Parigi. Lo spazio del populismo

Che l’esercizio del potere non sia (soltanto) un atto coercitivo, pura e semplice imposizione di una volontà esterna calata dall’alto, ma sia qualcosa di ben più “intimo”, direttamente agganciato alle corde interne della nostra condizione psichica, è un dato di fatto. Che il Sovrano-Leviatano di Hobbes non sia composto altro che dalla molteplicità mostruosa dei corpi dei suoi cittadini, lo sappiamo benissimo. E non soltanto perché abbiamo imparato con Foucault a riconoscere le manifestazioni del potere ben al di là del semplice rapporto repressivo e duale tra Re e Cittadino, o perché filosofi recenti come Maurizio Lazzarato o Yves Citton hanno mostrato come la politica può, di fatto, riassumersi in un’incessante attività di canalizzazione da parte delle istituzioni di quella che è la dimensione affettiva e cognitiva dell’insieme dei cittadini.

 

 

Che il potere abbia un qualche legame più o meno remoto con i desideri, le paure, il senso di umiliazione o di benessere del singolo è perfettamente leggibile nella strutturazione stessa delle nostre società. Società massmediatiche, fondate ben più sulla captazione del consenso che su un reale confronto-opposizione di programmi politici. Società liberali, orientate alla costruzione di un concetto di popolo che funzioni come un “significante vuoto” (come scrive Ernesto Laclau), come un contenitore in cui far giocare variabili riorientabili all’infinito nella liquidità generica del loro statuto (“noi/loro”; “io/gli altri”). Ma come funziona questo contenitore? Quali sono le strategie estetiche messe in atto dalle nuove politiche del populismo europeo contemporaneo?

 

 

Esattamente a partire da queste domande si sviluppa Enacting Populism, mostra in programma in questi giorni alla Kadist Art Foundation di Parigi a cura di Matteo Lucchetti. Enacting Populism si fonda su un gioco evidente di intersezioni tra pratica artistica e gesto politico. Vero e proprio luogo ambiguo, lo spazio espositivo della Fondazione Kadist è stato organizzato e strutturato come la sede di un comitato elettorale, un ufficio politico temporaneo di quelli che durano lo spazio di una campagna e che vengono smobilitati il giorno successivo alle elezioni­. Del comitato elettorale presenta infatti gli elementi di arredo: il verdino dei muri, le sedie, i tavoli di formica (presi in prestito direttamente dal Partito Comunista francese). Dell’ufficio politico possiede il carattere del tutto provvisorio (la mostra è stata allestita in coincidenza degli ultimi due mesi delle presidenziali francesi e terminerà il 22 maggio, giorno delle elezioni).

 

 

Gli interventi degli artisti alle pareti si offrono così nella loro condizione liminale di strumento politico e nello stesso tempo di pratica estetica, oggetto e insieme riflessione sull’oggetto stesso. Come in “Utopia et Fight” di Steve Lambert - coppia di manifesti (“Utopia is not a destination but a direction” e “It’s time to fight/It’s time to stop fighting”) esposti con tanto di prezzo e possibilità di essere realmente acquistati dal pubblico - dove è coglibile anche a un livello immediatamente intuitivo una doppia valenza di diffusione di un messaggio politico e nello stesso tempo di “disturbo” del messaggio stesso attraverso la rivendicazione dello statuto dichiaratamente artistico dei manifesti. Il tema della commistione tra pratica artistica e gesto politico, la forte promiscuità dei mezzi con cui politica e arte contemporanea creano le proprie narrazioni è di fatto l’elemento comune di tutti gli interventi della mostra. Lo storytelling, la creazione di un discorso che sia in grado di “modulare le apparenze così da produrre indizi che conducano gli altri a fare ciò che ci si aspetta da loro”, come scrive Yves Citton, sembra infatti il nodo centrale attorno a cui vengono a giocarsi i destini del populismo contemporaneo.

 

 

Nel lavoro di Nicoline van Harskamp “Character Whitness”, episodi tratti dalla biografia reale di alcune figure storiche (Malcolm X, Hillary Clinton, Ariel Scharon) sono stati tagliati e ricomposti a formare un discorso elettorale del tutto posticcio, costruito, recitato sullo schermo da attori professionisti. Nel turbo-movie “Le Président” del collettivo Alterazioni Video, la campagna elettorale di un candidato fittizio alle presidenziali francesi viene realizzata e compressa nello spazio di un videoclip tutto rap e slogan sul genere MTV, mentre nella sala accanto il progetto A life to See dei Société Réaliste propone un film digitale di 855,768 ore - ovvero 101 anni, la durata esatta della vita di Leni Riefenstahl - in cui viene proiettata l’intera produzione video della regista tedesca fiore all’occhiello della propaganda nazista, in un’articolazione complessa tra gesto contemplativo (ogni fotogramma dei suoi film è stato rallentato e portato a 59 minuti) e disturbo percettivo (il sonoro di tutti i film è stato invece compresso in un’ora e si ripropone identico a ogni cambio di immagine).

 

Il rapporto tra pratiche di appropriazione, di alterazione, di fictionalizzazione della storia e propaganda demagogica risulta quindi analizzato e portato in superficie fin negli elementi costitutivi, negli ingranaggi fondamentali della macchina mediatica. La creazione di uno storytelling non sembra però essere semplice appannaggio delle culture di destra. Certamente, la capacità di elaborare un immaginario “forte”, immediatamente riconoscibile dal pubblico, ha fornito ai movimenti di stampo conservatore un indubbio vantaggio elettorale negli ultimi decenni.

 

 

Lavori come quello di Danilo Correale che ad Anversa ha distribuito al pubblico una serie di gratta e vinci in cui sotto la parte argentata, al posto di numeri o simboli, si trovavano nascoste le frasi xenofobe più utilizzate dalle destre europee, illustrano in modo emblematico, all’interno della mostra, come l’ideologia populista contemporanea abbia saputo coniugare spinte del tutto eterogenee e manifestamente “pulsionali” (miraggio di benessere economico; odio xenofobo) facendole funzionare come reagenti politici.

 

Ma il progetto di Enacting Populism non pare finalizzato soltanto a una pratica engagée di condanna e mistificazione della retorica conservatrice. Come racconta Matteo Lucchetti, populismo sembra poter essere un concetto “utilizzabile”, uno strumento di espressione popolare in grado di creare nuove narrazioni, nuovi miti condivisi all’interno di un immaginario contemporaneo non necessariamente estremista. Se il Leviatano siamo noi, in ultima istanza, non è assolutamente detto che le sue parole, pur posticce e “mediatizzate” che siano, non possano mutare di voce.

 

 

Enacting Populism in its mediæscape 
18 Febbraio - 22 Aprile, 2012 
a cura di Matteo Lucchetti 
Kadist Art Foundation 
Parigi

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