Cani senza guinzaglio

Aradeo è un paese di seimila abitanti che si trova nell'entroterra salentino, a una decina di chilometri a Nord Est di Gallipoli. Qui sono nati e cresciuti i miei genitori, emigrati a Milano all'inizio degli Anni Sessanta, e qui c'è ancora la casa dove i miei nonni hanno abitato nell'ultimo periodo della loro vita, quando hanno lasciato il centro del paese per trasferirsi in un appartamento più tranquillo e più facilmente riscaldabile, a due passi dal supermercato dove potevano trovare tutti i generi di prima necessità senza dover fare troppa strada. In questa zona periferica sono spuntate in pochi anni una ventina di palazzine a tre piani, con i muri esterni lasciati al grezzo, affacciate su un enorme spiazzo circolare con un solo lampione al centro e qualche panchina con l'albero accanto nella zona perimetrale. Tutto intorno ci sono macchine parcheggiate, pini marittimi, tigli, alberi del pepe e aiuole di erba secca delimitate da siepi di melograno. Ci arriviamo ogni giorno con la cagnolina Ginni, dopo un breve slalom fra i vasi di piante grasse, perché questo è il posto dove si ritrovano tutti i cani del quartiere, e i bambini per giocare a pallone.

 

ph. Nunzia Palmieri


Noto subito che i cani di queste contrade non vanno mai al guinzaglio. Non sono propriamente dei randagi, ma scorazzano liberi annusando qua e là e ritrovandosi ogni tanto, quasi casualmente, in branchi composti da elementi di forma eterogenea e numero variabile. Qualcuno di loro vive in casa, entrando e uscendo a suo gusto, qualcuno dorme fuori, nutrito e curato da una o più famiglie del quartiere. Sono magri, un po' arruffati, con un'aria sana. Qualcuno ha il collare, qualcuno non ce l'ha, ma nessuno di loro porta la medaglietta con inciso il suo nome da una parte e il numero di telefono del proprietario dall'altra. Mi adeguo subito alla faccenda del guinzaglio: non lo porto più con me, pensando che così la cagnolina Ginni si sentirà a suo agio fra i nuovi compagni. Uno assomiglia al Vagabondo di Walt Disney, ma è nero con una macchia bianca sul petto, molti peli grigi attorno al muso, il passo agile e un poco sghembo.

 

ph. Nunzia Palmieri


Alle dieci di mattina l'ombra della cagnolina Ginni è grande proprio come lei e si assottiglia fino a diventare una linea zigzagante quando l'irrequieta cambia di posizione. Con il Vagabondo sembra andare d'accordo: i due si annusano dappertutto e si leccano il muso. Poi fanno pipì a turno nello stesso posto, massimo segno di apprezzamento da quello che mi sembra di capire dell'universo canino, e infine si sdraiano al sole, tenendosi un po' a distanza. Quando arriva un piccoletto nero la mia amica si alza di scatto e lo caccia via con abbaiamenti acuti, e qui non riesco a seguirla: che sia per via del fatto che il piccoletto si rivela, osservato più da vicino, una piccoletta? Non lo so e non me ne preoccupo troppo: gli animali hanno diritto alle loro antipatie. È un lunedì d'aprile, cielo limpido e un vento piacevole che qui non manca mai, a qualsiasi ora del giorno e della notte. Passa una macchina ogni cinque minuti, avanzando piano in questa zona di cani e di bambini. Le prime volte mi preoccupavo di governare gli animali e tener d'occhio gli attraversamenti dei bambini, ma ora me ne sto seduta tranquilla, vedendo che qui tutti conoscono le circostanze e le automobili non sembrano un pericolo.

 


Si ferma una Punto grigia con una fiancata semidistrutta: dal finestrino una donna mi saluta e mi chiede se sono la figlia di Massimiliano. Le dico che sono la nipote. Scende e mi corre incontro con seguito di baci e abbracci. Mi dice che si chiama Antonella: era una ragazzina che faceva i lavori di casa dai nonni quando abitavano in Piazza San Giovanni, e si ricorda di me bambina. Mi presenta al marito che sta alla guida, appena uscito dall'ospedale per una gastroenterite, e ai due figli maschi di diciassette e vent'anni. Ha un viso molto espressivo: fa una smorfia quando parla del suo lavoro nell'azienda conserviera (fanno verdure sott'olio, la pagano a giornata, da vent'anni); ride quando mi mostra il suo cane di razza piccola, che la segue fino alla panchina. Sono un po' tesa quando lo vedo allontanarsi, ma lei mi rassicura ("Non si perdono, tanto il paese è tutto qui", e disegna un cerchio con le mani).
 


Una ragazza esce di casa in bicicletta e prima di partire prende in braccio il suo cane e lo deposita sul marciapiede. Non è la prima volta che noto quest'abitudine, pensando che qui si reputi più sicuro tenere gli animali fuori sulla strada piuttosto che lasciarli soli in casa. Il peloso arriva sulla piazza sfrecciando a tutta velocità verso la cagnolina Ginni, che lo mette subito in fuga. In pochi giorni la selvatica dev'essersi fatta l'idea che adesso può avanzare dei diritti territoriali e scegliersi i compagni di gioco a suo piacimento. Intanto l'altro si è fermato davanti a una porta che si affaccia su un pianerottolo con quattro gradini. Sta scodinzolando a più non posso poggiando le zampe anteriori sulla soglia, in direzione di due amici di taglia minuscola, che lo accolgono facendo un gran baccano per l'entusiasmo dell'incontro. Dietro a loro esce una donna bionda sollevando il passeggino per scendere le scale, e dietro di lei un'anziana in grembiule che la scorta per un tratto, senza smettere mai di parlare. Quando la compagnia dei cinque svolta l'angolo, il peloso torna sulla piazza, tenendosi a debita distanza dalla mia scontrosa.

Ci avviamo verso casa, con il Vagabondo al seguito. Strada facendo si unisce un magronzolo tutto a macchie che sembra il gemello della cagnolina Ginni, solo di un altro colore. I due più giovani si inseguono per un po' sotto l'occhio del Vagabondo, si contendono un pezzo di legno, scartano di lato facendosi le finte come i calciatori, poi si rimettono a camminare al passo. Ci salutiamo sulla porta, con appuntamento implicito per domani alla stessa ora. Senza guinzaglio, s'intende.

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