L'Egitto

L’8 settembre, al Festivaletteratura di Mantova, ho assistito ad una conferenza dello scrittore egiziano Alaa al-Aswani. Un pubblico di circa 500 persone, molto ben vestito, ha ascoltato con una vera simpatia la rivoluzione raccontata da quest’uomo-microcosmo del suo paese. L’ultima domanda postagli era: “cosa non dobbiamo fare noi occidentali per aiutare la rivoluzione?” Rispose al-Aswani: “c’è un’enorme differenza tra i governi occidentali e i popoli occidentali. Noi egiziani sappiamo che tutti i popoli del mondo sono con noi, e ci basta così. Il vero problema è l’ipocrisia di certi governi occidentali”. Così, il pubblico è tornato a casa molto soddisfatto di sé. Bravi egiziani. Bravi anche noi; è colpa degli altri: noi non possiamo fare niente di utile, ma comunque c’abbiamo pensato almeno un attimo. Prendiamo l’aperitivo?

 

Con tutta la stima che io posso avere per la saggezza e l’impegno di Alaa al-Aswani, a Mantova è riuscito solo a dare l’impressione che la rivoluzione egiziana sia già compiuta, che noi europei dobbiamo solo restare tranquilli a casa ad aspettare. Allora lui ha perso il suo primo venerdì in Piazza Tahrir dal 25 gennaio solo per far vendere i suoi libri in Italia? Non voglio crederci.

 

Magari non fosse così dannatamente importante. Vi offro un’estrapolazione: anche in quest’assurda “fase di transizione” sempre pre-democratica, l’Egitto rimane il centro del mondo, perché quello che succede in Egitto deciderà quello che succede nel resto del mondo arabo, e quello che succede nel mondo arabo deciderà cosa succede in Cina. E quello che succede in Cina deciderà se i nostri figli vivranno in un mondo di nazioni unite democratiche lottando insieme per una sempre più grande Unione Europea e verso un vero e proprio governo mondiale democratico, o una nuova guerra tra civilizzazioni.

 

Ma anche se vi sembra assurdo questo riassunto, e vi limitate a preoccuparvi solo per gli stessi egiziani (85 milioni di persone), una cosa è certa: noi occidentali in Egitto non ci siamo. Mi sono trovato da solo davanti alla Sfinge due volte, la prima volta a marzo, poi ancora a luglio, mentre gli animali che ci lavorano (cavalli, cammelli ecc.) stavano - e questa volta non sto esagerando - crepando di fame. Nel momento in cui hanno più che mai bisogno dei nostri dollari turistici, noi abbiamo paura. Non venite a Mantova per sentirvi meglio in mezzo a tanta bella architettura e tante persone costosamente vestite e artificialmente abbronzate: per favore, fate qualcosa di utile e andate direttamente al Cairo; ormai costa anche di meno.

 

Ma se andate, andate non solo per guardare passivamente le meraviglie dell’Egitto antico o per il blu di Sharm al-Sheikh; andate anche per parlare con gli egiziani. Non date per scontato che questo processo di democratizzazione sia già formalmente trascorso; tra le potentissime forze armate egiziane, finanziate dal governo americano (quasi quanto l’esercito israeliano, e questo solo per impedire una vera democratizzazione del paese e della regione) e i salafisti sempre più imponenti, il destino della cosiddetta rivoluzione rimane sempre incerto.

 

La differenza possiamo farla noi. L’idea implicita nella domanda “Cosa non dobbiamo fare?” è che ogni nostro tentativo di inserirci in queste rivoluzioni arabe sarebbe sbagliato, strategicamente se non moralmente. E questo è esattamente - credo io - quello che i nostri governi vogliono farci pensare.

 

La mia esperienza in Egitto, cominciata il 20 gennaio e terminata il 2 agosto, è stata la più lontana possibile da questo finto senso di colpa per i nostri colonialismi. La vera vergogna è la nostra totale assenza dalla realtà quotidiana dell’egiziano medio. Quello che non potrei mai trasmettere con sufficiente veemenza in queste poche righe è fino a che punto l’Egitto sia diventato un ghetto culturale, privo di ogni possibilità di scambio col resto del mondo. Se prima del 25 gennaio ci andavano tanti turisti occidentali, ora non ci vanno più, e anche quando lo fanno, non è mai per scambiare amore e valori col popolo egiziano.

 

Noi, i cittadini occidentali, indipendenti dai nostri governi, dovremmo organizzare concerti di solidarietà in piena piazza Tahrir, e andare nei bar del Cairo e Alessandria a parlare apertamente con la gente. Ma non lo facciamo, o perché non c’importa o perché abbiamo paura. Il lettore saprà quale di queste ragioni si applica meglio a lui, anche se nella stragrande maggioranza dei casi - spesso anche nel mio - entrambe queste vergogne sono in gioco.

 

Non ho vissuto nessun tipo di pericolo diretto né durante né dopo la rivoluzione, né in mezzo alle manifestazioni né vicino né lontano, perché il popolo egiziano, con tutti i suoi tantissimi difetti, si è occupato di me in un modo esemplare, come farebbero con voi semmai vi capitasse qualcosa. Cercate di capire: quello che è successo recentemente a Londra pur in presenza di migliaia di poliziotti non è successo in Egitto neanche dopo una settimana intera di assenza totale della polizia da tutte le città del paese. Mi sono sentito letteralmente come Orwell nella Barcellona rivoluzionaria del 1936: ho capito subito che si trattava di uno stato per il quale valeva la pena lottare.  

 

I governi occidentali hanno amato Mubarak per 30 lunghissimi anni; perché dovrebbero veramente desiderare una rivoluzione democratica ora in Egitto? Certo, devono comunque far finta di volerla - una situazione molto delicata - ma cosa hanno fatto di concreto per convincerci che la vogliono davvero?

 

Comunque, non importa; quello che conta adesso è: non lasciar vincere né l’esercito (leggete: i vecchi amici di Mubarak, di Israele e dei governi occidentali) né i salafisti (leggete: amici di nessuno), né - cosa non più impensabile (perché è sempre meglio di un vero governo democratico) - esercito e salafisti insieme; andate ora, anche solo per qualche giorno, e fate il minimo del vostro dovere per diffondere la nostra fragilissima cultura di rispetto per i diritti umani universali. Se no, cosa ti chiami italiano o europeo a fare?

 

In fondo, non è neanche colpa di Alaa al-Aswany se non ci ha chiamato ad unirci alla rivoluzione; che rischiamo qualcosa per difendere i nostri valori in Egitto non riesce nemmeno a concepirlo, perché non ci siamo mai stati per quello. Lui, a differenza dal 99% del suo popolo, ha conosciuto i popoli occidentali a casa loro, quindi sa che non siamo solo quello che sembriamo dal lontanissimo Egitto. Ma quando uno arriva direttamente dallo squallore del Cairo alla straordinaria città di Mantova, cosa dovrebbe pensare se non che gli esseri umani siano dei mostri di cecità e egoismo incapaci di capire la realtà del mondo fuori dalla propria provincia?

 

Se vi viene da dire che, tra le varie crisi che sta vivendo l’Italia, avete già i vostri problemi, forse è veramente il momento di andare a conoscere qualche giovane laureato egiziano. I bar ne sono strapieni, sempre, sono perlopiù molto simpatici, e vi faranno sicuramente dimenticare per un attimo voi stessi. Così vedrete anche, e con i vostri occhi - inutile che io elenchi qui tutte le assurdità che ho visto e sentito in sei mesi - quanto l’Egitto è culturalmente arretrato. Non è neanche l’inizio della fine della rivoluzione - al massimo è la fine dell’inizio - ma per una vera modernizzazione politica, economica e innanzitutto culturale, ci vorranno anni. Meglio che cominciamo questo scambio ora, no?

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