Un profugo nella stazione di Milano

Il silenzio dorme con le ginocchia in bocca. Daniel Fajnachen si risveglia con la mano spiaccicata sulla palpebra e la lingua attaccata sotto la volta asciutta del palato. Nella carrozza non vola una mosca e un caldo appiccicaticcio appanna i vetri. Fuori piove, copiosamente. Il treno sta viaggiando a bassa velocità, sporco e puzzolente. Fajnachen afferra dal sedile di fianco un giornale sgualcito. Lo sfoglia provando a leggere qualcosa in quella lingua che un tempo conosceva bene. Si dà molta importanza alle catastrofi naturali: da una settimana diluvia su tutta la Lombardia. Tra l’altro è esondato, per l’ennesima volta, il Seveso, allagando un pezzo di Milano e dando così un senso letterale al quartiere Isola, a sinistra della Stazione. Sempre sulla prima pagina, in taglio basso, lo colpisce un titolo: “Corruzione per gli appalti Mose. Arrestato Paolo Giangrandi, docente alla Facoltà di Architettura di Venezia”. Giangrandi era stato il suo professore, e ora forse il suo unico possibile contatto telefonico a Milano. Fajnachen ha una fitta al cuore e cade in un leggero stato di confusione. Non riesce, tra l’altro, a cogliere il senso di quel riferimento biblico.

 

Il treno sta entrando nella Stazione Centrale di Milano. Le stazioni, diceva Marcel Proust, sono quei luoghi speciali che, sebbene in pratica non facciano corpo con la città, contengono l’essenza della sua personalità. Lontano si scorgono già distintamente, come mazzi d’asparagi, gli ambiziosi grattacieli della metropoli. Sulla destra, tra la selva dei cavi elettrici, perpetui ciuffi di erbacce e i cumuli di macerie tra i binari, Fajnachen, che è pur sempre un architetto, nota un bel palazzo moderno, dalle forme asimmetriche: un blocco bianco tozzo ma ben strutturato, con grandi portefinestre e terrazzi in mezzo a piccole aperture, sormontato da un corpo più piccolo di altri tre piani, e un solo comignolo circolare rosso, come il monocolo di un gigante.

 

È il 16 giugno, giorno di Ulisse, ma l’Odissea di Fajnachen non è ancora terminata. Scende dal treno per ultimo, come un vecchio capitano che abbandona la sua nave. Dietro di lui, non tutti lo notano, balza fuori un emaciato gatto soriano. In veneziano “soriano” significa proveniente dalla Siria. Daniel Fajnachen è un siriano di Aleppo: cinquantenne dall’aria rude, robusto e cupo, eppure in qualche modo amabile. Veste tutto di nero: jeans e una lunga maglietta (che gli hanno procurato i volontari siciliani), con quattro maccheroni bianchi rampanti disegnati sul petto e la scritta: “Life is a combination of magic and pasta. Federico Fellini”.

 

Daniel è mezzo ebreo: figlio di un barbuto ingegnere, arrivato in Siria con i genitori, dopo la Prima Guerra Mondiale, dall’allora cittadina polacca di Drohobycz, e di una fragile armena, imparentata con i proprietari del mitico Hotel Baron, dove aveva soggiornato anche Lawrence d’Arabia. Non era stato facile, soprattutto in certi periodi, portare quel nome in un paese arabo. Ma i suoi famigliari gli avevano sempre ricordato che l’essere umano possiede tre nomi: il primo è quello che gli hanno dato i genitori; il secondo è quello con cui lo chiama il mondo; il terzo è quello che si procura con le sue azioni. Per complicare questo miscuglio di razze, poco dopo esser tornato dall’Italia con la laurea in Architettura, Daniel si era sposato con una bella dottoressa araba. Al Pronto Soccorso dell’ospedale di Aleppo, lei gli aveva rimesso in sesto, ridendo delle sue smorfie di dolore, un paio di costole fratturate cadendo dalla precaria impalcatura del cantiere. Dalila era musulmana non praticante, figlia di una famiglia di dignitari vicini al partito Ba’ath di Hafiz al-Assad: il dittatore che aveva garantito per anni la convivenza religiosa e culturale in Siria, anche se al prezzo di massacri dei fondamentalisti musulmani. Ora questi, appoggiati dall’esterno, si erano impadroniti di Aleppo e di metà del paese. Se il timido oculista Bashar al-Assad, aveva mostrato la stessa ferocia del padre nella repressione, i ribelli, con il loro fanatismo, avevano seminato il terrore nelle zone cadute sotto il loro controllo. È come se in certi paesi, senza tradizioni democratiche, pensava Daniel, abbattere la dittatura non significasse altro che cadere dalla padella nella brace.

 

I Fajnachen erano stati costretti a fuggire, con pochi bagagli, un figlio di dieci anni, e il gatto Simeone. Quello non lo avrebbero mai lasciato, anche perché, tenendolo in braccio, suscitava lo strano potere di ascoltare voci lontane. Durante il viaggio da Aleppo alla costa davanti ad Alessandria d’Egitto, avevano dovuto subire umiliazioni e angherie, perdendo tutto. Poi, dato che tutti i fiumi vanno verso il mare, ma il mare non ne è mai pieno, si imbarcarono su un vecchio e malmesso barcone, traboccante di più di trecento disperati in fuga, alla volta della Sicilia. Al quarto giorno di traversata, con il mare in tempesta, la gente, impazzita per il caldo e le esalazioni velenose dell’ansimante motore, si era accalcata sotto il boccaporto nel vano tentativo di salire sul ponte. Ma quelli di sopra, temendo che la barca si rovesciasse, li respinsero giù a calci e bastonate. Dalila e il figlio Alì morirono pestati e soffocati dentro la stiva. Daniel era riuscito, picchiando e mordendo, ad arrampicarsi miracolosamente in superficie. Il gatto Simeone era sgusciato sopra molto dopo, saltando agilmente su quella montagna di cadaveri e intrufolandosi tra le braccia di Daniel che gridava la sua disperazione appoggiato alla sponda malmessa della prua. Non c’era stato più modo di tirare fuori i corpi di Dalila e Alì da lì sotto. Giunti al limite delle acque territoriali italiane erano stati recuperati dalle navi dell’Operazione Mare Nostrum e condotti nel porto di Pozzallo.

 

Molte volte Daniel ha ripensato al fatto che in inglese le catastrofi naturali si chiamano “Act of God”. E queste tragedie umane? Chi decide dei sommersi e dei salvati? E con quale criterio si offrono in sacrificio al mare i disperati che fuggono dalle guerre e dalla miseria?

 

Ora sta arrivando a Milano, con il suo malandato gatto, dopo quasi un anno da quando aveva lasciato la propria casa. Sulla pensilina un gruppo di stropicciati pendolari sta scendendo da uno strapieno treno regionale cantando in coro una canzone di Toquinho:

«Continuiamo a suonare, lavorare in città;

noi che abbiamo un po’ paura,

ma la paura passerà.

Siamo tutti in ballo, siamo sul più bello,

in un acquerello che scolorirà».  

 

Daniel e Simeone attraversano in diagonale l’enorme cattedrale babilonese della Stazione: colossale e gelido tempio pagano con i suoi simboli tutankamici e marmorei. Come la prima volta che la vide, Daniel trova orribile quell’edificio, progettato dal visionario architetto Ulisse Stacchini, quello dello Stadio Meazza. Gli torna in mente che, da studente d’architettura, non riusciva a capacitarsi di come quella Stazione, inaugurata nel 1931, potesse esser stata edificata soltanto quattro anni prima della bellissima e moderna stazione di Santa Maria Novella a Firenze.

 

In precedenza Daniel era stato a Milano soltanto una volta: il 20 dicembre del 1988. Non aveva mai più dimenticato come la città lo accolse. Uscendo sul lato sinistro della Stazione, sotto le volte ridondanti, le pesanti colonne e gli smorti mosaici, aveva udito urla agghiaccianti. Provenivano dal fondo della scalinata gremita di gente, come il palcoscenico di un’angosciosa discesa nel nulla. Sgomento per le parole che provenivano dagli altoparlanti, ci mise un po’ a capire che quel giovane affranto, strisciante sul pavimento, era un attore (Franco Branciaroli) che stava rappresentando, solo per quella sera, nella sua sede naturale, il dramma In exitu del grande scrittore milanese Giovanni Testori, oggi quasi del tutto dimenticato.

 

L’omosessuale ed eroinomane Gino Riboldi, agonizzante dentro la Stazione, era solo e senza nessuno che lo soccorresse. Sacerdote e vittima, allo stesso tempo, di un rito teatrale: una sorta di degenerato sacramento in cui il ricordo identifica, al termine d’una vita illuminata solo dal rifiuto di sé stesso e della società, la comunione, il pompino e il buco, in un crescente accanimento autodistruttivo. Un rifiuto di quella città sempre oscillante tra l’euforia e il conformismo del culto del denaro, del successo e dell’apparenza, e la disperata trasgressione.

 

A Daniel sembra di risentire quelle grida disperate. Ha i brividi per la febbre e acute fitte al costato che non lo abbandonano da giorni. Oggi lui si sente come quel Gino Riboldi: disperato e senza nulla, impacciato e con un buio futuro. Si guarda attorno e invece dei variopinti passeggeri vede soltanto altri clandestini, amari barboni, tossici barcollanti, grasse prostitute di colore, saltellanti bambini lesti nel borseggio. Altro che Totò e Peppino vestiti come se dovessero andare a Mosca, con tanto di colbacco, e ampia provvista di salumi e formaggi e vino buono nelle valigie!

 

Sceso all’ammezzato con la scala mobile, ci mette poco a capire che la Stazione è affollata di siriani: sembra di essere alla stazione di Aleppo. Alcuni stanno appollaiati sugli sgabelli del Fast Food, dormicchiando con le teste appoggiate sui tavoli. Intere famiglie invece si accalcano dinanzi a un piccolo tavolino, tendendo la mano per ricevere qualunque cosa. Alcuni volontari con le pettorine arancione stanno distribuendo pacchetti di fazzoletti di carta. Sulla destra, Daniel scorge un uomo paffuto in giacca e cravatta che, con alcuni collaboratori, tenta di organizzare una sistemazione per quei profughi approdati a ondate continue a Milano. Sadek Abdul, un impiegato di banca di Damasco, che spicca in mezzo agli altri per la maglietta rosa fucsia e un paio di pantaloni a pinocchietto verdastri, gli dice che quello è un assessore della città. Daniel si meraviglia che un politico stia lì a quell’ora a occuparsi di stranieri in fuga da una guerra. S’intromette Samir, un odontotecnico palestinese di Homs, con gli occhi infiammati dalla congiuntivite, sostenendo che Milano è l’unica città che li accoglie: «Nessuno di noi vuol chiedere asilo politico in Italia. Ma siamo bloccati qui. Così la gente di buon cuore ci porta biscotti, cracker, frutta, succhi, creme solari, pannolini, magliette. Ci sono persino delle signore che hanno organizzato una cucina e ci danno da mangiare».

 

Non tutti i profughi siriani sono in condizioni di totale indigenza. Molti di loro sono commercianti o professionisti, con il trolley, il cellulare e vestiti di marca. Nessuno ha portato con sé animali. Hanno pagato dai tre ai cinquemila euro per la promessa di un viaggio scomodo ma abbastanza sicuro. Fanno tappa a Milano in attesa di poter raggiungere il nord Europa dove li aspettano parenti e amici. La stazione è per loro un luogo di sosta che si sta protraendo più del necessario e, soprattutto nel caso di famiglie con bambini, li mette in una situazione di difficoltà per l’alloggio e li confonde con chi, come Daniel, è senza nulla e senza meta.

 

In un angolo del colonnato di sinistra, un gruppo di uomini, che si sono tolti le scarpe, pregano in ginocchio rivolti alla Mecca. Del resto, in città, non ci sono edifici religiosi per i musulmani, che sono costretti a pregare in angusti garage, se non addirittura sui marciapiedi (ma per la fine del Ramadan vengono loro concessi tendoni pericolanti e vecchi impianti sportivi).

 

Daniel apprezza quest’umanità e la gente che li aiuta. Ma, tenendo in braccio Simeone, sente anche le infami voci di coloro che sbraitano che i profughi e i clandestini portano malattie, rubano il lavoro e gli alloggi: «Non un solo euro dalla Regione Lombardia per questi clandestini»; «Bisogna che le navi li riportino a casa loro. Dopo che li riporti una volta, due volte, tre volte, vedrai che questi qua non si muovono più».

 

Da studente, Daniel aveva fatto in tempo a incontrare il vecchio Giovanni Michelucci, uno degli architetti che progettarono la Stazione di Firenze, e poi, tra l’altro, la celebre Chiesa dell’Autostrada del Sole. Era uno che, a differenza della maggioranza degli architetti d’oggi, aveva delle idee e dei sogni. Gli sentì dire: «La sfida che propongo alla città attuale è la sfida di saper accogliere al suo interno i diversi di ogni tipo, non per dovere di ospitalità, ma come speranza progettuale. Il modello di una società civile che accetta dentro di sé il diverso, come ipotesi possibile di cambiamento, rappresenta di fatto una cultura superiore».

 

Daniel non si sta raccapezzando dentro la Stazione Centrale perché, negli ultimi anni, sono stati messi in atto radicali interventi di “ammodernamento e ristrutturazione”. Si poteva peggiorare un edificio così? Ragionevolmente no, eppure era stato fatto. Stravolgendo completamente l’idea di stazione come luogo di transito, di arrivo o partenza, erano stati creati tortuosi passaggi attraverso, se non addirittura dentro, inutili negozi ed eliminati gli spazi per la sosta, come le vecchie sale d’aspetto o gli androni. Non erano stati tolti però né la lugubre lupa allattante i due fondatori di Roma, che svetta su un pinnacolo sopra il tetto, né i ridicoli fasci littori, che ricoprono la facciata in alto, sfuggiti agli scalpellatori antifascisti del dopoguerra.

 

In quello che un tempo era il maestoso salone centrale, con la biglietteria, si stavano esibendo dei mimi col volto imbrattato di bianco. Da un potente altoparlante veniva diffusa la canzone che accompagnava i loro movimenti:

«E sempre allegri bisogna stare,

che il nostro piangere fa male al re,

fa male al ricco e al cardinale,

diventan tristi se noi piangiam…».

 

Sulle note di quel motivetto, giù per le scale scendono ancheggiando, come in una vecchia rivista, esili modelle vestite con paltò da inverno svolazzanti. È la sfilata della “moda diffusa”: il modo in cui Milano spera di battere la concorrenza delle settimane dell’alta moda parigina. L’avvilimento che prova Daniel è appeso dentro di lui come un animale morto. Anche a causa della febbre e dei dolori al petto, si sente totalmente spaesato. E gli gira la testa. Strascicando i piedi si porta sul lato sinistro in cerca di qualcosa da mangiare. In tasca ha una moneta da due euro. Passa davanti a un sofisticato bistrot che propone svariate cibarie a chilometro zero, leccornie biologiche, squisitezze biodinamiche: tutto in piccole dosi e a prezzi esagerati. In fondo al corridoio, dietro il bancone del chiosco dei panini, ci sono tre ragazze con eleganti grembiuli a righe celesti. Gli sorridono e, in coro, lo invitano a comprare da loro, indicandogli i vassoi argentati con montagne di tramezzini di vari colori. Daniel dice esitante che vuole quello ben ripieno con la carne di manzo (deve pensare a nutrire un po’ anche il gatto). Una delle ragazze, con una buffa treccina di capelli rossi, gli chiede di dove sia.

«Di Aleppo», le risponde Daniel.

Si guardano sorprese, sgranando gli occhi.

«E dov’è?!».

«Non avete mai sentito parlare di Pape Satàn, pape Sàtan aleppe?».

«Cooosa?!» chiedono in coro.

«Ma Dante, la Divina Commedia, non li avete studiati?».

«Sì, però era una pizza. E poi ormai siamo all’Università».

«Ah. E che studiate?».

«Scienze della comunicazione», dice una.

«Scienze dell’alimentazione», fa la seconda.

«Scienze politiche», aggiunge quella con la treccina rossa.

«E non hai saputo che in Siria c’è la guerra civile e Aleppo è stata conquistata dai ribelli e bombardata ripetutamente dalle forze governative?».

«Ah già!», esclama la rossa battendosi la mano con le unghie multicolori sulla fronte. «Ma noi mica studiamo la storia contemporanea. Ci fanno lavorare sui modelli sistemici. Roba astratta. La gente e luoghi ci interessan poco…».

 

Daniel ottiene così due tramezzini gratuiti. E anche una bottiglietta d’acqua minerale. Ma deve sottoporsi, sorridente, a un “selfie” con tutte e tre. Un minuto dopo è il primo profugo siriano finito su Facebook.

 

Spostatosi dinanzi ai binari, Daniel decide, vincendo la timidezza e un certo pudore, di tentare di racimolare qualche moneta chiedendo l’elemosina ai frettolosi passeggeri. Si accorge che alcuni di loro sono finti: perfetti manichini collocati qua e là dalle case di moda per suggerire come i veri viaggiatori debbano esser vestiti. Simeone si accuccia sotto un traboccante triplice cestino per i rifiuti e fissa, inquieto e a pelo ispido, i cani annoiati delle unità cinofile che pattugliano alla cieca l’androne principale. Daniel vede arrivare una comica macchinetta elettrica sormontata da un bulbo lampeggiante azzurro. Scendono due poliziotti che gentilmente gli chiedono i documenti. Dopo aver dato un’occhiata distratta ai suoi fogli, lo portano alla Stazione di polizia della Stazione, dove fu ammazzato di botte il clochard Giuseppe Turrisi. Superata una porta a vetri, gli fanno cenno di accomodarsi su una panca dove siedono altri personaggi che Daniel aveva già avuto modo di notare nel suo gironzolare. Accanto a lui un giovane tossicomane trema e piagnucola. Simeone con un balzo salta in braccio al suo padrone. Daniel lo stringe a sé sperando di alleviare un po’ il senso di oppressione che i dolori intercostali gli danno. Il calore e le fusa del gatto producono però un effetto inconsueto, in un certo senso inedito. Invece di sentire delle voci lontane, il salone della polizia svapora e Daniel si ritrova in un altro luogo, nei pressi dell’Ortomercato: un’enorme area in degrado, gestita da una società municipalizzata, i cui dirigenti debbono girare con la scorta armata per le continue minacce della malavita organizzata, che spadroneggia sulla manovalanza e i traffici del mercato. Quella periferia di Milano è il lembo marginale di una città diventata in un ventennio gaglioffa e scurrile: una deserta ferialità che si trasmette all’intero universo urbano.

 

Via Varsavia è un’ampia strada triste, costeggiata da capannoni, alberelli spennacchiati, palazzi malpensati. È la notte del 30 giugno 2011. Un manovale di mezz’età, corpulento e col faccione bonario, urla e chiede aiuto. Michele Ferrulli è piegato sul marciapiede, ammanettato dietro la schiena. Quattro poliziotti lo stanno massacrando di botte e gli schiacciano con le ginocchia il torace. Mezz’ora prima, Michele stava bevendo birra e ascoltando musica ad alto volume con due amici rumeni. Sono arrivate le volanti chiamate da qualche cittadino a cui disturbavano il sonno. Gli agenti hanno iniziato subito a picchiarlo e, secondo la versione ufficiale, è morto tra le loro mani per una “tempesta emotiva”. Ma la figlia riuscì a recuperare, in un campo rom lì vicino, un telefonino con il video e la voce degli ultimi momenti di vita di suo padre…

 

Volendo evitarsi una tempesta emotiva, Daniel risponde docilmente alle poche domande che gli pone una trasandata funzionaria che avrebbe tanto voluto essere mille miglia lontana da lì. Firmato il verbale, salutato il tossico, Daniel riprende Simeone in braccio, scende le scale e prova a mettere il naso fuori dalla Stazione. Imbocca l’uscita di destra e rimane inorridito. Ai lati della porta si ergono due sfaccettati giganti di plastica bronzea: Ortolino e Macedonia, miserevoli imitazioni dei ritratti di Arcimboldo. Ideati dallo scenografo-tre-volte-premio-Oscar Dante Ferretti, assieme ad altre due statue, Minestrello e Pasticcina, lì collocate per ricordare l’Esposizione universale sulla nutrizione del pianeta.

 

A destra, sulle vetrate dello snello grattacielo di Gio Ponti, simbolo decaduto di una Milano operosa e moderna, stanno stampate le bandierine della futura esposizione e il faccione della sua mascotte: “Foody”. Nella città, capitale mondiale del design, è stato scelto come simbolo un pastrocchio, ispirato allo stile dell’Arcimboldo (di nuovo lui!). Una figura costituita da undici elementi ritenuti rappresentativi: Guagliò (l’aglio); Arabella (l’arancia); Josephine (la banana); Gury (l’anguria); Pomina (la mela); Max Mais (il mais blu); Manghy (il mango); Rodolfo (il fico); Piera (la pera); Rap Brothers (i rapanelli); Chicca (la melagrana).

 

Davanti all’uscita di destra, c’è il posteggio dei taxi, che non si prendono più al riparo dell’alto porticato antistante, ma attendendo in coda sotto una brutta e sconnessa pensilina di plastica e ferro. Al lato di un serpentone di ibride auto bianche, i passeggeri sono ora costretti a fare delle complicate gimcane, sotto la pioggia, per raggiungere le vetture. Appesi ai pali della pensilina penzolano striscioni bianchi con insulti e minacce al Sindaco per la sua supposta “tolleranza” verso gli abusivi. È in atto un mezzo sciopero: arbitrario e a singhiozzo. Proprio davanti all’uscita, un gruppo di tassisti appiedati ha circondato l’auto di un “crumiro”, lo tira fuori e lo pesta di santa ragione, tra l’indifferenza della gente.

 

Daniel rientra spaventato nelle viscere della Stazione dove ritrova Sadek Abdul che è riuscito a rubare dal supermercato due bottiglie di vino rosso. Si siedono di fronte al binario quattro, estraggono i turaccioli con un cavatappi di fortuna, e prendono a bere avidamente. Daniel, per curiosità, si mette a leggere quello che sta scritto nell’etichetta della bottiglia:

«L’Inferno è un vino asciutto, nervoso, pieno di carattere che si ammorbidisce con la maturazione. Il suo nome deriva dalle temperature molto elevate che d’estate si raggiungono nei piccoli terrazzi vitati siti negli anfratti rocciosi della zona di Sondrio: una delle più difficili e impervie. Scriveva l’abate Morelli, nel suo poemetto Dionisos: “Paradiso di Bacco è quell’inferno rosso di brace e fiamma, che odore infuso di prugne e more emana e che al Paradiso è meglio preferire”».

 

Si scolano in silenzio le bottiglie. Daniel, per rispetto alla moglie, beveva di rado. Così, anche a causa della febbre, perde il senso di dove si trovi. Sente vampate di caldo e, subito dopo, brividi intensi. Gli balza in mente una strana associazione: «Ovunque io fugga è Inferno; sono io stesso Inferno». Si alza di scatto e barcollando si dirige verso una delle scale che portano sotto il livello dei binari. Simeone lo segue mestamente guardandosi attorno.

 

Riprende vita il teatro della Centrale. Davanti ai bagni, Daniel viene fermato da un’anziana donna con capelli nerissimi e il trucco pesante, che trascina a fatica un panciuto trolley rosa completamente ricoperto da variopinti bolli di località turistiche. Pare eccitata. Guardando fissa il gatto inizia a declamare:

«Mi hanno attirata in questo posto, una valle, lo vedete, sterile e odiosa, con gli alberi inariditi e spogli, coperti di muschi e di licheni malefici. Qui il sole risplende mai, qui nulla vive se non la civetta notturna e il fatale corvo. E dopo avermi mostrato questo abisso pauroso, mi hanno detto che qui, nell’ora morta della notte, mille demoni, mille serpi sibilanti, diecimila rospi rigonfi e altrettante creature del male urlano con grida così tremende e oscure che, all’udirle, ogni corpo mortale subito impazzisce o cade morto».

 

All’imboccatura del sottopassaggio di destra, all’altezza del binario 21, Daniel si appoggia a una piccola porta provvisoria che si apre da sola. Si ritrova in un lungo e stretto corridoio buio, con i segni ancora freschi di un cantiere, che sfocia nella grande sala del Memoriale della Shoah. Sulla parete ci sono allineati i nomi e i cognomi degli ebrei che da quella pensilina erano stati caricati sui treni merci alla volta dei campi di lavoro e di sterminio. Con una stretta al cuore si accascia sulla panchina di pietra. Stringe Simeone tra le braccia e, pian piano, gli giungono le voci degli avi paterni: uomini pii e indaffarati, con le lunghe barbe e i boccoli capricciosi, vestiti con ampi pastrani neri e cappelli di pelliccia. Parlano con una dolce cantilena che ricorda la voce del vecchissimo nonno Fajnachen, che non ha potuto portare con sé. È arrivato in un posto da dove si partiva per non tornare. Respira a fatica. Raggomitolato sulla panca come un neonato, bacia Simeone. Il gatto gli lecca delicatamente il volto. A Daniel torna in mente quella volta che aveva chiesto alla moglie medico, mentre ansimavano dopo aver fatto l’amore, cosa fosse un infarto. Dalila, guardandolo stupita con i suoi obliqui occhi verdastri, aveva risposto: «Un colpo profondo, una fitta acuta, il silenzio e poi il buio del buio».

 

Prende a scrosciare un violento uragano. L’acqua casca da tutte le parti, fitta e in mulinelli agitati dal vento. I lampi, come nervosi filamenti di smisurate lampadine, rischiarano a intermittenza la sala attraverso le finestre scosse dai tuoni. Sembra a Daniel di udire la musica di un blues familiare, forse una vecchia preghiera. Si mette a canticchiare con un sussurro:

«Dove voi siete, io sono già stato; dove volete che io ritorni, è da lì che sono appena venuto; dove vado io, è dove voi non arriverete».

 

 

tratto da: Balzano, Cataluccio, De Benedetti, Di Stefano, Fontana, Janeczek, Milano, Sellerio, Palermo 2015.

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