Primavera messicana | Secondo i piani

Transitare sotto il mastodontico Segundo Piso, il secondo piano della circonvallazione (Periferico) della città, è come attraversare lo scheletro di un dinosauro esploso. Piloni grigi e sgorati di centinaia di tonnellate di cemento spinti sull’asfalto del piano di sotto da milioni di auto, giorno e notte. Un’autostrada che sovrasta e non più circonda una città che l’ha superata, di soppiatto, da anni. Se si è sopra le sue ossature, si è salvi. La selva cittadina di luci, di notte, si scuote agli occhi come una pelle anfibia in bagliori sublimi. Al tramonto, apprezzi non solo i complessi montagnosi aranciati che circondano il Distrito Federal, dalla postura americana, ampia e non aspra, ma anche la metropoli verdissima, benché squarciata da cavee misere e rugginose, ricche di saponi giallastri e tendoni rosso mamey da mercatino.

 

In questi tempi elettorali, dai palazzoni che spuntano ai lati di questo preistorico e distopico Secondo Piano, spiccano, oltre alle pubblicità di bibite e assicurazioni pensionistiche, i cartelloni di candidati elettorali, locali e nazionali. Nel novero: la giovane manager con la frangia a dente di rastrello, il bancario con un nodo di cravatta come una tonsillite, il canuto in maniche arrotolate e baleno di sudore militante, la parvenu cinquantenne vestita in pelle blu come una supereroina del Rotary Club. Poi, più grande di tutti, c’è un giovane aitante che adagia sul petto con paternalismo una donna di classe bassa. Lei, con la sua vestaglina trinata, le mani incollate d’impasto per tortilla, è colta mentre si lascia andare placida al petto del suo futuro Presidente. Lui è il candidato del PRI, ha uno strano rictus in dono per quella donna. In Messico, lo danno già come vincitore. Lo chiamano il Copete, l’uomo dal Ciuffo ribaldo. Rappresenta il nuovo prodotto lisciviato di un partito politico totalitario che ha governato per quasi tutto il Novecento un paese chingadofottuto, frequente constatazione fatalista dei locali – impoverendolo dal punto di vista morale, promuovendo un’economia sperequata e una conservazione della tradizione nel folklore pauperistico.

 

 

Se si è invece sotto il Secondo Piano, sotto quell’abbraccio paternalistico, si è persi in un’estate troppo afosa per la città. Aggiungiamo che è l’ora della pausa pranzo, la più temibile. Al fianco della nostra fila flemmatica di auto spesso ingolfate, scuri muratori imbragati manovrano gru in cantieri non molto delimitati, sfavillanti di scintille da saldatrici, mentre pedoni intimoriti ci passano sopra per pericolanti ponteggi, ben segnalati più che ben sigillati. Stanno ampliando il Secondo Piano! Una scelta adatta alla Los Angeles degli anni Ottanta, non alla capitale sbandieratamente “ecologica” di questi anni. Sto trasportando, con dei traslocatori, un materasso, scatole e valigie di libri e indumenti, dal Sud al Centro della macchia urbana, dove abiterò. Quel Sud, da dove parto: strade private residenziali della classe alta conservatrice con ville, gipponi e buganvillee, muri bianchi e piscine, e a un passo il quartiere storico di San Angel, meraviglia coloniale lastricata e cinguettante di uccellini e artigiani. Il Centro, dove ci stiamo trasferendo: i quartieri à la page della Condesa e della Roma, fauna contemporanea e progressista, t-shirt ridondanti, caffè letterari, panoplia hipster, bohème latina.

 

Accanto a me conversa il guidatore, un amabile traslocatore messicano sulla cinquantina che col suo compare gestisce una impresa “non riconosciuta, informale”, ci tiene a precisare. Girano per il Messico da molti anni con il loro sgangherato furgoncino, trasportando mobilia dal Pacifico fino al Golfo del Messico, ogni giorno centinaia di chilometri. Il traslocatore è un parlatore nato e molto sciolto: arriva persino a confessare di aver tolto gli specchi da casa “per rimanere sempre giovane”. Conosce ogni uscita della circonvallazione come le sue tasche, anche le uscite informali: cordoli sbeccati o più bassi dove i furgoni e i taxi scavalcano spaccando gli ammortizzatori. Quello che più impressiona è come parli per sottintesi del prossimo, dato per sicuro, presidente messicano, Enrique Peña Nieto, l’abbraccio mortale sopra di noi. Il traslocatore rivela anche più volte la sua avversione per il partito della sinistra, PRD, che da molti anni governa invece la capitale messicana che stiamo percorrendo. Parla però sempre per sottintesi come un personaggio del Calvino in Messico. Quel masticare per allusioni prosegue tra le risatine, e quindi, ancora una volta lanciando uno sguardo poco benevolo al Secondo Piano, il nostro si spertica nell’elogiare di contrasto le Grandi Opere che EPN pare, secondo lui, aver portato a termine in pochi anni nel Estado de México, lo stato limitrofo dove ha governato per anni.

 

Dopo calvari ai semafori e strombazzate, arriviamo a destinazione. Il traslocatore e il suo compare con abilità scaricano tutte le scatole, allibendo al vederle stracolme di libri. “I libri con tutti questi traslochi intercontinentali, sono diventati il mio incubo peggiore”, confesso loro. Scuotono la testa. “Noi non leggiamo, non ci piace leggere”, ghignano. Non li giudico, perché la loro curiosità mi è parsa comunque più viva di quella di un italiano laureato. E non posso giudicarli nemmeno per la scelta politica. Sono parte di un popolo disorientato che, sebbene ricco di un peso culturale molto in movimento come le mie scatole di libri, è fatto di classi medio-basse urbane e suburbane. Sono loro ahimè le fonti principali di legittimazione di politiche autoritarie, tendenti al compromesso e all’acquisto del voto tramite pasti, pacchi di riso e altri lasciti alimentari o materiali. Un pueblo che ha visto e sentito per ferite e voci di cugini e fratelli del Nord l’orrore della guerra sanguinaria al narcotraffico promossa dalla destra del PAN oggi al potere, e che non si sognerà forse mai d’optare per il candidato degli intellettuali, studenti e scrittori di sinistra, il “messianico” Manuel Lopez Obrador.

 

Il traslocatore e il suo compare, l’hanno detto, non amano leggere, si arrangiano alla vecchia maniera, tolgono gli specchi in casa per rimanere giovani, e sempre gli è andata in fondo mediocremente bene, in quell’adolescenza perenne, poco legale e molto lavorativa. Perché dovrebbero sottrarsi all’abbraccio paterno proprio ora? Perché dovrebbero riappendere gli specchi in casa e scoprire che, nel gioco di specchi, Peña Nieto - sposo di Angelica Rivera, attrice di telenovelas che madri e mogli adorano – è in realtà l’anziano Padre florido e corrotto di una volta?

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