambini in settori che vanno dall’arredamento alla costruzione di giocattoli, passando per l’architettura, l’editoria ed il cinema. In forza di questa impostazione, il cuore della mostra è rappresentato dalle prime cinque stazioni, lungo le quali si percepisce l’avanzare di una razionalità animata da un progetto al tempo stesso cognitivo e costruttivo nei confronti dell’infanzia: sapere di più sui bambini al fine di mettere a loro disposizione degli spazi, dalla cameretta alla colonia estiva, sempre meglio attrezzati. Negli ultimi quarant’anni del Novecento, specialmente dopo l’esaurirsi della spinta antiautoritaria generata dai movimenti giovanili degli anni sessanta, questa progettualità si affievolisce. Di pari passo si assiste all’entrata del bambino nel mercato come consumatore a pieno titolo, non solo di giocattoli, ma anche di vestiti, libri, film, programmi televisivi e offerte educative (dai corsi di lingua alle scuole di calcio estive). Mentre la ragione illuminata della prima metà del secolo si smarrisce, anche la presa della mostra sul reale si indebolisce e gli ultimi decenni del ‘900 sono in realtà sorvolati a volo d’uccello.

 

L’esibizione termina con una citazione di Patrick Kane (The Play Ethic, 2004), “nel XXI secolo il gioco sarà quello che fu il lavoro nell’età industriale, lo strumento privilegiato per conoscere, agire e creare valore”, che riprende il gesto profetico di Ellen Key, proiettando verso il futuro un’umanità felicemente contaminata dalla scoperta novecentesca dell’infanzia.

 

La mostra presenta due limiti, di natura rispettivamente temporale e concettuale. Il primo discende dalla succinta trattazione dei decenni conclusivi del secolo scorso che ha portato alla dimenticanza completa dell’era digitale. Si tratta di un vuoto grave perché nell’età del gadget elettronico si assiste ad uno spostamento verso l’alto dei comportamenti infantili. Per l’adulto consumatore, il manufatto digitale, dal telefonino al tablet, è anche giocattolo, e in quanto tale, facendo forza sul medesimo, irreprimibile, desiderio di novità che si sa funzionare con i bambini, gli è offerto dal produttore. Per quel che riguarda il secondo limite, di natura concettuale, occorre rifarsi all’ottimismo razionalista che anima Century of the Child.

 

Con l’unica eccezione dell’utilizzo di bambini soldato nelle guerre di fine Novecento, la mostra dimentica che il secolo scorso ha imposto ai bambini le sofferenze riservate agli adulti in maniera ancora più atroce, perché appunto razionalmente spietata, di quanto fatto in epoche precedenti. I bambini sono stati internati nei campi di sterminio, sono stati inseriti a forza in organizzazioni criminali, hanno subito la tortura come forma di pressione sui loro genitori. In coerenza con quanto accaduto in tutte le esplorazioni iniziate a partire dalla razionalità occidentale, quella dello spazio infantile si è configurata come un’impresa ambivalente, capace sì di generare da una parte un’espansione del benessere materiale e dei diritti, ma anche asservimento e distruzione della dignità umana dall’altra. La mostra in corso al MOMA è rigidamente perimetrata dentro la prima faccia di questa contraddizione.

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