Homo Sexualitäten

Il manifesto delle mostre circola ovunque a Berlino. Occhieggia negli spazi classici e conclamati per le pubblicità di eventi culturali, domina attraverso le vetrate del Museo Storico Tedesco, ma transita anche tranquillo e sereno sul retro dei risciò a pedali con cui giovanotti dalle gambe muscolose portano a spasso per la città proprio quei turisti che, ancor meno di altri, potrebbero rientrare tra i visitatori delle due esposizioni di cui si parla.

 

Da sinistra: riflessi sulle vetrate del Museo Storico di Berlino e un riscio a pedali con il manifesto della mostra

 

L’immagine prescelta per manifesti e locandine è dell’artista canadese Heather Cassils (donna che preferisce farsi chiamare con il cognome per evitare la connotazione femminile del nome proprio in cui non si riconosce) che, dopo aver ottenuto a forza di allenamenti un fisico super palestrato, ha aggiunto tocchi che inducessero in confusione gli irriducibili degli stereotipi maschile / femminile, fino a ottenere un corpo in cui caratteristiche scontatamente virili, pettorali scolpiti con capezzoli ornati da piercing, jock strap che esalta un vistoso “pacco”, postura da macho, si abbinano ad altre convenzionalmente muliebri, labbra tinte di luminoso rosso, acconciatura sbarazzina, in vero, ormai, tranquillamente ambo sex. Questa immagine è, forse, tra le componenti più conturbanti dell’intero percorso che si dipana tra due musei berlinesi: il già citato e prestigioso Museo Storico (Deutsches Historisches Museum) e il più recente e meno noto al grosso pubblico Museo Gay (Schwules Museum).

 

Heather Cassils in posa per il manifesto della mostra

 

Doppia mostra per affrontare il tema delle omosessualità, al plurale. Importante è capire da subito che non ne esiste una sola, come le teorie sviluppate dai gender studies stanno cercando da tempo di dimostrare. Molteplici sono le sfumature delle possibili identità sessuali a cui non necessariamente, né automaticamente, corrispondono equivalenti e prestabilite pratiche erotiche.  Concetti complessi che, soprattutto in Italia, le recenti demonizzazioni da parte di cattolici dogmatici e signori benpensanti hanno contribuito a imbrogliare, spesso riducendoli a esecrabili quanto banali perversioni o, peggio, velleità devastatrici di sani e inviolabili principi. A queste persone, prima ancora che ad altre, raccomanderei la visita alle due mostre berlinesi. Diverse tra loro, come diversa è la specificità dei musei che le hanno organizzate e che le accolgono. Il Museo Storico resta fedele alla propria tradizione di trattazione del passato rigorosa e documentata. Lo Schwules Museum offre spazio a opere d’arte di natura varia e di epoche diverse. La collaborazione tra i due è un segnale importante dell’attenzione che istituzioni ufficiali e prestigiose hanno voluto dedicare a un tema che, nella capitale tedesca, ancora non era stato affrontato con questi linguaggi e queste intenzioni. Alle casse d’ingresso un sobrio cartello avvisa che l’esposizione prevede rappresentazioni di corpi nudi e di atti sessuali e suggerisce che bambini e ragazzi siano accompagnati da adulti.

 

L’avviso alle casse del Museo Storico

 

Nessun divieto ai minori, nessun pruriginoso imbarazzo, nessun ammiccamento, come si conviene a istituzioni serie e attendibili. Scopo del percorso espositivo è, prima di tutto, illustrare gli atteggiamenti della società su omosessualità (sempre al plurale) e gender alla luce delle repressioni sociali, giuridiche, religiose e scientifiche, per poi passare alla documentazione sulle lotte di liberalizzazione, in prospettiva storica per quanto riguarda il Museo di Unter den Linden, artistica per l’altro. Si ricorda che nella Repubblica Federale Tedesca il famigerato paragrafo 175, risalente alla Germania imperiale del 1872 che perseguiva giuridicamente l’omosessualità, fu abrogato soltanto nel 1969 e che ancora in settantasei paesi del mondo l’omosessualità è fuori legge, sulla base dei codici penali coloniali britannici.

 

L’esposizione prende le mosse dagli anni della Repubblica di Weimar, in cui Berlino (quella immortalata da Christopher Isherwood nel suo romanzo Goodbye to Berlin, 1939) era diventata famosa nel mondo per la libertà di costumi e la spontaneità con cui le più disparate forme di sessualità convivevano senza pestarsi reciprocamente i piedi. E si privilegia il lesbismo, proponendo materiali da indagare, ascoltare, osservare, leggere che mettono in campo la scoperta, spesso conturbante, di un desiderio non omologato, la paura della diversità. Interviste a testimoni, oggetti, video, storie personali raccontate in chiaro. Tra le immagini più significative, un eloquente ritratto di Claire Waldoff, la leggendaria cantante dei cabaret dell’epoca, manager con la compagna di un famoso lesbian salon, qui ritratta da Emil Orlik senza le sue immancabili giacca, camicia e cravatta, con un’espressione al contempo distaccata e superiore ma di parallela sfida.

 

Emil Orlik, Ritratto della cantante Claire Waldoff, 1930 ca.

 

E ancora un quadro di Jeanne Mammen, pittrice lesbica che all’universo berlinese degli amori al femminile e alle famose Straßenszene degli anni Venti dedicò più di una straordinaria composizione nello spirito dell’epoca.

 

Jeanne Mammen, Lesbian Salon, 1928 ca.

 

La seconda sezione della mostra, decisamente la meno rappresentativa dell’intero percorso, porta il titolo di Andere Bilder – altre immagini – e affronta il problema della rappresentazione delle culture omosessuali alla luce della frammentarietà dei documenti disponibili, delle proibizioni che ne limitavano o vietavano la circolazione e che costringevano gli utenti al ricorso a forme criptate o sommarie. La costituzione al Museo Gay di Berlino dei primi archivi risale soltanto all’inizio degli anni Ottanta del XX secolo ma conta oggi 7000 reperti. Le immagini esposte mettono in scena diversi stadi della percezione e della raffigurazione delle omosessualità, dall’antichità alla contemporaneità. Attraverso fasi che hanno visto il ricorso strategico a definizioni quali “nudo artistico”, “culturismo”, fino al più esplicito travestitismo, cross-dressing e alle più attuali questioni di genere. L’intento di questo settore è fornire una storia sociale delle omosessualità tra il 1880 e il 1970, impresa forse troppo grande per una sola sala, per quanto ampia e articolata.

 

Di forza espressiva e portata documentaristica assai superiore è il “glossario” che dedica la documentazione (iconografica, fotografica, archivistica, oggettistica ecc.) a tre voci (movimenti, luoghi, personaggi, atteggiamenti, cose) per ogni lettera dell’alfabeto, ovviamente discutibili nella scelta, ma opportune e originali anche per la loro natura spesso innovativa rispetto ai reperti che si è soliti ammirare in un museo.  Estrapolo qualche esempio tra i molti esposti. La “D” mette in mostra un repertorio di dildo, i peni artificiali mascherati talora da vibratori per massaggi, la “C” rievoca il Cruising pack, il kit composto da preservativi, pomata lubrificante e volantino illustrato sul safe sex, venuto alla ribalta dopo l’esplosione dell’AIDS per chi non volesse rinunciare né alla sicurezza né alla ricerca spericolata di partner occasionali. Alla “I” si privilegia l’Instandbesetzen, tedesco per squatting: l’occupazione di case abbandonate che avrebbe portato a forme alternative di coabitazione e al nascere di gruppi “familiari” allargati ed eccentrici. La “L” documenta il fenomeno Leder, cuoio, e i suoi riscontri sul fronte delle pratiche sessuali fetish di sottomissione-dominazione. Uno dei pezzi che più stupisce di trovare in mostra proprio al Museo Storico di Berlino, compare alla lettera “K”, voce Klappe, cesso pubblico, in cui si cercavano compagni e si praticavano atti sessuali fortuiti, consegnato alla storia con il reperto di una porta originale con tanto di graffiti erotico-pornografici, numeri di telefono, messaggi per appuntamenti. La “M” offre una testimonianza legata alla riproducibilità della comunicazione nei decenni scorsi, Matrizen, le matrici dei famosi ciclostili tanto presenti, quando le fotocopie erano ancora una rarità, nella storia delle sotto e contro culture di mezzo mondo. Tralascio a malincuore Mahlsdorf e Nollendorfplatz, due luoghi che meriterebbero specifica e diffusa attenzione (che mi impegno ad affrontare in altra sede), e passo alla “R” di Rosa. La fruizione simbolica dei colori vede, in questa micro storia sociale, il rosa assegnato dai nazisti agli omosessuali (all’infame triangolo rosa, parallelo al giallo della stella imposto agli ebrei nei campi di deportazione, sarà dedicato un settore apposito nella mostra), il viola che era invece stato scelto dalla sub-cultura gay negli anni di Weimar, fino al rifiuto del rosa da parte delle femministe come negazione degli sdolcinati e asfissianti stereotipi femminili. In mostra un set di magneti tra il feroce e il sarcastico della serie americana “Grow up to be gay” (Cresci per diventare gay), con gli attrezzi-magnete-giocattolo, realmente in vendita negli Stai Uniti, indispensabili per le professioni stereotipatamente scelte o attribuite ai froci: parrucchiere, stilista, steward, pattinatore artistico ecc.

Magneti della serie "Grow Up to be Gay"

 

La “S” porta agli anni della Repubblica Democratica Tedesca in cui la Stasi, polizia segreta, effettuava controlli, arresti, spedizioni punitive, schedature a tappeto della popolazione omosessuale. “W” sta per Walpurgisnacht, la notte di Valpurga, 1 marzo 1977, in cui le “streghe” berlinesi erano scese in piazza nel quartiere di Charlottenburg per la prima manifestazione contro le violenze sulle donne. Chiude il percorso dell’abbecedario la “Z” di Zensur, censura, categoria con amplissimi riscontri in questo ambito di indagine.

 

Il secondo piano del Museo Storico ospita una raccolta di dichiarazioni attribuibili a predicatori delle più diverse confessioni, leader politici, culturali, personaggi dello spettacolo e dello sport relative ad attacchi, biasimi, demonizzazioni delle omosessualità: “Jesus would stone homos”, “As immoral as cannibalism”. Se non fosse per pure questioni cronologiche potrebbe trionfarvi la recente sparata del padre domenicano Giorgio Carbone e del medico Renzo Puccetti al Meeting di Comunione e Liberazione che hanno indicato le coppie gay come più esposte a malattie cardiovascolari e suicidio. Seguono ampie documentazioni su persecuzioni e denunce occorse sul territorio tedesco nei vari momenti della sua storia politica: impero, repubblica di Weimar, nazismo, occupazione degli alleati, repubblica federale, repubblica democratica. Nel settore Im Rosa Winkel, dentro al triangolo rosa, storie, ritratti, documenti di uomini e donne deportati e soppressi nei campi di sterminio perché omosessuali. Il tutto dominato dalla colonna sonora coinvolgente e inquietante, sospiri, ansimi, dolore e piacere, gemiti, colpi di frusta, proveniente dai video di una performance di Heather Cassils, la stessa artista del manifesto, body builder transgender. L’ultima sala ospita una ricca raccolta bibliografica-esposizione di studi sui problemi toccati dalle mostre, ripresi in un volumetto reperibile gratuitamente all’ingresso.

 

Alla biglietteria si riceve un coupon che, presentato alle casse dello Schwules Museum, permetterà l’ingresso con uno sconto. La collezione d’arte, che affronta tematiche quali sessualità, desiderio, ruoli di gender, giochi di gender, famiglie, coppie, stili di vita, raccolta in questo museo ruota intorno al progetto di interviste battezzato What’s next? che vuole indagare le occasioni, le prospettive e i conflitti che scaturiscono dalla Berlino queer contemporanea. Al pari di quanto era accaduto negli anni Venti di Weimar, Berlino si connota oggi come la città in cui opportunità e disponibilità per modi di vivere fluidi e trasgressivi rispetto al conformismo hanno già un presente e promettono di confluire nel futuro. A questo rimandano anche gli intenti delle mostre: la storia presentata nei musei è il risultato di processi sociali di negoziazione che sono ancora in atto. La responsabilità dei curatori sta anche nel far scaturire dalle esposizioni la convinzione che questi processi non siano conclusi soltanto perché entrati a far parte di una collezione museale, anzi. Berlino è di nuovo un laboratorio di approcci non convenzionali alla vita e di culture queer, il termine inglese di non facile traduzione che sta per “diverso anche dalle forme omologate all’interno delle stesse diversità”.

 

Tra le molte opere esposte al Museo Gay ne privilegio una: il filmato Deep Gold dell’artista tedesco Julian Rosefeldt. Fondamentale è vederlo dall’inizio, mentre gira in loop nella sala buia che lo ospita. È un omaggio al surrealismo provocatorio, e all’epoca scandalistico, dell’Age d’or di Luis Buñuel del 1930. L’azione è collocata nella Berlino degli anni Venti e si dipana tra spunti erotici, cabaret, scene di ordinaria quotidianità i cui interpreti sono completamente nudi, vista dagli occhi ingenui di un giovane uomo che, dopo il suicidio compiuto gettandosi da una finestra, si trova a percorrere le vie surreali e vistosamente artificiose di una città onirica con momenti di grande lirismo, poesia, storicità. Per i meno giovani: ci ho ritrovato qualcosa dello spirito dell’Uomo in frac di Modugno, con tutte le virgolette e le distanze che questa citazione richiede.

 

Julian Rosefeldt, Deep Gold, 2013-14

 

Mi avvicino alla conclusione con uno degli slogan che coronano l’esposizione al Museo Storico: The personal is political. Risale ai movimenti femministi dei tardi anni Sessanta americani, quando si iniziava a protestare contro la morale borghese che difendeva a ogni costo l’ordine ipocrita del “si fa ma non si dice”. Più attuale che mai, viene da dire. E che gli spunti offerti da queste mostre non finiscano negli spazi delle loro sale o sulle pur belle pagine dei loro cataloghi. Chi uscisse dal Museo Storico usando le porte del nuovo settore progettato da Pei nel 2003, quello che ospita la mostra, troverebbe sul sagrato due panchine. Una intera con la scritta “Homosexuals only”, l’altra spezzata, in cui della iscrizione si è salvato soltanto “only”.

 

Le panchine all'ingresso del settore Pei del Museo Storico di Berlino

 

Molte le possibilità interpretative: rimandi alle forme storiche di segregazione (“for blacks only”, “for jews only”), loro condanna e superamento, (auto)ghettizzazione, decostruzione di tutte queste categorie, sviluppo, evoluzione, attacchi, distruzioni. Che cosa c’era scritto sulla seconda panchina che è stata rotta? “Heterosexuals only”? Il discorso resta, più che mai, aperto dopo le istanze che le due mostre hanno portato allo scoperto e inserito in un’attendibile e completa prospettiva storica. Come si diceva una volta, e lo cito non senza un sorriso, ma convinto, “segue dibattito”. E che dibattito sia, ma sempre più documentato e, possibilmente, non infarcito dei soliti luoghi comuni.

 

 

La mostra:

Homo Sexualitäten, Deutsches Historisches Museum – Schwules Museum, Berlino dal 26 giugno al 1 dicembre 2015

Josephine Baker ricreata nel film di Julian Rosefeldt, Deep Gold

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