È arrivato il generale Custer!

Gli Indignados irrompono nelle elezioni europee spagnole

Per comprendere i risultati delle elezioni europee 2014 in Spagna e l’improvvisa centralità del partito nato sulla scia del movimento che tre anni fa occupò Puerta del Sol, Podemos, bisogna sapere che ormai il vento è cambiato. Gl’Indignados non minacciano più il sistema soltanto nelle strade, ma anche nel segreto delle cabine elettorali.

 

Nel 1964 Bob Dylan cantava The times they are changing, adesso ci pensa l’asturiano Nacho Vegas a dare un’istantanea della situazione. Nella sua canzone Polvorado (2014), il primo tenore della musica indie spagnola parafrasa la Bibbia dicendo che Polvere siamo e polvere da sparo diventeremo. Canzoni, si dirà, ma durante il profondo rosso della crisi si è arrivati a circondare le case di alcuni politici con i cosidetti escraches, forme di protesta diretta che, seppur pacifiche, rappresentano l’ultimo stadio prima della violenza mirata.

 

Cercherò di analizzare i risultati prodotti dalle votazione del 25 maggio per immaginare quali possibili scenari si schiudono nell’immediato futuro e quali protagonisti stanno per entrare nel neoeletto Parlamento Europeo, che malgrado le buone intenzioni dimostrate nella sua VII legislatura non ha ancora traslocato a Bruxelles e si mantiene a Strasburgo.

 

 

Da una qualsiasi tornata elettorale è possibile trarre tante conclusioni quante ne ricaverebbe un attento osservatore di tre uomini che giocano a carte in una taverna, pressocché infinito. Dovendo riassumere in una frase come si fa con la vita in un aforisma direi che si sono manifestate diverse maniere di perdere. E qui mi viene in mente Samuel Beckett, che diceva Ever Tried. Ever Failed. No matter. Try again. Fail better.

 

Le prime reazioni che ho letto sui quotidiani recitavano: Partito Popolare: Ha vinto il partito del governo (l’omnipresente politica del PP María Dolores de Cospedal ignorava che il suo partito ha in realtà sperperato 2,6 milioni di voti); Partito Socialista: Abbiano bisogno di un cambiamento e sarà una nuova direzione a imprimerlo (il segretario Alfredo Pérez Rubalcaba ha in pratica rassegnato le dimissioni); Podemos: Il nostro obbiettivo è cacciare PP e PSOE dal potere (sono la sorpresa di queste elezioni, dal nulla hanno ottenuto un milione e duecentomila voti, sempre pochi per cacciare chicchessia), da parte sua UPD (Unione Progresso e Democrazia) ha accusato di populismo Podemos e Sinistra Unita gongola con un incoraggiante, ma pur sempre insufficiente, 10%.

 

Se dipendesse dalla Spagna gli eurodeputati contrari al rigore della Germania sarebbero in maggioranza, ma per ottenerla dovrebbero unirsi, parlarsi, accordarsi: lo faranno? Sarebbe un bel modo per dimostrare che non conta tanto il numero di briscole, che per l’amor del cielo aiuta, ma il modo in cui si conduce il gioco; né assi di denari né sette di bastoni, ma dare respiro a intere generazioni di disillusi. I commenti e gli elzeviri si contano sulle dita di entrambe le mani, ma anche quelle non bastano. Dicono Il bipartitismo è morto (El diario, 28 maggio).

 

Potremmo anche concordare, se non sapessimo che si trattava dell’ennesima reincarnazione. Non ci fidiamo più dei politici (El Informador, 1 giugno). Ma quali doti vanta chi punta a sostituirli al gran ballo di corte? Fingeranno che tutto cambi perché tutto resti come prima (Infolibre, 28 maggio), e qui ci sarebbe di che annuire, perché le proposte di Podemos e Sinistra Unita dovranno essere diluite in quel gran brodo cosmico che è il pragmatismo. I due partiti maggioritari, separati dallo stesso mezzo milione di voti con cui il PP sconfisse il PSOE nel 2009, hanno perduto 17 seggi, distribuiti tra UPD, Podemos e Izquierda Unida. La partecipazione è rimasta invariata, dunque è facile dedurre che chi è rimasto a casa cinque anni fa si era preso la briga di raggiungere il seggio e viceversa.

 

C’è una parte di opinione pubblica disposta a votare soltanto un partito poggiato sul piede destro, se proprio ha dovuto sbilanciarsi, ed è la riserva di caccia dei Popolari. Dall’altra parte è difficile immaginare gl’Indignados che si accampano in Puerta del Sol nel 2011 per poi votare Mariano Rajoy, moderatamente liberale e politico di esperienza pluridecennale. L’unico vento di levante capace di portarli in tromba alle urne è stato quello di Pablo Iglesias, capolista di Podemos, un similpartito che fa delle reti sociali la sua piazza e della sfrontatezza delle proposte la sua bandiera. In Spagna è in corso un acceso dibattito per stabilire se Podemos sia un partito populista o meno.

 

Si snocciolano dati, si analizza, si tergiversa, come se l’eventuale appropriatezza dell’aggettivo comportasse anche l’assunzione del tragico finale riservato a Černyševskij e compagnia. Podemos è senza dubbio un partito populista, lo è nella misura in cui propone misure che favoriscano gli strati più bassi della popolazione, resta da vedere se lo sia anche in merito alla seconda parte della definizione che di populista dà l’enciclopedia Treccani. Vale a dire se le sue proposte puntino meramente ad attrarre consenso senza valutarne la fattibilità. Chi volesse concordare anche su questo, dovrebbe ammettere che lo sia anche il PSOE, i due programmi non divergono poi di molto. Vediamoli in sintesi:

 

Le convergenze vincono ai punti, ma allora cosa li separa così irrimediabilmente? La radicalità delle intenzioni, in buona misura. I cittadini di Podemos promettono di non badare al galateo strasburghese, si sono dimezzati lo stipendio (ma ormai è come portare l’orologio sul polsino) e giurano di ottenere soddisfazione per i 100.000 milioni di euro concessi alle banche spagnole, i 300.000 sfratti e i 6 milioni di disocuppati, dati dal 2008 al 2013.

 

Il giornalista Mariano Gasparet ha scritto che Podemos non è un partito, è un fenomeno che nasce dalla nausea, e si può anche non aver letto Sartre. Quelli di “Possiamo” sono impazienti di trarre profitto dalla nausea, il PSOE è visto come una delle cause del capogiro: la questione sta tutta qui.

 

Sanno che la posta in gioco è la percentuale di partecipazione al nascente populismo post-ideologico (vedi alla voce Italia), che non è necessariamente migliore del precedente, eredita le sue miserie e costruisce steccati persino più artificiali, ma di sicuro esige interpreti differenti.

 

Se, come sembra, non sarà un monopolio ad aggiudicarselo, si potrebbe pensare a delle forme di collaborazione, o tutto quel che non è “uno vale uno” dev’essere per forza zero? Se le differenze fossero aggirabili e PSOE, Podemos e Izquierda Unida riuscissero a parlarsi, queste elezioni europee potrebbero anche avere un rilancio nazionale. Alle prossime politiche metterebbero insieme il 41%.

 

Nel 2011 il Partito Popolare vinse con il 44%, ma se l’economia continuerà a crescere con l’attuale lentezza tartarughesca nel 2016 non lo riotterrà mai. L’ex direttore di El Mundo, Pedro J. Rámirez, silurato qualche mese fa dal Gruppo RCS, ha scritto il 24 maggio: Rajoy ha promesso di creare lavoro e finora ha creato disoccupazione; ha promesso di abbassare le tasse e le ha aumentate; ha promesso di restituire l’indipendenza alla magistrautura e l’ha blindata; e dunque ha votato UPD, partito moderatamente progressista che è infatti cresciuto del 3,5%.

 

È chiaro che anche il PP potrebbe essere accusato, se non di populismo, di demagogia. Quindi non si salva nessuno, ma forse il punto non è questo. In democrazia una dose di populismo è inevitabile, in fin dei conti è una tecnica di seduzione, ma ci sono dei limiti. Affermare come fa il Partito Popolare di aver risolto e per giunta da solo la crisi è una corbelleria. Ma dire come Pablo Iglesias che il debito pubblico derivante dal salvataggio delle banche non debba essere pagato significa parlare per far sventolare i fazzoletti. Però se riuscisse a ottenere anche la metà di quel che propone... direbbe uno dei nostri giocatori di carte. Hasta la victoria compañeros!

 

 

I socialisti fin lì non ci arrivano, ormai si conoscono tutti a Strasburgo, sarebbero accolti da sonore risate. Iglesias parla di “senso di sconfitta storica della sinistra”, lasciando intravedere un travolgente riscatto, a volte con toni così affilati da tingerlo del rosso truculento della vendetta. Se qualcuno cercasse una nemesi che punisse i colpevoli d’aver ceduto ai vituperati poteri forti, l’avrebbe trovata.

 

Iglesias si chiama Pablo perché Pablo Iglesias fu il fondatore del Partito Socialista Obrero Español nel 1879, ed è soprattutto alla guerra contro la creatura del suo omonimo storico che è andato il trentaseienne professore di Scienze Politiche dell’Università Complutense. Di famiglia repubblicana fino al midollo, ha fatto la gavetta a Vallecas, quartiere popolare di Madrid per antonomasia, dove conduce due programmi televisivi sull’emittente locale Tele-K: La Tuerka e Fort Apache. Al primo partecipa anche Juan Carlos Monedero, stimatore di Antonio Gramsci, collega della Complutense e cofondatore di Podemos.

 

Fort Apache si trasmette solo in Medio Oriente, quindi non ha una gran ricaduta, ma Iglesias è ormai ospite abituale in almeno altri tre programmi su scala nazionale. “Il 95% di una campagna elettorale”, sostiene, “è in formato audiovisivo”. È preparato, mai dottorale e sta diventando un’icona. Ha capito che l’unica maniera per non perdere di nuovo è fare a pezzi la credibilità dei socialisti, che per Bacco ci mettono del loro, e come il generale Custer lancia il 7º cavalleria alla carica “dei corrotti che ci hanno governato”. Veemenze (o velleità) che ricordano i Cinque Stelle, ma con meno improvvisazione, più competenza e un tasso incoraggiantemente inferiore di schizofrenia.

 

Eppure la maggioranza di quella minoranza che è andata a votare (45,58%) lo ha fatto per due partiti che propongono sì soluzioni diverse, radicalmente diverse, ma senza negare che il debito pubblico debba essere rimborsato. Temono, se non altro, che un giorno potrebbero esser costretti a bussare di nuovo alla porta di chi quei soldi li ha messi sul piatto. Per le ragioni più disparate, che ne so, aprire un centro di ricerche, riasfaltare un’autostrada, mandare un figlio a studiare all’estero, uno dei tre, ma potrei continuare.

 

Sarebbe un peccato che per raccontare facezie simili si sprecasse un successo insufficiente ma inimmaginabile, fino a quindici giorni fa. Alla vocazione maggioritaria dei socialisti, che adesso dovranno scegliersi un segretario più giacobino di Rubalcaba, si è sommata quella minoritaria dei movimentisti alla Cayo Lara, segretario di Sinistra Unita, e il 7,97% di chi è riusciuto a parlare ai nauseati, con proposte che accenderebbero anche il più livoroso dei nostri giocatori di carte, quello che in mano ha solo spade (ma attenzione, il seme è spine).

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