Rivolte in Cina

Nuove notizie sulla Cina vengono a galla anche sui media italiani. In particolare, si comincia a puntare un fascio di luce sugli episodi sempre più frequenti di astensioni dal lavoro o manifestazioni di piazza contro le autorità, con relativa presenza di reparti di polizia in assetto di guerra, feriti, e magari qualche morto.  Il motivo dell'improvvisa apparizione sui media italiani di un recente scontro tra operai e tra operai e polizia è che qui si tratta di uno stabilimento Foxconn, società Taiwanese che produce in Cina molti componenti per i nostri device elettronici, telefonini, iPad, e soprattutto gli iPhone di ultima generazione: insomma sono questi operai che fabbricano la nostra modernità 2.0.

 

Noto però che la maggior parte dei media italiani (cito qui due esempi molto distanti tra loro: Il Corriere della Sera – con richiamo in prima pagina di martedì – o un blog meno conosciuto ma attento come China Files) titolano nello stesso modo. Rissa. Rissa in fabbrica tra 2000 operai provenienti da province diverse, intervento di 5000 poliziotti, forse un morto, molti feriti. Come fossero scontri etnici sedati dal pronto intervento delle forze dell’ordine

La versione “rissa” è ovviamente divulgata dalle autorità (che spinge la versione scontri etnici)  mentre sui micro-blog e su Weibo (il Twitter locale autorizzato in Cina, dove Twitter e Facebook sono censurati) si parla di forti tensioni tra gli operai e la dirigenza.

 

Come non ricordare certe cronache italiane dell'autunno caldo, fine anni Sessanta primi Settanta? Ogni sciopero, ogni rivendicazione di massa in fabbrica trovava una parte dei lavoratori – magari consistente – contraria, o comunque più  incline a conciliare, meno disponibile a uno scontro con i capiproduzione, con i manager, con la proprietà. In Cina adesso, come in Italia allora, scioperare significa rischiare il posto. Allora i reparti venivano  spazzati da cortei spontanei – si diceva: a gatto selvaggio, locuzione azzeccata, che rendeva bene l’idea (bella parola, insomma). E chi intendeva restare al lavoro veniva buttato  fuori a forza. Spesso, molto spesso, i gatti selvaggi erano gli operai di recente immigrazione dal Sud Italia, più incazzati dei settentrionali paciosi, magari abituati da decenni a subire senza protestare.

 

Ma tutte queste son parole italiane, parole di allora. E in Cina oggi? Ben: occhio al termine ‘rissa’. Scioperanti e crumiri sono i due sostantivi che hanno fatto un secolo e mezzo di storia dell'Occidente industrializzato.

E poi: che i salari alla Foxconn possano essere anche più alti della media non sposta la questione. Quando un operaio di linea si ribella non lo fa solo per qualche Yuan in più: lo fa per la fatica dei ritmi incalzanti, per gli orari di lavoro, qui in Cina davvero massacranti (altro che otto ore, o riduzione delle pause gabinetto tipo Fiat Pomigliano). E lo fa per motivi meno concreti: l’arroganza di capi, capetti e tempisti. Se è vero che di questi episodi ce ne sono più di quindicimila l’anno, in Cina: beh, questa è la notizia. E la Cina blog, la Cina weibo, anche la Cina degli scrittori, sta cercando le parole giuste per raccontarla, per renderle il corpo che si merita, e non un'immagine posticcia (rissa).

 

Pensierino da scrittore e editore: ma allora è vero, che il bello di questa Asia emergente è il modo in cui ci ripropone, industrializzandosi, temi del nostro passato, e a me il confronto pare stimolante: un po’ ci dà la sveglia, un po’ ci mette in condizione di... saperla già un po’ più lunga di loro: che non ripetano errori che noi abbiamo tristemente sperimentato. Che non ripropongano parole cassaforte, quelle che mettono sotto chiave il pensiero, l'argomentazione, lo sguardo fluido sulla realtà. Tipo la parola rivoluzione (ahi!). Insomma, dalla Cina ci aspettiamo un linguaggio nuovo, che ridislochi questioni da noi ancora aperte.

 

Secondo pensierino: chi le racconterà queste storie? Mi vengono in mente certi racconti di Zhu Wen, o il memoir della mia amica Lijia Zhang, ma il presente dov'è? Cosa ne starà scrivendo sul suo blog Han Han? E Ai Weiwei? Non per fare il filologo: rissa, sciopero, conflitto, ribellione, rivoluzione: occhio a non lasciarsi andare al luogo comune, perché le parole contano. Soprattutto in tempi di comunicazione a 40 caratteri.

 

Il nodo della censura in Cina è tutto qui. Se scrittori e editori sono costretti a muoversi come elefanti tra i cristalli, a costruire frasi che fanno lo slalom tra i cosiddetti ‘temi sensibili’, ecco che trovare una lingua all'altezza vien difficile. E i nostri media si appiattiranno sui comunicati stampa delle agenzie di stato, la Xinhua, onnipresente Grande Fratello.

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