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Racconti da Tel Aviv

Ieri sera sono stata a cena al Container, un ristorante trendy di Jaffa. Come suggerisce il nome, prima della trasformazione era uno dei tanti orribili magazzini che si trovano nei porti dismessi. Il porto di Jaffa era infrequentabile di sera fino ad alcuni anni fa, poi la municipalità di Tel Aviv ha pianificato un’opera di risanamento e ora ristoranti, caffè, librerie, gallerie d’arte e locali di ogni genere sono affollati anche un normale lunedì sera di maggio.

 

Jaffa è la parte araba della città di Tel Aviv, tuttavia tra quelle moltitudini che cicaleggiano dentro e fuori i locali del porto, non si vedono giovani donne arabe, identificabili come tali per l’abbigliamento e il capo coperto: ci sono, in giro, ma non si mischiano, passeggiano a piccoli gruppi, apparentemente incuranti di quanto accade intorno.

 

 

A poche centinaia di metri a sud del porto di Jaffa si sviluppa Ajami, un quartiere arabo cristiano e musulmano, anche questo poco raccomandato fino a qualche anno fa. Oggi, grazie alla lungimiranza di alcune famiglie e agli sforzi della municipalità, il quartiere, da sempre “nobilitato” dalla bella Residenza dell’ambasciatore francese, è abitato anche da europei e ebrei.

 

 

Lo scorso weekend, in occasione dell’annuale iniziativa “Houses from within”, anche la Residenza era aperta al pubblico con possibilità di visita guidata. I telaviviani prendono d’assalto ogni iniziativa, non importa che sia sportiva o culturale: ai telaviviani importa esserci!! Tutto questo per dire che anche la Residenza è stata presa d’assalto; ma ne valeva la pena!

 

Bella la casa, molto più interessante la storia raccontata dalla guida, l’architetto Oded Rapoport, figlio di Yitzhak, che l’ha progettata.                     

Questa la storia: un ricco proprietario terriero arabo, tal Abdel Rahim, a metà degli anni trenta del secolo ventesimo conosce al Rotary Club di Jaffa l’architetto Yitzhak Rapoport, ebreo di origine russa e di formazione cosmopolita - ha studiato ad Alessandria d’Egitto e a Parigi - residente a Tel Aviv. Affascinato dalla realizzazione di alcuni suoi progetti (siamo in pieno periodo Bauhaus a Tel Aviv), Abdel Rahim gli chiede di progettare la sua nuova casa nei terreni di sua proprietà adiacenti al mare. Doveva essere moderna, ma nel rispetto della tradizione araba/musulmana, e così è stata realizzata.

 

 

                                                                     

Alla fine degli anni trenta scoppiano i primi scontri tra gli arabi di Jaffa e gli ebrei di Tel Aviv, tuttavia Rapoport continua a seguire la realizzazione del suo progetto e, dato che parla un buon arabo, Abdel Rahim lo presenta agli amici come un parente arrivato dal Kuwait.

 

Qui la storia diventa ancor più interessante: Abdel Rahim era uno degli organizzatori degli attacchi alle case degli ebrei di Tel Aviv, mentre Rapoport era un ufficiale dell’Haganah (l’esercito ebraico ai tempi del Mandato inglese in Palestina), ma nonostante ciò i due continuano a frequentarsi e l’architetto continua ad andare “indisturbato” a Jaffa a seguire i lavori di costruzione.

Nel ‘48, quando inizia la guerra d’indipendenza, Abdel Rahim lascia Jaffa e si trasferisce in Libano nominando Rapoport procuratore di tutte le sue proprietà. Alla fine della guerra, quando il nuovo governo israeliano vuole nazionalizzare tutte le proprietà degli “arabi assenti”, Rapoport si oppone in ogni modo a che questo succeda per le proprietà di Abdel Rahim. Nell’arco di poco tempo le vende a diversi acquirenti, tra cui lo Stato francese.

 

Insensibile a ogni richiesta da parte delle autorità statali israeliane, nel 1950 Rapoport incontra a Napoli l’amico Abdel Rahim a cui consegna una valigia piena di “bigliettoni”. Le relazioni dei due continuano fino alla morte di Abdel Rahim, avvenuta nei primi anni 60.

Mi hanno sempre affascinato le storie che sfaccettano le letture semplificate!!

 

                                              

Ora una storia diversa, del presente. Una decina di giorni fa a TelAviv si è concluso Docaviv, il 14° Festival internazionale del Documentario. Per 10 giorni, dal 3 al 12 maggio, dalle 10 di mattina a mezzanotte, alla Cineteca e in altri luoghi della città sono stati proiettati centinaia di documentari. Anche Docaviv è preso d’assalto dai telaviviani e chi non compra il biglietto prima dell’inizio del Festival rischia di rimanere a bocca asciutta, senza vedere ciò che desidererebbe. Fortunosamente sono riuscita a vedere due documentari realizzati da registi israeliani. Uno dei due, opera di Yariv Mozer, si intitola The invisible men e narra una storia “molto” telaviviana.

 

Gli uomini invisibili sono tre giovani gay palestinesi che si raccontano: costretti a fuggire dai loro villaggi e dalle loro famiglie, per vivere/sopravvivere hanno trovato temporaneo rifugio a Tel Aviv e sostegno nella numerosa e ben organizzata comunità gay locale. Uno di loro ha vissuto qui per 8 anni, e a Tel Aviv “ha lasciato il suo cuore”; gli altri due sono rimasti per periodi più brevi e per ragioni diverse non si sono mai sentiti in armonia qui, anche se non avevano scelta, perché a casa loro non c’era e continua a non esserci posto. Anche da Tel Aviv però se ne sono dovuti andare, perché palestinesi; ora vivono in un non identificato Paese europeo, chi più chi meno sereno. In ogni caso, di nuovo non hanno scelta, non possono tornare a casa loro!

 

 

Queste e molte altre storie del genere fanno di Tel Aviv una città viva che è un piacere abitare.

Tuttavia la tollerante vivibilità è oggi appoggiata su una bomba a orologeria che potrebbe esplodere da un momento all’altro. Non sto pensando allo sciagurato momento in cui Israele attaccherà con una mossa a sorpresa l’Iran, o viceversa (spero ancora prevalga il buon senso!); sto parlando di una realtà già in atto qui: gli oltre quarantamila “rifugiati” (quasi tutti giovani uomini) provenienti dal Sudan e da altri paesi africani che sovrappopolano i quartieri poveri a sud della città. Arrivano dal colabrodo del Sinai, magari dopo aver pagato quel che resta della polizia egiziana o i beduini per il passaggio, per non essere uccisi. Ma una volta arrivati qui, per loro non ci sono case, non c’è lavoro e soprattutto non c’è nessuna politica d’accoglienza... È vero, non c’è nessuno che li vuole uccidere, per ora, ma non basta!

 

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