Al Bano, Romina, felicità e (non solo) kitsch

Una sera d’agosto a Berlino

La folla che, sciamando dalle carrozze della S-Bahn, si dirige verso il teatro lungo un suggestivo sentiero attraverso il bosco ha un che di rituale nel suo andare, come se stesse compiendo un pellegrinaggio: composta e silenziosa per quanto colorata e multiforme.

 

  

 

Corresponsabile dell’impressione il bosco stesso all’interno del quale, a ridosso dello stadio voluto da Hitler per le Olimpiadi del 1936, fu costruito l’immenso anfiteatro detto Dietrich-Eckart-Freilichtbühne (teatro all’aria aperta Dietrich Eckart), ribattezzato nel dopo guerra Waldbühne (Teatro del bosco) per eliminare il riferimento all’ideologo nazista. La torre campanaria, facente parte del complesso monumentale dell’Olympia Stadion, domina quasi minacciosa l’ingresso al teatro dove, smaltiti da un efficiente servizio di steward addetti ai controlli di sicurezza, gli spettatori fluiscono attraverso i cancelli affiancati da due bassorilievi dell’epoca effigianti i soliti corpi possenti e nudi del totalitarismo nazista. Lo scenario, una volta raggiunto l’anfiteatro, è spettacolare: gradinate spartane a perdita d’occhio (c’è posto per 22.000 spettatori) e, in basso, platea con più comode sedie. Tutto circondato dagli alberi della foresta e sovrastato dal cielo aperto: grandiosa solennità e, se si pensa allo scopo per il quale l’arena era stata edificata, anche qualche brivido di leggera inquietudine.

 

 

Nell’attesa della fatidica ora, i cancelli erano stati aperti due ore prima dell’inizio, altri riti si sono consumati in allegria: picnic bene programmati, immancabili boccali di birra portati su e giù per le scalinate da Kellerini robusti, curry wurst (il più autenticamente berlinese degli snack) e patatine fritte ai numerosi chioschi che circondano l’anello superiore.

 

 

Alle 19.00 il pubblico è pressoché al completo e un minuto più tardi già manifesta il proprio dissenso per l’imperdonabile ritardo nell’attacco del concerto. Alle 19,12 l’ingresso trionfale di Al Bano Carrisi fa dimenticare i conflitti e la kermesse ha inizio. In un inglese renziano, che quasi sempre sconfina nell’italiano, Al Bano saluta il pubblico e esordisce con il suo primo successo d’antan, Nel sole. Seguiranno, con una scelta strategica tanto consapevole e azzeccata quanto atrocemente stereotipata, canzoni del suo repertorio alternate a grandi hit della musica italiana, Azzurro, in onore di Celentano con cui il protagonista esordì decenni orsono, Funiculì funiculà e simili. Canzoni capaci di conquistare immediatamente il favore degli spalti, di coinvolgere, in ritmati battimani, il foltissimo pubblico essenzialmente tedesco (pochi italiani e altrettanto pochi russi tra i presenti) sull’onda della Bella Italia: sole, mare e mandolini.

 

Il momento clou che tutti aspettano giunge con l’ingresso di Romina, il promesso e tanto atteso ricongiungimento tra i due ratificato finalmente anche di fronte alla capitale tedesca. Elegante, nonostante i parecchi chili in più, rigorosamente in bianco, drappeggiata in uno svolazzante camicione, disinvolta e non priva di stile, soprattutto a fianco dell’ex consorte con i capelli tinti, foulard à la Pavarotti ed eloquio incerto ma sproloquiante. I pezzi eseguiti in comune hanno costituito la parte più autentica e meno kitsch dell’intera serata, soprattutto tenendo in conto le reazioni e le fruizioni degli spettatori. Si capiva, e non era possibile non condividere la pur facile emozione, che per moltissimi dei presenti quelle canzoni avevano costituito la colonna sonora di innamoramenti, gioventù, vita in comune. Molte delle coppie sedute accanto ai miei amici e a me, hanno vissuto il concerto in uno stato di trasporto totale, dovuto sì alle arie che ascoltavano ma, soprattutto, alle loro esperienze personali che in quelle melodie erano racchiuse. E tutto ciò non è trascurabile nell’indagine generale su uno spettacolo di questo genere.

 

 

Dar fuoco alle polveri del pubblico berlinese è toccato a Sempre sempre, grande favorita delle hit parade tedesche. La convenzionale freddezza germanica è stata temporaneamente accantonata e migliaia di persone sono scattate in piedi come un sol uomo, brandendo i fogli dei testi delle canzoni stampati a casa e conservati fino a quel momento nelle borse, per scatenarsi in canti, abbracci, danze, grida e fischi di entusiasmo.

 

   

 

I brani nuovi dei CD più recenti, sia dell’uno che dell’altra, sono stati accolti con educata indifferenza. Analoga accoglienza è stata riservata alla poesia della signora Power (“I write novels and poems” aveva dichiarato al pubblico), per altro letta da lei in tedesco con pronuncia tutt’altro che disprezzabile. Una “pagina di storia” è stata fornita dalla canzone Libertà, purtroppo introdotta da un abominevole pistolotto del suo autore, tradotto in inglese da Romina, che ha sintetizzato la visita di Al Bano alla Berlino ancora divisa dal muro con un tranciante: “All’ovest, allegria, crauti, wurstel e birra, mentre all’est… una tristezza, una tristezza…”. E le immagini che scorrevano sui mega schermi alle sue spalle durante l’esecuzione non hanno migliorato lo stato di cose, anzi: Stalin, Hitler, Mussolini, fili spinati. Il peggio della retorica iconografica raffazzonata e “toccante”. Ma non si era a una lezione di storia, quindi andava bene così.

 

Gli sfoggi di potenza vocale del signor Carrisi hanno poi compreso altri suoi successi (“tra le pagine più grandi della storia della musica italiana”, ipse dixit) e scontati sempre verdi, in un ulteriore bagno di italianità retorica e usuale: Va’ pensiero (con tanto di coro alle spalle), il finale, solo quello, del Nessun dorma, O sole mio, fino a Mamma, Ave Maria e Volare. Romina, sostenuta da quattro coriste dall’ottima voce, ha reso omaggio musicale alla sua America. Il tentativo di coinvolgere il pubblico con il ritornello di Santa Lucia non ha dato i risultati aspettati, mentre il vero, assoluto e roboante trionfo è stato il duetto di Felicita, titolo rigorosamente riportato senza l’accento finale sulla “a” in tutti i manifesti e le locandine.

 

In tutto questo, quasi commoventi e altrettanto inquietanti, i giovani steward prussianamente schierati nei loro giubbotti arancione in postazioni strategiche, pressoché indifferenti all’evento musicale, con tappi nelle orecchie e senso del dovere in capo.

 

 

Poi ha iniziato a calare il crepuscolo e dalle solite borse sono spuntati gadget luminosi di ogni sorta che hanno riempito l’aria di sciabolate colorate. Per la scena conclusiva sono stati portati sul palco due tavoli, apparecchiati sommariamente e il padrone di casa ha poi invitato venti persone del pubblico a salire alla ribalta, prendere posto a tavola e assaggiare il vino di sua produzione. Auto elogio all’imprenditoria di casa Carrisi e a Cellino San Marco. Il bis di Felicità ha concluso trionfalmente, dopo due ore abbondanti di musica, la serata e l’ordinato defluire della folla verso l’uscita e i mezzi di trasporto è stato segnato da coretti improvvisati sulle note di Volare oh oh e, già nel sentiero in mezzo al bosco, da una versione acustica di Felicità proposta da due chitarristi ambulanti in cerca di fortuna.

 

 

Qualche considerazione finale ispirata dalla breve cronaca e, soprattutto, dall’esperienza vissuta a fianco di migliaia di tedeschi in una sera di agosto. Complice il genius loci, la struttura geo-architettonica del complesso sportivo-teatrale, l’ombra della storia sui raduni di folle.

 

Senza troppo forzare la lettura, influenzato senza dubbio dall’ambiente in cui si è svolta la manifestazione e da lunghe frequentazioni di riflessioni sulla natura e sulla portata del coinvolgimento emotivo di massa, non ho potuto non meditare durante lo spettacolo su quanto importante continui a essere, e su quanti oneri possa comportare, la massiccia condivisione emotiva. Su quanta responsabilità in tutto questo possa avere la musica, anche e soprattutto, leggera. Su quanto sia stato facile, e continui naturalmente a esserlo, per chi volesse approfittare a fini eversivi o più meramente politici, sfruttare questo sistema di indirizzamento e gestione delle emozioni. Nessuna scoperta sensazionale, si intende. Secoli di totalitarismi e sistemi dittatoriali, e conseguenti studi che li hanno riguardati, hanno insegnato parecchio, ma vale forse ancora la pena di non dare tutto questo per scontato e cogliere un’occasione apparentemente innocua come questa per soffermarcisi ancora brevemente.

 

In fondo anche negli inoffensivi testi dei due cantanti in questione si può ravvisare una forma di ideologia. Quella della banalizzazione di concetti complessi e significativi. Ancora una volta il kitsch che, con le sue arti, abbassa i livelli, rende illusoriamente facile e comprensivo ciò che, per sua natura, sarebbe articolato e profondo. “Felicità è un bicchiere di vino con un panino” canta la storica coppia riavvicinata da esigenze commerciali e diplomatiche. Elogio della semplicità? Encomio del sapersi accontentare? Panegirico sull’aurea mediocritas? Assolutamente no! Piuttosto riduzione a scopi demagogici di idee delicate e addirittura difficili. Non impossibili da condividere e divulgare, anche in maniera non astrusa o non necessariamente scientifico-filosofica, ma a una condizione: che non manchi la leggerezza, la distanza (estetica ed emotiva) da quanto si afferma e si condivide.

 

Ricordo un libretto di una quindicina di anni fa di Philippe Delerm, tradotto in italiano come La prima sorsata di birra. E altri piccoli piaceri della vita. Così ironico e leggero nella sua impalpabile trattazione di godimenti minimi e quotidiani, così distante dai triviali apologhi oriettabertiani tipo Mi sembra di sentire mio fratello che aveva un grattacielo nel Perù, voleva arrivare fino in cielo e il grattacielo adesso non l’ha più… E anche dai predicozzi di Al Bano (e di una infinita serie di altri oltre a lui), dalla sua filosofia nazional-popolare in musica che instaura con poche battute quella che Milan Kundera nel suo L’insostenibile leggerezza dell’essere ha stigmatizzato come “dittatura del cuore”. Quando è il cuore a parlare non sta bene che la ragione si intrometta. E allora avanti con le mamme, con i raggi di sole, con la libertà a buon mercato, con un’Italia ancora relegata a luoghi comuni obsoleti, con tutto ciò che è fintamente rassicurante, fintamente rilevante, falsamente bello, con ciò che non turba né mette in crisi. Nella visione kitsch del mondo, universi totalitari in prima posizione ma non certo esclusiva, ogni espressione di individualismo, dubbio e ironia è considerata deleteria e, di conseguenza, bandita.

 

Lungi da me l’idea di attribuire alla mitica coppia di cui si parla volontà, o competenze, da sermoni di portata dittatoriale. Semplicemente, mentre assistevo allo spettacolo, perché di questo si è trattato e ne sono pienamente consapevole visto che a mia volta mi sono divertito, ho cantato e applaudito, riservavo di tanto in tanto un pensiero all’osservazione della folla-massa, variopinta e giocosa, ma non per questo non passibile di ricadere con eccessiva facilità nelle eventuali trame di chi sfruttasse quegli strumenti non soltanto a scopo artistico o commerciale ma politico. Non intendo affatto rovinare il piacere di un concerto condiviso con perfetti sconosciuti sulle onde di qualsivoglia musica, diventerei più greve di coloro da cui sto pretendendo di essere differente. Intendo unicamente ragionare su quanto fondamentale resti avere un costante occhio di riguardo per quelle categorie irrinunciabili che sono l’ironia e il distacco dalle cose di cui si tratta, scrive o canta.

 

Ciò che Italo Calvino, in un memorabile saggio dedicato proprio alla leggerezza, aveva definito “gravità senza peso”. Capacità rara, e per questo altamente apprezzabile e preziosa, di non cadere nell’auto compiacimento, di non prendersi maledettamente sul serio, di non considerarsi unico e indispensabile, di saper essere serio senza diventare serioso e pedante. Senza scadere nella semplificazione a oltranza, mirata a implicare (con gli scopi più diversi) chi non abbia a disposizione strumenti che gli permettano di riconoscere l’inganno e sia, invece, ansioso nella sua ingenua e innocente sprovvedutezza di farcisi immischiare. Per diventare complice, per illudersi di essere come gli ammirati altri, per spremere quella “seconda lacrima” (sempre Kundera) che è versata non per autentica commozione come la prima ma per il compiacimento di condividerla con migliaia di persone attorno a sé. Kitsch non è dunque solamente cattivo gusto o pacchianeria ma, più problematicamente, manifestazione di potere che riduce tutto a un universo dove il controverso e gli interrogativi sono banditi a favore di asserzioni populistiche ma rassicuranti, di banalità scintillanti ripetute e condivise, di emozioni garantite, banali, controllate e controllabili ma illusoriamente appaganti, “come un sorriso che sa di felicità”.

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