Primavera messicana | Matrioske, piramidi e parabole post-elettorali

Il nostro reportage dedicato alla Primavera messicana, curato da Alessandro Raveggi, arriva oggi alla sua terza puntata. Le precedenti le trovate qui.

 

 

Lo sport nazionale del dibattito politico messicano è un infaticabile gioco delle matrioske: scovare chi si cela dietro quel funzionario o candidato, chi lo paga, chi lo comanda, e così via. Tessere reti, strattonare fili rossi incessantemente, dubitare di tutto, far tremar ogni affermazione, destituire e svitare il guscio della matrioska. La tendenza generalizzata al complotto, peraltro il più delle volte giustificata, la rende però una grammatica che si sciupa proprio per diffusione di bocca in bocca, impedendo spesso un vero smascheramento. Parlare quindi di politica messicana esprimendo giudizi di valore risulterà oltremodo azzardato per uno straniero, come applicare le categorie della politica europea totalmente fallace. Il sospetto, lo stare allerta, il dimostrarsi schivi e laconici fanno parte a ben vedere della stessa indole del messicano, tanto quanto l’apertura, lo strappo ciarliero, l’incuranza e l’allegria. Basta che ti rechi a fare delle pratiche burocratiche in un qualsiasi ufficio pubblico: con una percentuale secca del 50 a 50, ti toccherà alternativamente avere a che fare con un impiegato amabile e, la volta successiva, con un’arpia arcigna e malevola che farà di tutto per metterti i bastoni tra le ruote con i suoi cavilli. Chi sarà il guscio di chi? Quale sarà quindi l’ultima matrioska del Messico? Quella del sospetto o quella dell’apertura? Quella reticente o quella gioiosa? E ancora: quella del giurassico pre-democratico che pare star tornando o quella di una post-democrazia trasparente che pure oggi si fa strada con il nome YoSoy132?

 

Parlando d’ambiguità e doppifondi, da poche ore, dopo vari autoproclami e sondaggi gonfiati in nottata, è stato incoronato il nuovo presidente del Messico. Come già ci aspettavamo è il turno del candidato dell’ossimorico Partito Rivoluzionario Istituzionale, Enrique Peña Nieto. Ora, Peña Nieto è una slanciatissima matrioska messicana, tutta mascella e lacca, apparentemente poco ingorda e capiente come il passato alle spalle del suo partito. Ma poi la sviti un po’ e.... scopri che, ad esempio, il candidato se l’è passata per il Paese regalando rossetti, diari e Big Jim con il suo nome e la sua faccia alle fasce di popolazione più facilmente coercibili in cambio di una manciata di voti. Recentemente sono stati avvistati persino dei Tarahumaras, la sacra tribù di rapidissimi corridori scalzi del Nord che un tempo accolsero Antonin Artaud, ripararsi dalla pioggia con ombrelli bianco, rosso e verde marca Peña Nieto. Un tarahumara che si copre dalla pioggia con ombrello presidenziale o una ragazzina pallida e malnutrita del Chiapas che si mette il rossetto purpureo sul ciglio di una strada di fango non saranno però matrioske da svitare. Non saranno altro che avvertimenti tetri di quello che potrebbe accadere al Messico post-elettorale.

 

Il ritorno di quello che Vargas Llosa ha chiamato la “dittatura perfetta” del PRI – oltre alla sconfitta lampante del partito della destra PAN fino a ieri al potere – coinciderà stavolta forse con la sparizione delle peculiarità, differenze e tradizioni messicane, nel richiamo a un’unica indefinita tradizione monolitica e disseccata, la Matrioska con dentro un grande buio ottuso. Che è poi una tradizione surrettizia: surrettizio richiamo alla famiglia con pose alla Kennedy con la famigliola sorridente – déjà-vu alla Dinasty con addosso trent’anni di effetto doppler assordante sull’immaginario collettivo; surrettizio richiamo al focolare domestico – sebbene il focolare possa essere prima allargato al set di una telenovela e poi all’intero sistema informativo televisivo ben controllato dal nuovo Presidente; falso richiamo ad un liberismo che ci siamo già stancati altrove di vedere agonizzante, proprio in mancanza di una proposta economica concreta. Il candidato del PRI ha affermato più volte in tv: “Messicani, guadagnerete di più”. Punto. Un messaggio chiaro e deciso, di conservazione additiva dello status quo, in uno strisciante disguido tra i concetti di qualità e di livello di vita. O forse si riferiva al segnale delle sue parabole e antenne televisive: “Messicani, guadagnerete più (segnale sulla parabola)”.

 

Un altro scrittore latinoamericano, Octavio Paz, lui pure Nobel, disse che il PRI era una grande piramide per il sacrificio moderno del messicano. I nuovi oranti della grande Piramide-matrioska del PRI appena riesumata da un sottile strato di terra accumulatosi in dodici anni, troveranno al suo culmine, da quest’oggi, una gigantesca antenna parabolica dalla quale dipendere. Il gioco di una nuova politica non starà tanto quindi nello svitare matrioske di pietra, trovare complotti all’interno della piramide, denunciare come sta facendo la sinistra adesso il fraude electoral come nel 2006 – ripeto: legittimo sospetto –, quanto trovare il modo di disinnescare quelle antenne levate al paradiso perduto di una supposta stabilità autoritaria, che molti messicani hanno ieri votato. Si tratterà di desintonizzare più che di scoperchiare e svitare.

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