Occupy London Stock Exchange: la protesta a Londra

Nonostante le minacciose richieste di evacuazione da parte della City di Londra e le dimissioni di tre importanti rappresentanti della Chiesa inglese (Giles Fraser, Fraser Dyer e Graeme Knowles, rispettivamente canonico, cappellano e decano della cattedrale di Saint Paul) Occupy London sembra aver resistito alle intemperie della scorsa settimana e anzi ha conquistato nuovo terreno. A distanza di quasi tre settimane dal tentativo di occupare Paternoster Square, sede del London Stock Exchange, l’accampamento degli indignati insediatosi ai piedi di Saint Paul è di fatto cresciuto in misura, organizzazione e contenuti. Occupy London LSX conta oggi più di 200 tende e un’occupazione gemella a Finsbury Square (Occupy LFS).

 

Sebbene sia difficile affermare che la Chiesa inglese abbia giocato un ruolo nella scelta della Corporation of London di offrire una tregua ai manifestanti fino all’anno prossimo, è vero d’altro canto che la solidarietà manifestata dalle autorità religiose nei confronti dell’occupazione e del suo carattere pacifista, sembra aver esercitato una certa influenza nell'evitare un intervento della polizia e altre misure repressive.

 

 

Ma cos’è Occupy London e perché ha scelto di occupare le piazze della City?

Iniziato come movimento di protesta contro le banche, l’avidità delle grandi imprese private e il sistema di tassazione che le protegge, Occupy London è un gruppo crescente di dimostranti collegato al movimento degli indignados spagnoli ed alle altre proteste anti-capitaliste diffuse a livello mondiale.

 

La scelta di colpire le banche porta necessariamente i manifestanti al centro del più importante distretto finanziario di Londra, la City, un’area urbana di circa un miglio quadrato, governata dalla Corporation of London (detta anche The City of London Corporation). La Corporation è un’istituzione antica, da sempre enclave di una classe privilegiata, retta da un proprio ordinamento giuridico e dotata di un corpo di polizia: una sorta di Stato dentro lo Stato, che rappresenta per certi versi un’anomalia legislativa rispetto alle altre realtà municipali londinesi.

 

Per citare un esempio di come la Corporation sia riuscita a mantenere tutt’oggi un sistema a dir poco privilegiato se non antidemocratico basti pensare al cosiddetto voto dei non-residenti (non-residential vote o business vote), ovvero al diritto di rappresentanza concesso ad un elettorato costituito prevalentemente da imprese private con sede nella City e non, come accade nel resto del Paese, da cittadini residenti nelle varie circoscrizioni comunali.

 

È su queste disparità che Occupy London dirige il proprio dissenso e organizza giorno per giorno la propria protesta. Nella dichiarazione di intenti datata 16 ottobre 2011 leggiamo: “il sistema presente è insostenibile. È antidemocratico e ingiusto. Abbiamo bisogno di alternative. Questo è il luogo dove lavoriamo insieme per ottenerle (…). Rifiutiamo di pagare per la crisi delle banche (…). Domandiamo la fine all’ingiustizia fiscale mondiale. Vogliano un cambiamento strutturale ai fini di una vera e propria eguaglianza globale”.

 

 

Ma come è organizzato il campo di Occupy London?

Sono andata nella piazza per entrare nel vivo della situazione e partecipare ad alcuni incontri. Il primo impatto, devo ammettere, è stato di puro disorientamento. Sebbene esista un ufficio informazioni e una bacheca con l’ordine del giorno, non ci si reca lì in visita organizzata. Navigare dentro il campo di Occupy London richiede uno sforzo: leggere ed assorbire i mille messaggi e pensieri affissi ovunque, identificare i diversi gruppi di lavoro, soprattutto ascoltare e partecipare alle assemblee generali programmate quotidianamente sugli scalini di Saint Paul.

A livello logistico esiste un media centre che regola i rapporti con la stampa, una cucina, un centro per la raccolta differenziata e, non ultima, una grande tenda bianca che porta la scritta Tent City University. Come in una vera free university, solo molto più precaria, qui vengono ospitati ogni giorno, a ritmo ininterrotto, workshop e lezioni di economia politica affidati a gruppi di attivisti, giornalisti e ricercatori. Io ho assistito a un workshop organizzato da un gruppo di indignados spagnoli del movimento M15, dedicato alle differenze tra il sistema democratico spagnolo e quello inglese. Venuti a Londra in supporto di Occupy London, gli indignados hanno organizzato molti workshop volti ad illustrare le procedure dell’assemblea generale, l’organismo decisionale basato sul principio della democrazia diretta adottato in Spagna come a Londra. Dimostrazione di come un vero e proprio sistema democratico (democrazia real) dovrebbe operare.

 

Sempre alla Tent City University ho partecipato ad un altro workshop, coordinato da un rappresentante di boycottworkfare (la campagna contro il lavoro socialmente utile). Ho ascoltato la triste testimonianza di un disoccupato sulle condizioni imposte dalle nuove misure di workfare (“lavoro socialmente utile”) introdotte di recente in Gran Bretagna. In modo simile a quanto è accaduto negli Stati Uniti, l’accordo tra privati e governo ha favorito il pagamento di grandi aziende inglesi, come la catena di supermercati Tesco, nel gestire direttamente il reinserimento nel mondo del lavoro di molti disoccupati, senza offrire loro né stipendio né alcuna tutela contrattuale.

 

Oggi leggo nel blog di Occupy London la nuova proposta dei dimostranti di fondare un centro di assistenza (Welfare Centre) per aiutare i senza tetto e le persone con problemi fisici e mentali rimaste senza supporto statale a causa dei tagli alla sanità pubblica. Fuori dalle tende, nella piazza, ho visto giovani e meno giovani, studenti, mamme con bambini, senza tetto, preti, unirsi all’assemblea e radunarsi in gruppo per discutere le diverse mozioni prodotte quotidianamente dal cosiddetto process meeting, la riunione dove vengono trascritte e ridiscusse le mozioni stesse.

 

Ad un primo sguardo è arduo affermare quale sia lo spettro demografico di Occupy London. L’occupazione sembra funzionare di fatto come un perfetto catalizzatore per una varietà di gruppi e individui uniti dall’urgenza di denunciare le ingiustizie sociali che, in Gran Bretagna come altrove, sono frutto della crisi e dei tagli. È un movimento locale quanto globale, che vuole dare vita ad un altro modo di esercitare i diritti dei cittadini, partendo dalla voce dei cittadini stessi e non da leader preposti a rappresentare raggruppamenti politici.

 

 

Ciò che mi ha colpito in particolare nel partecipare alle assemblee è la costante produzione di analisi e idee prodotte collettivamente nonché lo sforzo di tradurre questo lavoro in un documento comune da sottoscrivere con gli altri gruppi di protesta. Questo – e non le difficoltà pratiche e/o logistiche di gestire l’accampamento – mi sembra la sfida più ambiziosa di Occupy London. A questo proposito mi viene da chiedere: sarà questa carta comune una dichiarazione di intenti che alimenterà la protesta? O è questo il primo passo di una rivolta organizzata? Possiamo davvero definire questo movimento una protesta anticapitalista a tutti gli effetti o è nel suo insieme un movimento che paventa una serie di riforme a livello costituzionale e/o fiscale?

 

Se è vero, come ha affermato l’ex broker Max Kaiser, intervistato dal The Occupied Times (il giornale prodotto da Occupy London), che la differenza tra il movimento antiglobalizzazione della passata decade e il movimento presente consiste nel fatto che il target in questo momento sono le banche, è vero anche che termini quali capitalismo, anticapitalismo, rivolta e lotta di classe sono da qualche anno al centro di una fervente revisione critica. Penso ad esempio alla lettura offerta da John Holloway, autore di Crack Capitalism, apparsa su Variant Magazine la scorsa primavera (In, against and beyond labour).

 

Penso inoltre alle proteste che hanno preceduto Occupy London. In primo luogo all’apporto fondamentale del movimento studentesco nello sperimentare forme di auto-organizzazione e di attivismo che hanno riflettuto sulle condizioni di precarietà nel settore culturale e in generale nel campo dell’educazione. (Vedi per esempio l’analisi della sociologa inglese Angela McRobbie sempre su Variant, Re-Thinking Creative Economy as Radical Social Enterprise.

 

Penso infine alle rivolte urbane dello scorso agosto quale concreta manifestazione del disagio sociale che colpisce i giovanissimi. Tutto questo sta accadendo alla vigilia dei Giochi Olimpici in programma per la prossima estate e in parallelo allo smantellamento dello stato sociale. Le scadenze quasi coincidono. Entro il 2013, gli effetti della riforma in corso si riverseranno su molte fasce della popolazione inglese. Il disagio sociale non sarà un fenomeno isolato e isolabile, bensì la condizione presente di un paese che non godrà più di nessuna forma di sussidio statale (assegni familiari, disoccupazione, etc.) e non garantirà accesso equo a educazione e sanità.

 

Occupy London nasce dunque da queste premesse, mirando ad un bersaglio, le banche, che può apparire poco ambizioso rispetto all’idea di fondo di scalfire l’intero sistema capitalista, ma che suo malgrado rappresenta un passo decisivo nel denunciare le vere fonti d’ingiustizia sociale. Inquadrare questa nuova ondata di proteste entro facili definizioni mi sembra pertanto prematuro e controproducente per il semplice fatto che istanze riformiste (come la proposta di tassare le transazioni internazionali, la cosiddetta Financial Transaction Tax), anticapitaliste o comunque non omologate sono al lavoro per trovare insieme delle alternative e un linguaggio che accomuna, come dice lo slogan, il 99% della popolazione.

 

Non è infatti la scomparsa dello striscione Capitalism is crisis (“capitalismo è crisi”) che dovrebbe preoccupare le anime estremiste che frequentano Occupy London, bensì il modo in cui questo 99% invocato dalla protesta sarà in grado di partecipare e fornire nuove idee. Lo sforzo richiesto consiste, dopotutto, nell’imparare disimparando proprio dai modelli esistenti.

 

 

Vorrei concludere questo breve resoconto con alcune immagini che ritornano all’occupazione. In mezzo alla piazza è stato installato un gigantesco Monopoli, il famoso gioco che insegna a fare soldi con la compravendita di terreni. Venerdì scorso, altri come me si sono radunati davanti al Monopoli per seguire un tour in bicicletta che avrebbe mostrato le sedi delle maggiori imprese e banche della City. Ammetto di non aver mai giocato a Monopoli e quindi di essermi trovata in imbarazzo nell’unirmi al contro-gioco. Non è stato difficile. Protestare nelle strade può essere in fondo molto più divertente e creativo di oziare a un tavolo da gioco. E se il Monopoli insegna le regole del capitalismo, la vena ludica e creativa di Occupy London insegna a riappropriarsi degli spazi pubblici che banche e imprese private hanno ridisegnato a loro immagine.

 

Passando ore seduta sui gradini della cattedrale di Saint Paul e partecipando sia pure timidamente ai dibattiti nella City Tent University ho imparato che esiste un modo ancora più elementare di sentirsi partecipi alla protesta: agire ascoltando.

Il coraggio, la determinazione, il desiderio di agire risiede credo nella capacità e volontà di ascoltare e riflettere insieme agli altri. Lo chiamano temperature check (“controllo della temperatura”) e significa in breve che se sei d’accordo con quanto discusso o proposto durante l’assemblea generale puoi esprimere il tuo feedback in tempo reale, senza interrompere il flusso del dibattito o interrompere chi sta parlando. Basta semplicemente far fluttuare le mani verso l’alto.

 

L’ascolto collettivo può essere matrice di una nuova intelligenza, quell’intelligenza politica negletta dall’individualismo e dal carrierismo prodotto dal pensiero neoliberale. Depauperato e allo stesso tempo fagocitato dai cosiddetti social media, l’ascolto collettivo si fonda sul semplice principio di ascoltare e dare spazio materiale ad una pluralità di voci. Una modalità di fare politica che ristabilisce il principio della democrazia diretta nel riconoscere ciò che la filosofa Adriana Cavarero ha definito “l’ontologia vocalica dell’unicità”.

 

 

All’interno di questa pluralità non c’è spazio solo per slogan, pensieri, tattiche diverse. Pluralità qui significa riconoscere l’unicità nella pluralità e non attenersi strettamente al pluralismo inteso come rispetto verso le differenze (etniche, culturali, sessuali).

 

Come ho potuto osservare a Occupy London lo scorso sabato in occasione del sermone multireligioso, anarchici, anglicani, umanisti, protestanti, dissidenti, socialisti, ambientalisti, gnostici si sono riuniti per esprimere a voce la loro solidarietà verso i dimostranti. Nel rispetto delle diverse ideologie, credenze, etnie, hanno parlato davanti a un pubblico altrettanto variopinto. Ho visto molte persone ascoltare, e molte radunarsi in gruppo per esprimere la propria opinione e interagire gli uni con gli altri.

 

Questa reciprocità di parola e ascolto è forse l’immagine più autentica della dimensione politica trasmessa da Occupy London. Come recita il verso del poeta inglese John Donne, chiamato in causa durante l’incontro di sabato scorso: No man is an island entire of itself; every man is a piece of the continent. Nessun essere umano è un’isola; ogni essere umano è parte del mondo.

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