Nuovo Egitto: piacere di incontrarti!

Sono stati resi pubblici i risultati del primo round delle prime elezioni parlamentari postrivoluzionarie in Egitto. L’esperienza di questa prima fase merita un attento esame, soprattutto per l’elevatissimo tasso di partecipazione. Statistiche nazionali vogliono che sia stato un buon 62% del totale degli aventi diritto al voto a dirigersi verso le urne gli scorsi 28 e 29 novembre. In effetti non era mai successo – a detta del presidente del comitato competente – che l’affluenza alle urne fosse stata così alta.

 

Un fenomeno decisamente positivo, considerando che a votare sono stati tutti i ceti sociali dei governatorati coinvolti. Il merito si deve non solo alla preannunciata multa di buoni 500 pound egiziani (pari a circa 60 euro) che in questi tempi di stressante crisi economica non sono certo pochi, ma anche alla nuova consapevolezza, umana in generale e politica in particolare, che anche una singola persona può fare una grande differenza. Ce lo insegnano i 18 giorni di piazza Tahrir. L’andamento del processo elettorale è stato abbastanza regolare, salvo varie quanto scontate eccezioni, che costituiscono la seconda ragione per cui tali elezioni meritano attenzione.

 

 

Uno dei protagonisti della scena elettorale è stato Il Blocco EgizianoAlkotla Almasreya”, un’alleanza di tre grandi partiti sostanzialmente liberali tra i quali I Liberi Egiziani “Almasreyin Alahrar”, fondato da Naguib Saweres, copto, uomo d’affari di spicco ed ex proprietario di Windin Italia. La competizione includeva, inoltre, partiti maggiori come Libertà e GiustiziaAlhorreya wa Al’adala” fondato dai Fratelli Musulmani; La luceAlnur ” fondato dai Salafiti; La delegazione “Alwafd” fondata nel 1919 da Saad Zaghlul, e tanti partiti e partitini venuti alla luce nella voga postrivoluzionaria, che spesso e volentieri non sono riusciti a presentare neanche un solo candidato, soprattutto per mancanza di finanziamenti. Malgrado, teoricamente parlando, vigesse la regola della sospensione di tutte le campagne elettorali due giorni prima del voto, vari partiti non hanno minimamente seguito questa regola. Gli uni, di fortissima ispirazione islamista, per vecchie e ben radicate ambizioni di potere; gli altri, come Il Blocco (che aveva effettivamente sospeso la propria campagna elettorale durante gli ultimi scontri a piazza Tahrir), per non perdere né tempo né spazio hanno dovuto recuperare il terreno conquistato dai primi durante la sospensione delle altre campagne elettorali.
 

Non è stata questa, naturalmente, l’unica violazione registrata. Altre sono le famose tangenti, anche in natura, ai votanti, specialmente nelle zone svantaggiate dei governatorati in cui le elezioni hanno avuto luogo. Tali tangenti sono state offerte anche a coloro che si sarebbero recati alle urne solamente per paura della multa. In più ci sono i cosiddetti aiutini in prodotti di prima necessità come zucchero, grasso, olio, riso, fave, lenticchie e via dicendo, che avevano registrato un notevole rincaro negli ultimi mesi rendendoli inaccessibili alla classe povera.

 

 

Ora che i risultati, a sorpresa, ci informano che a prendere il sopravvento sono state partiti islamici come i Fratelli Mussulmani e i salafiti, è più che mai necessario riflettere sia sulle ragioni che hanno favorito la loro vittoria sia sulle conseguenze che dobbiamo aspettarci.

 

La realtà è che in vari governatorati i candidati del partito Libertà e Giustizia,anche se non hanno conquistato la maggioranza, non disperano, poiché le elezioni si dovranno ripetere tra i loro candidati e quelli del Blocco ad esempio. Ancora più sorprendente è la vittoria di vari candidati salafiti in governatorati come Alessandria: crocevia socioculturale di grandissimo rilievo (oltre che città natale di Giuseppe Ungaretti e Filippo Tommaso Marinetti), fonte di ispirazione per numerosi artisti in ragione della libertà che sventola tra mare e “cornice”, come chiamano la riva del mare gli alessandrini.

 

 

La prima domanda che viene da porsi è se questi risultati siano frutto di un effettivo risveglio religioso. Ad avvalorare questa tesi non solo i gruppi donne di varia età che sfoggiano chador e burka, ma soprattutto il crescente numero di uomini con la barba. Se questo rispecchi o meno una maggiore coscienza religiosa è difficile dirlo, perché non appena inizia una discussione sul significato di tale modo di vestirsi e, quindi, di porsi in società, chi pone la questione viene subito richiamato al rispetto dei precetti religiosi. D’altronde, però, su Facebook sono state diffuse varie caricature che sdrammatizzano la situazione, limitandola ad una giusta reazione momentanea a decenni di buia repressione. Inoltre numerosi musulmani moderati criticano aspramente questa nuova attitudine, che si vuole o si vorrebbe porre al di sopra ed al di là di una mortificante discussione sui dettami religiosi.

 

In ogni caso, non vi sono dati verificabili che si potrebbero considerare come segni di una nuova, elevata ed evoluta coscienza religiosa in Egitto, per quanto da tempo si senta l’influenza di varie correnti islamiche di origine sconosciuta all’egiziano comune. Ormai è chiaro che l’azione di queste correnti, ovvero dei vari esponenti dell’Islam – come vogliono essere chiamati, in quanto considerano riduttiva e demistificante la classificazione di “corrente” – è stata negli anni molto sistematica e veramente ben organizzata perché radicata nel terreno e ispirata a esigenze, ambizioni e sogni della classe povera, la quale rappresenta un abbondante 40% della popolazione.

 

 

Il problema che si impone alla società egiziana è che gli islamisti si stanno sempre più presentando come potere equivalente a quello della stessa religione. Un esempio semplice è stato quello di fare pubblicità inversa contro i candidati del Blocco, diffondendo la voce che questi ultimi fossero i candidati della Chiesa Copta, il che ha messo in vera difficoltà una buona parte dei votanti, che si sono trovati divisi tra il dovere di votare per chi giudicavano migliore e quello di salvare la propria religione, che di punto in bianco si è sentita chiamare in causa senza alcuna ragione logica se non la corsa al potere in Egitto.

 

Occorre però ricordare, a questo punto, che il parlamento eletto avrà solo il compito di scegliere l’assemblea costituente. Il Consiglio Supremo delle Forze Armate aveva, qualche settimana fa, abbozzato un documento – che è stato poi alla base degli ultimi scontri in piazza Tahrir – in cui vi erano alcune linee guida di quella che poteva essere la nuova Costituzione dell’Egitto, in cui si precisava, tra le altre cose, come si sarebbero ridotti i poteri del parlamento appena eletto. Di coincidenze si può parlare veramente pochissimo in politica.

 

Ora, la domanda più diffusa tra l’élite pensante è questa: se i Fratelli Musulmani non sono scesi a piazza Tahrir – ufficialmente come organizzazione – se non il 29 gennaio, dopo essersi accertati che veramente di rivoluzione si trattava e che non potevano essere perseguitati dal regime, e se alcuni dei loro sheikh assieme ad altri salafiti hanno effettivamente condannato tutte le azioni rivoluzionarie considerandole atti di grave disubbidienza al governatore, come sono poi riusciti a riscuotere questo clamoroso successo nelle parlamentari? La domanda successiva sarebbe logicamente questa: la rivoluzione non sarà servita solo a passare da una dittatura senza religione a una dittatura falsamente ascritta all’Islam?

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