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A Londra, mia figlia ha iniziato scuola a 4 anni. È un anno di prescuola, ma già lasciando l’asilo e entrando nel complesso scolastico in cui farà le elementari – forse perché il gruppo, parte del gruppo in questa città in cui la mobilità fisica è altissima, rimanga lo stesso per tutto il ciclo. Già in uniforme, aspetto un po’ tradizionale – il che non sorprende in questa città così globale nel suo respiro, multietnica nelle sue stratificazioni comunitarie, britannica nella sua forma –, e un po’ democratico, il che sorprende di più, o lascia perplessi, se si pensa che sono gli istituti scolastici stessi a essere disposti lungo una scala gerarchica di classe sociale, di modo che se l’uniforme di una data scuola mette i suoi allievi sullo stesso piano, li mette pure al di sopra o al di sotto di un’altra scuola con un’altra uniforme, un po’ come divisa e gradi militari.

 

Di recente un giornalista ticinese mi diceva che in Svizzera da quando i dirigenti di banca non rivestono più alte cariche nell’esercito i rapporti tra le diverse aree linguistiche sono solo di facciata. Non sono sicuro che questi rapporti siano più deboli di un tempo nel loro complesso, mentre credo che i danni osservabili dipendano da scelte precise, per esempio a livello di politica linguistica e di educazione. Ma è vero che l’uniformità della classe dominante inglese si fa garante di un’identità condivisa, o con-divisa, quantomeno dall’élite stessa. E in modo crescente in questi ultimi anni: se dal ’64 fino a Blair una buona parte della classe politica si era formata nelle scuole statali, ora la tendenza si è invertita di nuovo e pesantemente: 2/3 dei ministri sono milionari; vari politici di fazioni opposte sono stati compagni di classe; 4 scuole private e una statale mandano più studenti a Oxbridge che tutte le altre 2000 scuole messe insieme; le differenze di reddito tra il “rimanente” 99% della popolazione sono al minimo dai tempi della Thatcher (e chiaramente non perché si sia alzato il reddito delle classi basse). La meritocrazia e la diversità sembrano essere sogni da cui ci si è risvegliati, in un mattino grigio.

 

E se, un gradino più in su, l’unico gradino più in su, troviamo una giovane donna che non finge nemmeno di lavorare, e non perché è spesso incinta, e il cui sogno coronato di matrimonio è stato pagato in buona parte, come molti aspetti di quella vita irreale, dai contribuenti, cosa succede ai sogni nei molti gradini più sotto? Conosco diverse persone che insegnano all’Università dell’Essex. Bell’esempio di brutalismo architettonico – che deriva dal beton brut di Le Corbusier: minacciose strutture volumetriche di cemento a vista, brullo e scuro, scalfito a mano, come il complesso del Barbican o il National Theatre. Brutalismo che a sua volta è un bell’esempio delle utopie britanniche anni ’60, radicali, dure, concrete e non di facciata. Com’è la stessa Uni.Essex, che ha aperto, guarda caso, nel ’64: un esperimento di educazione moderna organizzata in modo cooperativo tra studenti e docenti, niente toghe, prefetti, gerarchie, compartimenti stagni o stagnanti, neanche tra le materie: le varie letterature si imparavano tutte insieme, ognuna in lingua originale, la nascita della comparatistica. Un motto del primo direttore, Albert Sloman: “espandere non solo i numeri, ma la conoscenza, grazie all’innovazione radicale”. E qui faccio riferimento a un articolo, che vale la pena di leggere per intero, di Marina Warner, professoressa di scrittura creativa, materia controversa, ma che può solo essere insegnata da chi la pratica come, nella stesso istituto, i poeti Derek Walcott (premio Nobel) e Glyn Maxwell. (Il rapporto tra insegnamento e pratica, fondamentale in tutti gli ambiti, nelle altre materie è garantito dalla ricerca). Nessuno di loro tre insegna più lì.

 

Il contratto di Marina Warner, una delle più prestigiose ricercatrici e scrittrici inglesi, prevedeva 30% di insegnamento e 70% di ricerca. Nel 2012 è stata invitata a dirigere la giuria dell’International Man Booker Prize e tenere dei seminari a Oxford. Il nuovo direttore dell’Uni.Essex, un manager e ex militare, ha dato il suo benestare sottolineando i vantaggi: prestigio, pubblicità, gloria, impatto. Da allora si è andata consolidando la nuova realtà accademica: ridotti i fondi statali, le università si trovano a competere sul libero mercato per accaparrarsi più studenti (e in particolare quelli dall’estero, che pagano rette più alte). Il nuovo motto: “insegnare, insegnare, insegnare”. Per la ricerca, bisogna trovare fondi privati. A Warner, per onorare gli impegni presi, ora che le percentuali di insegnamento e ricerca vanno invertite, è stato proposto di prendere un anno di congedo non pagato – creando un precedente pericoloso per colleghi più giovani. Warner ha dovuto dare le dimissioni. A Walcott non è stato rinnovato il contratto perché non monetizzava abbastanza. A Maxwell perché non ha accettato di passare da un tempo parziale (il che vuol dire insegnamento e scrittura e ricerca) a un tempo pieno.

 

In un altro dipartimento, il professor Sheldon Leader ha fondato un centro per Business e Human Rights. Clienti come Amnesty International, governi africani, est-europei e sudamericani, hanno chiesto perizie e strumenti legali per tutelarsi contro il potere e gli interessi di corporazioni multinazionali, corruzione interna e via dicendo. Ogni anno il posto di Leader, fondatore e direttore del centro, è messo in discussione in base a quanto ha fatturato il suo centro, o più precisamente a quanto profitto porta all’Uni.Essex (il profitto, si sa, non basta, dev’essere di un tot superiore a quello dell’anno precedente). «Il merito [stabilito dal Research Excellence Framework che valuta insegnamento, ricerca, pubblicazioni, ecc.] non garantisce il posto», ha affermato l’attuale direttore dell’Uni.Essex. Ma il posto può ostacolare il merito.

 

E mia figlia, a 4 anni, a scuola a Londra? Beh, canta (“Mi hai messo a terra, ma mi rialzo ... perché sono un campione, e sentirai il mio ruggito”). Disegna (colora le forme prestampate). Ieri ha imparato tre lettere (vuol dire che ha dimenticato le altre?). Ma ha già nuovi amici, Bridey, Naomi, Rasheed, festeggia Hajj e Diwali, ci va volentieri (a differenza che all’asilo), non vuole arrivare in ritardo (a differenza che all’asilo), racconta cosa ha fatto e cosa vuole imparare (a d.d.a.) e quando esce è contenta e risaliamo il canale in bici, ci fermiamo al pub dove ha festeggiato il compleanno (e secondo recenti scoperte potrebbe essere stato frequentato da Jack lo Squartatore) e continuano a offrirle il succo di mela, riconosciamo le piante, salici piangenti e non come lungo il lago di Locarno, fichi, betulle, lavanda ecc., e arriviamo a casa dove da una parte e dall’altra del piccolo giardino, separati solo da una staccionata, ha altri amici della sua età. Come in un iper-villaggio. Un centro del mondo.

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Stephen Gill, Untitled, da 'Hackney Flowers'