Ohio: swing state

Se doveste scegliere uno stato dell’unione dove assistere alla prossima campagna elettorale per le presidenziali americane, non dubitate nemmeno un secondo e venite qui, a Cincinnati o a Columbus, in Ohio. L’Ohio è lo “swing state” per eccellenza, l’ago della bilancia elettorale, il “bellwether state”, dove si capisce dove andrà l’intera nazione; lo stato che incarna la medietas nazionale rispetto alle preferenze di ogni tipo. Non a caso moltissime multinazionali hanno la loro sede americana qui, proprio per intercettare meglio e prima le tendenze dell’intero continente, soprattutto in termini di trend di consumo. E non sorprende quindi che Obama e Romney siano ritornati da queste parti in diverse occasioni durante la campagna elettorale, perché la battaglia elettorale non si vince a New York o in Texas, dove la polarizzazione politica è stabile da tempo, ma in questi stati “cerniera” - dal punto di vista sia geografico, che sociale. A riprova la percentuale dei voti: a livello nazionale il 50.6% per Obama contro il 47.80% per Romney, in Ohio 50.18% contro 48.18%.

 

L’Ohio è sintonizzato sul fuso orario di New York, ma geograficamente è già mid-west, una zona degli Stati Uniti che nell’immaginario collettivo rimane indistinta, senza cristallizzazioni simboliche particolari a parte Chicago o Detroit, con la sua industria automobilistica. Il mid-west, lo sappiamo, è geograficamente una cosa seria: non è come la pianura padana che dopo un po’ si sfianca e in maniera alquanto scombinata finisce nel brodo tiepido dell’Adriatico; qui lo spazio dura giorni, senza soluzione di continuità attraverso migliaia di chilometri di linearità grigia, e sebbene sia questo il paese della produzione industriale su larga scala e della rivoluzione tecnologica, la natura si fa sentire in maniera puntuale e fragorosa, in tutte le stagioni, con metri di neve da spalare d’inverno, o con tornado a scoperchiare case e edifici d’estate - e relative lugubri sirene che intimano di tanto in tanto di portarsi la branda in cantina.

 

Il cuore del voto democratico dello stato è Columbus, la capitale, una città elettoralmente colorata di blu, accerchiata da una serie di contee rosse, che hanno portato l’Ohio ad avere, nell’ultima tornata elettorale del 2009, un governatore repubblicano. È una città come ce ne sono tante negli Stati Uniti, non particolarmente bella dal punto di vista urbanistico, con la sua griglia di strade che marciano da sud a nord e da est a ovest, senza soluzione di continuità. La salvano da un grigiore uniforme i quartieri dell’immigrazione storica, come il German Village o il Victorian Village.

 

Data la profonda e radicata religiosità della popolazione media dell’Ohio e del mid-west in generale, ci si può chiedere come sia stato possibile il successo di Obama. Mia moglie, che qui ha vissuto sei anni, mi spiega della cultura sostanzialmente liberal della città: la comunità LGBT è significativamente numerosa e una delle più grandi e organizzate del mid-west; la comunità afro-americana è meglio integrata che in altre realtà urbane. Le coppie miste sono comuni e non una eccezione: bar, ristoranti, luoghi di intrattenimento sono affollati in maniera etnicamente composita e questo salta all’occhio per uno che come me ha vissuto tra San Francisco e la Silicon Valley per 5 anni. San Francisco, con la sua presunta tolleranza, con la sua anima democratica e la sua aria europea, ha praticamente espulso gli afro-americani dai suoi confini, costringendoli o nei ghetti degradati del Tenderloin, o nella dirimpettaia Oackland, con gradi di risentimento inter-etnico spesso molto espliciti. Qui no. C’è una genuina cordialità e fludità nei rapporti fra bianchi e neri, ovviamente non senza i problemi di sperequazione economica ancora evidenti, ma decisamente più esemplare della ghettizzazione nord-californiana. E nonostante la predominanza bianca la cosiddetta diversity interna è in rapida espansione.

 

Qui si riesce a mangiare probabilmente il miglior sushi degli Stati Uniti, perché la Honda, che ha la sua sede americana a Columbus, ha trascinato con sé ristoratori e cuochi, per sfamare decentemente migliaia di dirigenti e quadri. Se vi capita di avere qualche amico particolarmente intraprendente - come è capitato a me con l’amica e collega Jennifer Siegel, una newyorkese esperta di diplomazia russa che insegna qua da un po’ di anni -, è facile scovare le migliori cucine regionali negli anfratti più remoti e sperduti della città, dove i menù sono tutti rigorosamente nella lingua originale, e dove spesso si viene guardati con un misto di curiosità e perplessità, proprio per la palese incongruenza della nostra presenza lì in mezzo, traditi da aspetto e lingua.

 

Nonostante la sostanziale perifericità nella mappa simbolica nazionale, Columbus ha una discreta vita culturale, con un numero di gallerie d’arte francamente sorprendente per una città di queste dimensioni (meno di un milione di abitanti). Mi spiegano che questo dipende anche dal fatto che in maniera molto intelligente il comune di Columbus ha fatto di necessità virtù: durante la recente crisi economico-finanziaria, gli spazi commerciali che rimanevano vuoti o sfitti in centro città, venivano riconvertiti, attraverso incentivi e agevolazioni, in spazi culturali o in gallerie, con la chiara consapevolezza che generare cultura ha un valore superiore a qualsiasi mero calcolo di produttività.

 

Motore culturale fondamentale per Columbus è l’università, che in maniera molto più significativa di altri contesti urbani ha un impatto notevole sulla città. Columbus è infatti sede della più grande università statale degli Stati Uniti, la Ohio State University; con circa 60mila studenti. Il campus, che si estende per 7 km quadrati su diversi quartieri nel centro geografico della città, è uno dei poli strategici e culturali di Columbus. Non è confinato in mezzo alla campagna o in zone periferiche della metropoli, come accade a molti campus universitari americani, ma è uno dei cuori pulsanti di questa comunità. Lo sono in maniera coreograficamente chiassosa gli eventi sportivi e le squadre che fanno riferimento al dipartimento di atletica dell’Università, uno di quelli di maggior successo degli Stati Uniti. Ogni partita della squadra di football americano dell’Università fa il tutto esaurito (in uno stadio da 106mila posti!).

 

Essendo una università statale, l’OSU permette di studiare a una fetta considerevole della popolazione locale a costi non proibitivi (10mila dollari all’anno contro i 54mila di Harvard o i 45 della New York University). E in molti casi non si tratta di figli di papà ricchi e privilegiati, ma di giovani che si pagano le tasse universitarie facendo anche 2 o 3 lavori part-time. E capita spesso di imbattersi in ventenni che sono reduci da 6-9 mesi in Iraq e che nonostante questo (o proprio per questo) vogliono seguire un corso su Dante o il Rinascimento italiano. La qualità dell’insegnamento è mediamente buona e in alcuni casi, in discipline molto particolari (dal persiano antico alla storia araba), l’OSU conta alcuni tra i maggiori esperti a livello mondiale. In termini di prospettiva di carriera questo è uno tra i migliori posti per i giovani ricercatori e gli associati. La biblioteca universitaria, a cui fanno riferimento altre 25 minori o dipartimentali, è la diciottesima per dimensioni degli USA con quasi 6 milioni di volumi, quasi tutti disponibili a scaffale aperto. Del resto la forza e la capacità di generare cultura di un’istituzione come questa comincia innanzitutto dalla biblioteca, ancor prima che dai laboratori: una lezione che in molti hanno dimenticato in Europa, ma che rimane ben presente nella cultura americana. E nel repertorio delle biblioteche di OSU si possono trovare, in maniera palesemente incongrua, la più estesa collezione di manoscritti medievali in lingua slava del mondo e la maggiore collezione di fumetti e graphic novel al mondo, la Billy Ireland Cartoon Library & Museum.

 

In sintonia con una città culturalmente curiosa, l’Università ha poi inaugurato nel 1989 il Wexner Center for the Arts. La struttura è di Peter Eisenman, e contiene aree espositive, teatri e laboratori, con un viavai continuo di performance, retrospettive cinematografiche, mostre temporanee d’arte contemporanea e artisti “in residence” — da Mark William Morris a Phil Collins, da William Forsythe a Barbara Kruger. Il Wexner Prize ha inoltre premiato e allestito retrospettive sistematiche su artisti quali Peter Brook, Merce Cunningham, John Cage, Bruce Nauman, Martin Scorsese, Gerhard Richter, Louise Bourgeois, Robert Rauschenberg, Renzo Piano, Issey Miyake, T. Jones e Spike Lee.

 

In termini di spesa, per la sola ricerca OSU investe sui 700 milioni di dollari all’anno, ma l’Università non si limita a istruire migliaia di studenti, o a promuovere ricerca, ma è attivamente coinvolta nel ridisegnare la fisionomia della città, attraverso investimenti massicci e processi di rigenerazione urbana che hanno cambiato il volto a interi quartieri. Se in Italia, l’Università è ormai considerata un carrozzone ingestibile dal punto di vista economico, o una riserva di voti da blandire da sinistra a ogni tornata elettorale, o una giungla nepotistica dove il reclutamento sembra basato sul «ciapanò» meritocratico e di competenze, qui sembra essere al cuore dell’interesse politico di una città e di uno stato.

 

Investire in cultura si sa è un fatto eminentemente politico, e questo si configura in termini trasversali rispetto alle polarizzazioni politiche, nel senso che l’espansione economica e lo sviluppo tecnologico, punti fermi del neoliberismo capitalistico, passano anche attraverso sostegni strutturali alla crescita di una economia della conoscenza, alla diversità e ricchezza culturale di un determinato contesto, terreno privilegiato nella formazione di una piattaforma sociale di carattere liberal e di sinistra. Generare cultura è un moltiplicatore economico di carattere sistemico che ha una valenza politica sostanziale. In questo senso anche Columbus sembra confermare quanto sostenuto da Richard Florida in The Rise of the Creative Class sul rapporto fra creatività, tolleranza sociale e crescita economica, dove sono i contesti capaci di attrarre produttori culturali e creativi in genere che mettono in moto un volano positivo di crescita, che va al di là della mera contabilità del PIL, e che si basa innanzitutto su una migliore qualità della vita e su dinamiche relazionali più politicamente emancipate.

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