Madrid. Le elezioni del 20 novembre e il futuro

Ricordando un’installazione del 2008, l’artista catalano Antoni Muntadas rifletteva sulla paura come esperienza condivisa in momenti di conflitto, l’unica che accomuna i due lati di una frontiera problematica dove l’alterità si nutre di un senso d’incomprensione e di esclusione, nell’impossibile comunicazione.

 

La paura è anche il tema del recentissimo libro La economía del miedo (Editorial Galaxia Gutenberg) di Joaquín Estefanía, personaggio chiave della nostra Transizione democratica degli anni Settanta, che propone un’analisi dei meccanismi attraverso i quali il timore dei cittadini per la disoccupazione e per la povertà contribuisce a rafforzare il dominio dei mercati. A questo proposito egli riporta una citazione del sociologo francese Michel Wieviorka: “In un contesto di crisi gli attori sociali sono stanchi e le difficoltà di sopravvivere provocano situazioni difficili che abbattono il morale. La violenza e la conflittualità sono più frequenti quando ci sono ricchezza e risorse. Ma quando comincia la crisi, la gente non capisce bene cosa succede e rimane in attesa. Il conflitto sorge se ci sono dominatori e dominati, ma in caso di crisi è tutto il sistema che non funziona, si crea scoraggiamento, e dunque non c’è più conflitto”.

 

Se proviamo ad analizzare i risultati delle recenti elezioni politiche spagnole, si desume anzitutto che una parte cospicua dell’elettorato di Zapatero ha inteso castigare col voto il PSOE, ritornando all’opzione di sinistra con Izquierda Unida (un voto legato in gran misura al 15-M), oppure facendo la scelta antinazionalista di UdD, o addirittura appoggiando il Partido Popular di Rajoy e il suo slogan “Aderisci al cambiamento”. Per il resto, i nazionalisti catalani tengono le posizioni, e la novità più significativa è la presenza molto consistente in Parlamento degli abertzales, la forza radicale indipendentista dei Paesi Baschi, unico gruppo parlamentare che non sarà chiamato dal futuro Presidente per le prime consultazioni in vista della formazione del nuovo governo, perché ritenuto legato alle posizioni dell’ETA. In sé, la maggioranza assoluta di Rajoy non è stata strepitosa: ha ottenuto soltanto circa 600.000 voti in più di quanti ne aveva avuti nel 2008, cioè 400.000 in meno di quelli con cui il PSOE andò al governo nel 2008. In fondo, tutto sta dentro un collaudato gioco democratico messo in atto periodicamente dalla fine della dittatura di Franco. Se ci si pensa, i risultati erano prevedibili. Ma allora, perché parlare di paura?

 

Forse è questo il momento di guardare al futuro. Nel contesto di una crisi del sistema che ha potuto cambiare il governo in Italia e in Grecia, è pensabile che una delle reazioni possibili in un futuro non tanto lontano sia l’allontanamento dalla politica, e un certo rigetto dei meccanismi democratici. Come scrive Estefanía, concetti come ‘paura’ e ‘insicurezza’, che pertengono alla psicologia, sono stati introdotti di recente nell’ambito dell’economia e della percezione che di quest’ultima hanno i cittadini: paura di prendere la macchina, paura di trovare un altro negozio chiuso nel quartiere, paura di non avere la pensione, paura (nei giovani) di non trovare lavoro... e se la paura produce paralisi, senso di attesa, immobilità, da lì si passa alla mancanza di speranza, e poi...

 

Se questi sono i primi sintomi di quel futuro, vale la pena ritornare a Antoni Muntadas e alla mostra Entre/Between che si può visitare in questi giorni a Madrid al “Museo Nacional de Arte Reina Sofia” e che presenta in nove ‘costellazioni’ tematiche un’indagine, in linea con il suo quarantennale lavoro, sempre attenta ai meccanismi di controllo attraverso i quali si costruisce lo sguardo egemonico e al ruolo decisivo dei mass media.

 

Tra queste costellazioni una richiama l’attenzione più delle altre: La construcción del miedo (La costruzione della paura), che riprende la mostra sul tema della paura tenutasi a Granada nel 2008: La construcción del miedo y la pérdida de lo público.

L’artista riflette sui meccanismi che costruiscono la paura in ambito pubblico o sociale, e il modo in cui questioni come la privacy, l’identità, il linguaggio, stanno alla base, strategicamente, della manipolazione e della dominazione. Un tema, questo, legato anche alla serie dell’installazione On Translation: Miedo/Jauf y On Translation: Fear/Miedo, della stessa mostra granadina, dove Muntadas propone un tema che gli è molto caro, ripreso spesso dopo la prima proposta del 1997.

La ‘traduzione’ è il simbolo del meccanismo che si innesta nell’evolversi dei sistemi di comunicazione, che si sono progressivamente allontanati dalla loro vera origine per trasformarsi in strumenti di pericolosa manipolazione.

 

Chi ha paura è fermo, paralizzato. Gli spagnoli hanno voluto il cambiamento e aspettano le decisioni di Rajoy, le decisioni dell’Europa. La politica è stata sconfitta dall’economia, e l’economia ha fagocitato gli stati d’animo portando con sé la paura. Non hanno sbagliato i ragazzi del 15-M: almeno loro non sembra che abbiano paura. In questo senso è significativo quanto afferma Noam Chomsky invitando il movimento Occupy ad “occupare il futuro”: “se queste iniziative, in modo disciplinato e sostenibile, non diventeranno una forza importante della società e della politica, le possibilità di un futuro decente saranno minime”. La paura avrà allora il sopravvento, come lo ha avuto nella crisi del ‘29, che Wieviorka ricorda in modo esemplare sull’onda di riflessioni che Joaquín Estefanía cita nel suo libro: “Esiste uno studio molto famoso sulla piccola città austriaca di Marienthal, molto industrializzata e con un partito socialdemocratico forte, che negli anni Venti era molto conflittuale. Arrivata però la crisi del ‘29, la capacità di lotta della classe operaia sparisce e si entra in uno stato di debolezza che impedisce persino di pensare. Il passo successivo è stato il nazismo”.

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