Quando a Lione s’accendono le luci, qualcosa rimane al buio

Il vento freddo impasta le palpebre e la pioggia sghemba si stampa sul cappotto, all’altezza della cintura. Sono le cinque del pomeriggio a Lione. Agli imbocchi della metropolitana, in piazza Bellecour, gli operai del comune danno l’ultima occhiata ai quadri elettrici, più per scaramanzia, s’intende. È tutto pronto per la Fête des Lumières, la festa delle Luci, che da stasera, per quattro notti, animerà le sagome dei monumenti e degli edifici storici, ridisegnandone le forme a tempo di musica.

 

I tre bicchieri arrivano al tavolo sul vassoio di un cameriere equilibrista. Biondo e foruncoloso: giovanissimo. Il kir scende giù per la gola senza intralci: a stomaco vuoto, è confortante sentirne il passaggio. Al tavolo accanto, una signora legge La tante Julia et le scribouillard. Si diverte. Dietro il titolo in francese, riconosco la premura discreta di chi mi prestò l’edizione italiana del romanzo: oramai più di dieci anni fa, convengo. Mi scappa un sorriso e la signora se ne accorge. Me lo restituisce, complice. Poco dopo paga il conto, si dirige verso l’uscita e nel voltarsi svela il segreto di una cotonatura che è solo frontale: incurante della tridimensionalità, ogni mattina incornicia per bene il viso con soffici mèches con la stessa sicurezza con cui trascura di cancellare, sulla nuca, le tracce eloquenti di una notte passata supina. A russare. Russare forte.

 

Ci incamminiamo verso Place du Change, dove G ci aspetta per la cena. Appoggiandosi appena può, come distrattamente, a un muro, una colonna o un dissuasore di sosta, R dissimula con garbo il suo acuto mal di schiena. Commenta qua e là elementi architettonici, dettagli urbanistici. Nel frattempo tira il fiato, puntellando con le dita sui fianchi la parte finale della spina dorsale.

Per quanto mi riguarda, mi è chiaro fin dalla prima passeggiata: c’è aria di segretezza intorno a noi, un gusto palpabile per ciò che è nascosto, inespresso all’apparenza, sottaciuto, che sembra aspettare lo sfolgorio di luci della festa per eclissarsi del tutto.

Decido di andare in fondo alla questione.

 

Il ristorante è in rue du Beuf. Ci accomodiamo mentre la cameriera serve ai tavoli una crema, forse di pesce, forse insaporita dalla farina di castagne. Tiepida e invitante. I miei commensali assaggiano. Deliziosa. Tutti approvano soddisfatti, pur nell’incertezza degli ingredienti. Nel mio caso, l’enigmatico bicchierino accresce la circospezione, i sospetti. Le narici si allargano, gli occhi si restringono. Percepisco la prurigine di un piano ben escogitato, inizio a capirci qualcosa: la fantasia dei ghirigori cotonati della signora bidimensionale si ripeteva negli arabeschi azzurri di una porta socchiusa al nostro passaggio. C’è mancato poco che entrassi.

 

 

Ricompongo i pezzi e prendo tempo: il bagno non è in fondo a destra, ma in mezzo a sinistra. Una porticina di legno si apre su una scala a chiocciola, la luce è bassa, inaffidabile. Ci avrei giurato: è un varco temporale. Avevo ragione. Ce ne saranno centinaia, nascosti sotto i nostri occhi. Gli abitanti della città, i lionesi, gli stessi che, con gentilezza clandestina, ci passano le “corse sospese” all’uscita del tram, i biglietti usati ma non ancora scaduti riutilizzabili da qualcun altro, i lionesi, dicevo, omettono al turista la possibilità di risalire il tempo, visitare la Storia, ma non gliela negano. Basta seguire gli indizi, fiutare le avvisaglie, osare.

 

 

Parenti riservati dei passages parigini, senza la predisposizione all’avventura è difficile imbattersi nei traboules di Lione, viuzze pedonali coperte che legano, nella semioscurità, un edificio a un altro, caseggiati, cortili, piani di abitazioni. Attraversando con discrezione rioni e quartieri, fin dal Medioevo disegnano una geografia privata che nei secoli si è arricchita di entrate a doppio fondo, archi, volte, scale a doppia rampa, logge, pozzi, ingressi decorati in ferro battuto, effigi allegoriche, portoni falsi che non chiudono l’accesso ma aprono vie di fuga.

 

 

Scorciatoie per definizione, i traboules accorciano il cammino dilatando il tempo: leggo il presente su un passato rimasto attorcigliato tra le greche della balaustra delle scale interne al numero 5, quai Romain-Rolland. L’edificio, la cui facciata dai balconi rossi fiammanti risale alla fine del XVIII secolo, comunica con il numero 3 della rue Saint-Jean, proprio accanto a uno degli esempi più belli di architettura in stile gotico fiorito della città. Sottoposti a continue fumigazioni contro la peste e il colera durante il Medioevo, disinfettati da medici coperti da tabarri e maschere di cuoio nero a becco di cicogna per evitare il contagio, attraverso i traboules i commercianti della seta accedevano direttamente, dalle banchine sulla Saona, al cuore della Vecchia Lione, anticipando di qualche secolo i passi furtivi dei partigiani.

 

 

Jean Moulin sbatte il portone dietro di sé, il fiato corto della paura, rimaniamo fermi qualche secondo, al buio, poi lui riprende a correre, zoppica, mi urta il braccio, riesce a raggiungere il lungofiume prima di essere preso dalla Gestapo e torturato in una delle stanze dell’Hotel Terminus. Hanno già portato i primi, dai che si raffredda, com’è il bagno?

Sono le nove passate. Usciamo dal ristorante camminando in direzione del Teatro dei Celestini. La topografia introversa dei traboules trova nelle fantasmagorie di luce il suo chiassoso rovescio.

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