Palermo delle meraviglie

Tracce di un viaggio

A Palermo ci si può arrivare per terra, se non si considera il breve tragitto sul traghetto attraverso lo stretto, oppure per mare o con l’aereo. Importante è comunque arrivarci. Che io ci sia capitata nel mese di maggio è puramente casuale. Una visita improvvisa di qualche giorno in una stagione ideale, col tempo che si schiude, le giornate col sole che accarezza e riscalda senza accanirsi.

 

Ogni viaggio comincia molto prima di approdare alla meta prescelta, anche per me è stato così, ma questo resoconto si limita ad alcune delle impressioni vissute nella città, altrimenti non basterebbe un romanzo. Sono partita senza un programma preciso, solo qualche indicazione ricevuta da chi conosceva la città, una lista alla rinfusa di siti da vedere e la stanza prenotata in un B&B nel centro.

 

La Vucciria con la sua movida notturna, che a Palermo ha un altro sentore però, perché c’è sempre qualcosa di antico quasi atavico nelle manifestazioni di vita della città, è stata la prima ad accogliermi, la sera dell’arrivo. Oltre alle altre impressioni, ascoltare in un locale frequentato da giovani un concerto etno-rock di una valida band, di cui non ricordo però il nome, annunciato da un manifesto per le dieci e cominciato poi ben oltre le undici, è stato quasi uno shock culturale, considerando che qui da noi, a Bolzano, la musica a quell’ora nel centro storico è rigorosamente bandita.

 

Della domenica mattina, dopo il risveglio, ricordo l’azzurro intenso del cielo intravisto dall’interno delle mura della chiesa sconsacrata dello Spasimo, impressionante complesso gotico con reminiscenze catalane squarciato dal tempo, una meditazione fattasi architettura e oasi perfetta per una sosta mattutina. Lì vicino, palazzo Abatellis con le sue collezioni d’arte ma soprattutto l’Annunziata di Antonello da Messina. Sedersi nel vano della finestra, accucciata restare in adorazione della bellezza indecifrabile del quadro e condividere l’emozione con una coppia di turisti francesi, venuti apposta a Palermo solo per vederlo.

 

    

 

Comprare da un venditore di strada una pagnotta fragrante di pane di Monreale con la crosta più dura dell’altro, quello palermitano, e con l’immancabile sesamo a ricamarne la superficie insaporendolo, e poi proseguire la giornata, seguendo la gente sull’affollata linea 806 verso Mondello. Passeggiare lungo la mezzaluna della spiaggia coi piedi nell’acqua, sorridere al sole, fare il bagno nel mare turchese e stendersi poi sulla sabbia fine con un gruppo di ragazzi lì a fianco, ascoltarne la parlata, osservarli fumare le prime sigarette con aria da grandi. Tutto ha un sapore diverso a Palermo, trovarsi a scambiare qualche parola con altri viandanti della domenica, gente normale, anziani e badanti, coppiette e turisti in pellegrinaggio dal nord. A volte si dice: è un incanto! e tutto, quel giorno, sapeva d’incanto.

 

Lunedì, alzarsi di buonora per seguire il rito greco albanese di una funzione in una chiesa dì epoca normanna con l’inconfondibile cupola rossa, vicino a piazza Pretoria detta anche della Vergogna, per quell’innocente oscenità delle statue rinascimentali che adornano la fontana. E avventurarsi nei tracciati antichi delle vie dei quattro Mandamenti in lunghe peregrinazioni, entrare nel parco e nella villa Malfitano col suo fascino tardo Ottocentesco intatto, proseguire fino alle catacombe dei Cappuccini che svelano ai vivi il segreto della morte, la rendono anch’essa commedia umana e accettabile, vicina.

 

 

Continuare il pellegrinaggio e raggiungere così la Zisa. Lasciar affiorare nella mente l’immagine degli antichi aranceti che un tempo attorniavano la residenza regale costruita in stile fatimide. Esplorando gli splendidi spazi interni pare allora di sentire ancora il profumo di zagare e la frescura che li pervadeva quando fuori lo scirocco padroneggiava la città.

 

E ancora, in una corte quasi nascosta, affacciata sul corso Calatafimi visitare i resti della Cuba e scoprire poi nel giardino incolto di villa Napoli la sagoma della Cubula, un capitello di gusto arabo sovrastato dalla ricorrente cupola rossa, altro piccolo gioiello del passato che resiste sullo sfondo dei caseggiati moderni. Cambiarsi d’abito e cenare infine con un cannolo fresco, preparato da un pasticcere d’altri tempi e accompagnarlo con un bicchiere di Zibibbo in una vicina enoteca, dove la scelta dei vini è inevitabilmente barocca. Concludere poi la serata assistendo per caso, al cinema teatro Golden, al concerto di Mike Stern, chitarrista newyorkese accompagnato alla batteria da uno strepitoso Steve Smiths e da Ted Kennedy al basso elettrico. Un jazz rockeggiante, ridondante e ricco, come tutto sembra essere, o diventare, in questa città.

 

 

Quest’altro giorno salire a piedi al santuario della patrona, la santuzza, sul monte Pellegrino che domina la città. Percorrere l’“acchianata”, un’antica via lastricata che sale dolcemente tra i fichi d’india e la rigogliosa vegetazione mediterranea e ammirare con una mezza preghiera sulle labbra la statua della santa rivestita d’oro, nella grotta del santuario dove il gocciolio perpetuo dell’acqua dà sollievo dopo la fatica della salita. Fuori nel sole raggiungere la punta del promontorio su un sentiero che attraversa il bosco rado e immergersi nel blu del cielo e del mare che paiono toccarsi, e quasi si confondono, all’orizzonte, e perdersi con gli occhi nel panorama del golfo di Palermo che di quassù puoi vedere per intero.

 

 

Ridiscendere in città e, prese nuove forze, visitare, per apprezzare doverosamente un esempio del barocco a Palermo, l’oratorio di Santa Cita con gli ineguagliabili stucchi bianchi del Serpotta che coprono le intere pareti, entrare poi, lungo il peregrinare, in un negozio liberty di via Maqueda con i rotoli di stoffe preziose ben allineati e suddivisi per colore e tonalità: cose d’altri tempi si diceva, da gustare come più tardi la cena ricca e abbondante, servita con garbo in una trattoria tipica, dove non provi l’imbarazzo di essere sola. Di mezzo infilarci anche uno spettacolo dell’Opera dei pupi, nel teatrino dove i Cuticchio raccontano da generazioni le avventure del prode Rinaldo e degli altri cavalieri, e ancora una volta cogliere l’arte tutta siciliana di trattare la morte, con un’enfasi che al contempo finisce per sdrammatizzarla.

 

Ancora due giorni di scoperte mi attendono in questa città. Il primo dedicato all’arte moderna nell’ex convento di Sant’Anna e trovarci una maternità di Albin Egger Lienz, con gli stessi colori caldi dei soggetti contadini colti dall’artista nei masi intorno a Bolzano. Un motivo in più per sentirsi in qualche modo a casa. E poi l’arte contemporanea a palazzo Riso, ricordare tra tutto l’installazione di Kounellis in una sala che pare scorticata e pura nella sua bellezza preservata. Tra l’eterno e la precarietà assoluta, così ci si sente a Palermo.

 

C’è ancora tempo in questo giorno per raccogliersi nel chiostro di San Giovanni degli eremiti, con le sue esili eleganti colonne, salire sul campanile della chiesa lì a fianco per vedere il complesso di epoca normanna, ancora una volta con le sue cupole rosse di compassionevole bellezza, anche dall’alto. Immergersi poi in questo pomeriggio ventoso nella vita contemporanea del vicino Ballarò ed entrare un attimo nella chiesa del Gesù coi suoi marmi policromi, segno insuperabile di una ricchezza che dispregia la morte.

 

 

Assistere alle prove di un laboratorio di teatro gestito dallo Stabile di Palermo al Nuovo Montevergini, altra chiesa sconsacrata, di cui si intravede la ricchezza, dietro le strutture metalliche del palco e di una platea provvisoria, teatro nel teatro vien da pensare.

 

 

Cenare in un locale storico con le foto dei personaggi famosi che l’hanno frequentato alle pareti. Scambiare qualche frase in una lingua straniera con due casuali vicini di tavolo che vengono dal nord Europa e sono in Sicilia per partecipare a dei tornei negli esclusivi campi da golf dell’isola, raccontano. Nel piatto invece buone cose dal sapore mai semplice e antico, come il vino rosso robusto, e portarsi a casa il cartoccio con l’ultimo involtino, da consumare domani quando tornerà la fame.

 

Domani è già oggi e io mi reco finalmente all’Orto botanico, barocco anch’esso per l’infinita varietà di piante che vi sono conservate e catalogate con cura nordica, si direbbe. E poi la visita a palazzo Mirto, accompagnata questa volta da Tanino di Palermo, preziosissima compagnia oggi che altrimenti la solitudine mi peserebbe insopportabilmente. Pranzo in famiglia nella bella casa di Tanino e Silvana a Mondello e cedere facilmente alla tentazione di un dolce, che in Sicilia sono un’arte oltreché una delizia, prima e dopo il pasto nella pasticceria Galatea sotto casa.

 

 

Riprendere il peregrinare per l’ultima volta la sera, quasi notte, a Vucciria mangiare pesce fresco, preparato al momento per strada e cedere infine al sonno perché domani si parte.

Col treno l’indomani ripercorrere l’Italia fino all’estremo nord, e incontrare persone nel primo tratto che fiancheggia sempre il mare, perché poi da Roma si dormirà nel vagone cuccette. Ascoltare le storie e l’inesauribile litania di proverbi di Tindaro, da ricordare poi come un balsamo nei giorni a venire. Tindaro il macchinista siciliano, col nome che suona un po’ arabo alla gente del settentrione, che ha lavorato tanti anni a Milano e, tornato a vivere sull’Isola dopo la pensione, va ora a trovare regolarmente la figlia sposata a Napoli. Sempre col treno, adesso come passeggero però. Lo accompagna suo figlio, ora adulto, un ragazzo riservato con gli occhi grandi ancora di bimbo, gli stessi di quando Tindaro lo faceva salire con sé sulla locomotiva e il mondo intero era tutto una meraviglia.

 

E pensare a quanti Tindari ci sono in Italia, persone per bene, ricche di una sapienza antica, come lo stesso paesaggio che resiste agli scempi della speculazione e che si vede scorrere ininterrottamente dal finestrino, nelle tante ore di viaggio da Palermo verso casa.

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