Putin in parata

Si avvicina una data fatidica per la storia dei russi e dei popoli che hanno fatto parte dell’ex Unione Sovietica, o che hanno gravitato nella sua area di influenza, e che oggi, in forme diverse, patiscono o fruiscono per il suo crollo: il 9 maggio 2015, settantesimo anniversario della vittoria in quella che i russi hanno sempre chiamato Grande guerra patriottica e non Seconda guerra mondiale, per sottolineare, fin dal primo giorno di belligeranza, la natura difensiva ed eroica della loro entrata nel conflitto. Costretti a proteggersi dall’invasione nazista, dal bieco tradimento di un patto di reciproca non aggressione stipulato nel 1939, pur con scopi non del tutto immacolati, tra i ministri degli esteri tedesco e sovietico, Ribbentrop e Molotov. Attraverso un’analisi dei filmati delle parate più significative della vittoria tenute tra il 1945 e il 2014 cercherò di preparare il terreno alla possibilità di interpretazione che la manifestazione del 9 maggio di quest’anno proporrà al mondo, in un momento particolarmente delicato della gestione putiniana del potere, per i rapporti interni all’ex impero sovietico e internazionali.

 

Il 17 luglio 1944 aveva visto le vie di Mosca colmarsi di 60.000 prigionieri tedeschi, costretti a sfilare sotto scorta armata e sotto gli occhi dei cittadini per subire apertamente, secondo le intenzioni del potere, l’ignominia della sconfitta ed essere esposti al pubblico ludibrio mentre venivano trasferiti dall’ippodromo moscovita in cui erano stati concentrati ai treni che li avrebbero condotti in diversi campi di prigionia. Quel triste corteo fu ribattezzato “la marcia dei vinti” o anche “il grande valzer”. Gli uomini russi erano ancora al fronte e il pubblico che assistette alla disonorevole parata fu quasi esclusivamente costituito da donne, anziani e bambini. I testimoni, oltre che le immagini del filmato pur ufficiale che documentò l’evento, hanno confermato che le reazioni dei presenti furono più di scoramento vissuto in agghiacciante silenzio che non di accanimento o ostilità nei confronti degli ex nemici, se non addirittura di solidarietà da parte delle donne anziane, che ravvisavano nei giovani germanici i propri figli sperduti o caduti chissà dove. Di ben altro tenore fu la relazione sottoscritta da Lavrentij Berja, in cui si diede gran spazio alle umiliazioni e agli insulti di cui i tedeschi sarebbero stati fatti oggetto. Il commento sonoro ai nove minuti di filmato insiste retoricamente sulla superiorità dell’Armata Rossa e sul disprezzo da riservare ai rappresentanti dell’esercito nazista, ma le immagini che scorrono male si sposano con il magniloquente lessico di quella esposizione. Anche le scene finali che attestano come le strade di Mosca furono prontamente lavate dalle apposite macchine spargi acqua dopo il corteo non raccontano tutta la verità. Teoricamente, come lo speaker dichiara, per lavare anche in chiave metaforica il territorio della capitale dal passaggio nemico. In pratica si dovette rimediare agli esiti devastanti che due giorni di rancio a kaša e lardo avevano avuto sugli stomaci e sugli intestini dei prigionieri, rimpinzati a forza perché trovassero le forze per camminare dopo mesi di quasi digiuno.

 

L’8 maggio 1945 il facente funzione di supremo comandante in capo dell’Unione Sovietica, maresciallo Georgij Žukov, ricevette a Karlshorst (Berlino) la capitolazione incondizionata da parte della Wehrmacht e sottoscrisse, assieme al Feldmaresciallo tedesco Wilhelm Keitel e al maresciallo Arthur Tedder dell’aviazione britannica, l’atto ufficiale. Il documento venne inviato in aereo a Mosca dove tutti si preparavano a celebrare la conquista e la fine della guerra. La voce di basso del giovane annunciatore radiofonico Jurij Levitan comunicò all'intero Paese la grandiosa notizia:

 

Lo speaker di Radio Mosca, Jurij Levitan

 

Un decreto del soviet supremo di quello stesso giorno, pubblicato sulle “Vedomosti Verchovnogo Soveta” (Gazzetta del Soviet Supremo) a firma di Stalin, istituì per il 9 maggio la festa della vittoria e stabilì che la giornata diventasse festiva. Il 22 giugno dello stesso anno Stalin sottoscrisse un ulteriore decreto in cui dispose le regole per lo svolgimento della sfilata celebrativa e demandò ancora una volta al suo sostituto-rappresentante Maresciallo Žukov il compito di prinimat’ parad (passare in rassegna le truppe) ricevendone l’incarico dalle mani del comandante della stessa, il generale Konstantin Rokossovskij.

 

Le prove per la manifestazione erano durate un mese e mezzo. Soldati abituati a strisciare e muoversi in condizioni di pericolo e disagio dovettero imparare a sfilare in pompa magna rispettando la scansione di 120 passi al minuto. Sulla piazza Rossa furono tracciate strisce guida, addirittura tese cordicelle per aiutare i militari a sincronizzare la propria marcia. Sui loro stivali si spalmò una lacca speciale che li facesse brillare all’inverosimile, anche se la pioggia, a momenti scrosciante nel giorno fatidico, avrebbe rovinato l’effetto costringendo addirittura gli aviatori a rinunciare a levarsi in volo. Il 24 giugno il maresciallo Žukov, attraversata la piazza su un cavallo bianco tra le rituali esplosioni di “urrà” dei drappelli, raggiunse le autorità e pronunciò il suo discorso celebrativo. Quarantamila soldati, in rappresentanza delle varie armi e dei fronti che combatterono in diverse postazioni, procedettero in file compatte e perfettamente assestate, con le teste di tutti i partecipanti voltate verso destra per rendere omaggio all’autorità del Mausoleo e di chi vi si trovava schierato, tranne quelle dei soldati della fila più esterna, responsabili per tutta la pattuglia dell’orientamento e del mantenimento della giusta direzione di marcia. Tutto per e sotto gli occhi di Stalin, come sempre immobile e arroccato sulla tribuna del mausoleo di Lenin, silenzioso e serio, quasi distratto. Il suo sguardo non tradiva emozione di sorta, distaccato dal contesto, come se assistesse a un omaggio dovuto ma al contempo non prendesse realmente parte a quanto succedeva attorno a lui. Per l’occasione sulla piazza Rossa, attorno al cippo detto lobnoe mesto, postazione da cui anticamente venivano letti gli editti, fu eretta una fontana, i cui zampilli avrebbero sprizzato acqua per pochi giorni soltanto: la fontana venne presto smantellata. Seguì la ben nota deposizione di duecento vessilli nazisti ai piedi di Lenin sui gradoni del sepolcro, portati da soldati con le mani guantate per sottolineare il disgusto nei confronti di quelle insegne. La cronaca racconta che le bandiere nazionalsocialiste furono gettate su una piattaforma di legno, affinché il sacro suolo della piazza Rossa non venisse contaminato neppure da un fugace contatto. Il filmato riporta invece il lancio dei vessilli direttamente sull’asfalto e in maniera alquanto sommaria, uno dopo l’altro e non in blocchi compatti come la regolarità della marcia avrebbe lasciato prevedere. Testimonianza del fatto che le riprese vennero effettuate in un secondo tempo, vista l’improbabile possibilità per l’operatore di posizionarsi ai piedi del mausoleo durante la solenne parata. L’atto finale della manifestazione fu la sfilata dei mezzi motorizzati, dell’artiglieria, dei carri armati, finché l’immensa piazza restò vuota.

 

Tocco di scanzonata e non formale allegria fu costituito dal concerto all’aperto, tenuto dall’orchestra jazz del pioniere sovietico di quel genere musicale Leonid Utësov, sulla piazza Sverdlov, di fronte al Teatro Bol’šoj, in cui risuonò, in diretta dalle esibizioni tenute al fronte per i soldati, anche Doroga na Berlin (La strada per Berlino), spensierata e ottimistica interpretazione del lungo e tormentato percorso che l’Armata Rossa aveva dovuto compiere per conquistare la capitale tedesca.

 

 

Perché tanto altruismo, tanta modestia da parte di Stalin quel giorno? Nulla di tutto questo, si intende. A dominare furono, ancora una volta, le sue fobie, la sua paura di presentarsi in pubblico, di ricoprire in prima persona funzioni ufficiali. A cui si aggiunsero, in quella circostanza, le tensioni per una guerra vinta ma disastrosamente gestita, i milioni di vittime, lo stato catastrofico in cui si era venuto a trovare il paese al termine del conflitto. Era stato proposto al Generalissimo di coordinare la parata in prima persona: rifiutò sostenendo di non saper cavalcare. Gli fu offerta l’occasione di sfruttare il carro armato IS –2, che portava il suo nome, di approfittare della Mercedes confiscata a Hitler, ma declinò anche queste varianti riservandosi la consueta e sicura postazione di osservatore protetto dall’autorità del mausoleo e al riparo da sguardi troppo ravvicinati o contatti indiscreti. Il dittatore insicuro stava scivolando verso la paranoia più totale. E la gestione della vittoria fu un topos di notevole portata in questo percorso. La gente, pur esultando ancora nel nome del suo leader e idolo onnipotente, aveva festeggiato combinando inconsapevolmente la gioia per la fine della guerra con il giubilo per la vittoria intesa dal punto di vista che il discorso suggeriva.

 

Una sorta di piccola rivincita Stalin se la concesse il 12 agosto dello stesso anno, quando sulla piazza Rossa sfilarono atleti delle varie associazioni sportive, delle fabbriche, dei sindacati a segnalare il ritorno alla normalità dopo gli anni bui della guerra. Al cospetto delle autorità sovietiche e internazionali, compreso il Comandante supremo delle forze alleate in Europa, il Generale Dwight D. Eisenhower. Stalin in questa occasione apparve più disteso, partecipe, attento, nella sua divisa bianca da Grande Ufficiale. Figurazioni coreografiche, sfoggi di abilità acrobatica, danze, evoluzioni, armonia, fisicità potente e assoluta, simmetrie e coordinamenti perfetti. Tutto in quello stile decorativo-ornamentale che gli anni Trenta avevano visto nascere e consolidarsi, che oggi a ogni costo doveva essere ribadito, ma che, nonostante gli sforzi e la volontà del discorso ufficiale, non avrebbe riattecchito. Il peso dei morti, i disagi subiti, le vessazioni inenarrabili avrebbero presto iniziato a fare capolino tra le ombre gigantesche proiettate dal padre dei popoli.

 

Il 1945 vide un’altra parata celebrativa per la vittoria degna di essere ricordata. Il 7 settembre a Berlino si svolse una manifestazione di cui, in URSS in particolare, non si sarebbe parlato per molti anni. Il Maresciallo Žukov fu ancora una volta protagonista assieme ai colleghi delle altre potenze d’occupazione: USA, Inghilterra e Francia. Il filmato è grezzo, senza sonoro e non fu mai montato né organizzato, ma testimonia di una sfilata organizzata al Tiergarten nel settore britannico, su quella che all’epoca si chiamava Charlottenburger Chaussee (oggi Straße des 17 Juni), tra la Porta di Brandeburgo e la Colonna della Vittoria. Formale e semplice in ogni sua componente, dalle decorazioni alle divise dei soldati. Particolare significativo, anche sul fronte strategico-diplomatico, fu che dall’Unione Sovietica furono inviati per l’occasione carri armati nuovi di zecca, non solo a scopo decorativo ma anche come monito che segnalasse la facilità con cui mezzi militari sovietici potevano raggiungere la capitale tedesca, nel caso Churchill e Compagni si fossero messi in testa idee strane.

 

Negli anni successivi al 1945 le titubanze di Stalin sarebbero esplose e avrebbero portato a una serie di gesti eclatanti. Già nel 1946 lo stesso maresciallo Žukov cadde in disgrazia. L’accusa ufficiale si riferì alla presunta appropriazione indebita di trofei di guerra, ma Stalin rincarò la dose insinuando che si fosse attribuito meriti per operazioni belliche in cui non aveva avuto parte alcuna. L’assenza di Stalin a Berlino nel 1945, ricordiamo che Žukov aveva firmato l’atto di capitolazione da parte tedesca in veste di facente funzione del supremo comandante in capo, bruciava più che mai nelle pagine di storia e Stalin nel 1949 ricorse ai ripari affidando al regista Michail Čiaureli il compito di girare un film sulla caduta di Berlino (La caduta di Berlino) che mettesse a posto le cose, trasportando idealmente il leader sul luogo del trionfo sovietico e facendo ammenda alle colpe della realtà. Nel breve discorso che lo Stalin cinematografico pronuncia all’atterraggio nella capitale tedesca conquistata, c’è anche un fugace accenno al ricordo delle vittime, unica concessione alla componente più tragica della realtà bellica quasi totalmente ignorata dal discorso ufficiale. Il 26 dicembre 1947, sempre sulle “Vedomosti” del soviet supremo, fu pubblicato un decreto che annullava la festività del 9 maggio, facendola tornare giornata lavorativa e che aboliva, a partire dall’anno successivo, parate e celebrazioni. La versione ufficiale recitava “fu ordinato di dimenticare la guerra, di investire ogni forza nella ricostruzione di quanto questa aveva distrutto e nel riassetto dell’agricoltura”. Scarsamente verosimile visto che il discorso propagandistico mai ammise una crisi economico-agricola e che i lavori di ricostruzione assunsero immediatamente il vecchio tono celebrativo-enfatico che la guerra aveva fatto sospendere rispetto alla situazione dei tardi anni Trenta. Fu addirittura inaugurata una nuova campagna di assoluta virtualità paradossalmente impostata, in un paese che moriva di fame, sul mitologema dell’izobilie (abbondanza). Ancora una volta emergevano il malcelato imbarazzo di Stalin, la sua vulnerabilità, la sua inadeguatezza. Noti sono gli eventi relativi al “caso leningradese”, al sedicente complotto dei medici ebraici, alla recrudescenza nazionalistica che, scagliandosi contro il cosiddetto cosmopolitismo, avrebbe portato a una nuova fase di epurazioni, interne ed esterne al Cremlino.

 

Fu proprio nel 1965 ormai brežneviano, a furori chruščëviani spenti e accantonati, che sulle “Vedomosti” del 28 aprile, il 9 maggio tornò a essere proclamato giornata festiva, le parate commemorative ripresero, i veterani sopravvissuti furono ripescati ed esibiti, i fuochi d’artificio tornarono a illuminare la notte di maggio. Nel 1967 a Volgograd, la vecchia Stalingrado, si inaugurò il monumentale complesso del Mamaev Kurgan a commemorare la storica e decisiva battaglia di Stalingrado del 1942-43.

 

Il Mamaev Kurgan a Volgograd (ex Stalingrado)

 

Gli anni del cosiddetto disgelo chruščëviano videro, tra i molti significativi ma anche contraddittori interventi relativi alla politica culturale e sociale anche nuovi film dedicati agli anni di guerra che avrebbero riportato l’attenzione sulle componenti umane, più che retorico-patriottiche, di quegli eventi: Letjat žuravli (M. Kalatozov, Quando volano le cicogne), 1957,

Ballada o soldate (G. Čuchraj, La ballata di un soldato, 1959), Sud’ba čeloveka (S. Bondarčuk, Il destino di un uomo, 1959) e Ivanovo detstvo (A. Tarkovskij, L’infanzia di Ivan, 1962). Lontani dalle mistificazioni delle riscritture storiche imposte da Stalin e vicini allo spirito popolare, a ciò che la gente davvero sentiva. L’individualità dei singoli protagonisti tornava in primo piano, anche se costante era il suo dialogo con il coro della collettività in cui era inserita. Si stava preparando il ritorno a una rivisitazione del discorso sulla guerra che la defenestrazione di Nikita Chruščëv del 1964 non fermò. Il filmato, e il relativo commento alla parata moscovita del 1965, si aprì con l’accento e l’inquadratura sullo storico vessillo della vittoria (znamja pobedy), quello che aveva sventolato sul Reichstag di Berlino, per la prima volta riesibito sulla piazza Rossa, senza che alcuna ulteriore chiosa da parte dello speaker sottolineasse il lungo intervallo intercorso dalla precedente manifestazione.

 

La storia di quella bandiera, ricavata da una tovaglia rossa vista l’impossibilità di trovare nella Berlino devastata un autentico gonfalone sovietico, e soprattutto della memorabile fotografia che ne immortalò lo sventolio sul Reichstag conquistato, merita una breve digressione. Il fotografo di guerra Evgenij Chaldej la scattò dopo avere costruito la scena, a battaglia ovviamente terminata. Negli anni successivi la fotografia dovette essere ritoccata visto che ai polsi di uno dei soldati immortalati erano vistosamente riconoscibili due orologi, traccia delle poco onorevoli razzie compiute dall’Armata Rossa durante la marcia verso Berlino.

 

E. Chaldej, Bandiera rossa sul Reichstag di Berlino, 1945.

 

Il protocollo fu un esatto calco della sfilata del 1945. Due automobili scoperte, in luogo dei cavalli di vent’anni prima, con due personaggi di alto grado, rispettivamente a prinimat’ parad (passare in rassegna le truppe) e komandavat’ paradom (presiedere la parata), uscirono dalla torre Spasskaja del Cremlino e compirono evoluzioni sulla piazza, fermandosi a porgere ai drappelli schierati in formazioni impeccabili le felicitazioni per il glorioso anniversario. I soldati rispondevano con il classico e tonante triplice urrà, mentre, su modello staliniano le autorità politiche, Brežnev compreso, restavano in impettita immobilità schierati sulla tribuna del mausoleo di Lenin. Questi, da parte sua, fronteggiava come di solito i propri eredi da una gigantografia installata sulla facciata dei grandi magazzini GUM, sul lato opposto dell’immensa piazza. Senza più essere affiancato dal compagno Stalin, caduto in disgrazia e rimosso dalla storia dopo la celebre denuncia di Chruščëv del 1956.

 

Come venti anni prima, il responsabile della rassegna delle truppe, questa volta il Ministro della Difesa dell’URSS Maresciallo Malinovskij, scese dall’automobile e salì i gradini che portavano alla tribuna da dove pronunciò il discorso commemorativo, dedicandone l’apertura al ricordo degli eroi caduti per la libertà. A seguire, l’immancabile sfilata di macchine da guerra, di tecnologia bellica, di soldati schierati e spettatori, i pochi ammessi sulla piazza Rossa, in festa. Le macchine da presa inquadrarono generosamente i parecchi veterani presenti, ancora relativamente giovani, carichi di medaglie al valore, accompagnati da numerosi nipotini, impegnati in abbracci commossi, canti, danze e rievocazioni con i commilitoni ritrovati a Mosca per l’occasione. Un film del 1971 avrebbe ripreso il tema dell’incontro tra commilitoni dopo la guerra in chiave non eroica, tanto priva di ampollosità quanto ricca di profonda e sincera umanità: Belorusskij vokzal (La stazione di Bielorussia). Il canto finale della canzone del loro battaglioni, eseguita nello spazio culturale più autentico di quegli anni sovietici, la cucina di un appartamento, da parte di quattro “veterani” che si erano ritrovati per il funerali di uno di loro, ripropone con delicatezza e franchezza il problema di come raccontare a chi non c’era quella guerra, quei sacrifici. La figlia adolescente della donna nella cui casa si sono ritrovati pare non capire cosa stiano provando e combinando la madre e i suoi amici. Loro cantano e piangono. In quelle lacrime schiette e non di circostanza sta la consapevolezza di avere combattuto e vinto per una causa giusta, stanno i dubbi di un’intera epoca, dubbi sul leader massimo, sulla gestione di quella guerra, sull’amor patrio, sui caduti, sui superstiti. Le parole e la musica di Bulat Okudžava, uno dei più grandi cantautori dell’era sovietica, avrebbero fornito il testo più adatto a queste circostanze.

 

Riflussi di stalinismo e realismo socialista si sarebbero diffusi per il paese e avrebbero fatto etichettare quel periodo come “stagnazione”. Nel 1975, per il trentennale della vittoria, si sarebbe composta anche una canzone per esaltare l’anniversario. Il testo del componimento avrebbe dichiarato che si tratta di una festa “s sedinoju na viskach” (con il grigio sulle tempie) a cui “my približalis’ kak mogli” (ci siamo avvicinati come abbiamo potuto), come a ricordare che trenta anni erano già passati da quel fatidico giorno. L’interprete che, più dei pur moltissimi altri, resta legato a questa canzone fu il capo fila dei cantanti sovietici allineati e schierati a fianco del regime, quello stesso Iosif Kobzon che oggi è deputato della Duma, altrettanto schierato a fianco dell’attuale regime, e che ha recentemente proposto, in un acceso impeto nazionalistico, di limitare e controllare l’uscita dal paese di quei russi che “all’estero sono accolti a braccia aperte, bevono whisky e sparlano della propria patria”. Qui una sua retorica e roboante interpretazione riproposta nel 2009 proprio al concerto commemorativo del 9 maggio.

 

Analoga a quella di dieci anni prima fu la dimostrazione del 1975, con i veterani meno numerosi e più anziani, i nipoti cresciuti, Brežnev ancora al posto di comando ma senza l’esibizione militarizzata di forze e mezzi.

 

L’unico particolare che segnò la differenza tra la manifestazione del 1985 e le precedenti fu la disinvolta presenza di Gorbačëv, sciolto e sorridente, che precedeva il Comitato Centrale, ancora rigido e tetro, verso la tribuna del Mausoleo di Lenin. Pareva che, per la prima volta dopo decenni, un Segretario Generale del partito vedesse realmente le persone a cui rivolgeva sorrisi e gesti di saluto con il cappello, invece di avere uno sguardo spento convenzionalmente puntato nel vuoto.

 

Analogo atteggiamento tenne Boris El’cin nel 1995, pacioso e a capo scoperto, nel cinquantesimo anniversario della vittoria, nonché primo a essere stato ricelebrato in una Russia non più sovietica, ancora posizionato sui gradoni d’onore del Mausoleo di Lenin. Classica postazione non ancora caduta in disuso e mantenuta forse per amore di tradizione o mancanza di volontà decostruttiviste e desacralizzanti. La manifestazione sulla piazza Rossa si concluse con la banda che suonava una delle marce più popolari del repertorio russo, sovietico e post-sovietico, Proščanie Slavjanki (L’addio della slava), composizione risalente al 1912 che da quell’anno restò inossidabile a segnare ogni partenza per la guerra o separazione destinata a durare a lungo. Una delle citazioni cinematografiche di maggior pregnanza che la riguarda è tratta dal già citato film del 1957, Quando volano le cicogne, in cui funge da efficace colonna sonora alla scena della partenza dei giovani per il fronte. La parata vera e propria però si tenne, e funse da solenne inaugurazione, al neonato parco della vittoria sulla Poklonnaja Gora (Collina degli inchini), luogo sopraelevato in cui, anticamente, chi lasciava la città si congedava da lei con un inchino. Dal 1957 una targa testimoniava l’impegno a edificare su quel territorio un parco memoriale dedicato ai caduti e alla vittoria. La Mosca del 1995 di El’cin e del sindaco palazzinaro Lužkov vide anche quella realizzazione tra le molte altre discutibili per stile, gusto e significato. E, per l’occasione, si risfoderarono armamenti e mezzi corazzati in grande abbondanza.

 

Il parco memoriale moscovita Poklonnaja Gora

 

Sarebbe stato soltanto in occasione del sessantesimo anniversario, il 9 maggio 2005, in una Mosca ormai ufficialmente uscita dal cosiddetto “periodo di transizione” tra la fine dalla dittatura e la ritrovata nuova democrazia, che la morfologia della manifestazione avrebbe radicalmente cambiato i propri riti. La ripresa televisiva aprì con panoramiche delle tribune gremite all’inverosimile di ospiti nazionali e internazionali e installate sulla piazza Rossa a ridosso del Mausoleo di Lenin, ormai esautorato della sua aura sacrale e politica ma pur sempre, malgrado la volontà di molti, centrale nella sua postazione strategica. I posti d’onore furono installati ai piedi del monumento costruttivista che tutt’ora ospita la salma del leader comunista, mentre le sue tribune rimasero neglette. Capi di stato e di governo già avevano preso posto alle dovute posizioni quando, al fatidico e pluridecennale rintocco del carillon all’orologio del Cremlino, dal fondo della piazza comparvero non già automobili solenni recanti a bordo illustri personalità ma l’ancora grande assente dalla tribuna centrale: il Presidente Putin in persona, a fianco della moglie, procedenti a piedi con studiata lentezza e solo apparente basso profilo, verso la postazione centrale dove erano attesi. Un tappeto rosso marcava il tragitto piuttosto lungo, compiuto con passo regolare e atteggiamento distaccato, a segnalare la posizione di superiorità del Presidente che non si era fatto trovare sul posto ad accogliere gli invitati e i colleghi stranieri ma li aveva voluti allineati ad aspettarlo, inaugurando una strategia di esibizione e attesa che si sarebbe ripetuta negli anni successivi anche in occasione dei suoi insediamenti presidenziali.

 

Lo spettacolo offerto dalla parata fu una solenne e strategica messa in scena di nostalgia sovietica. Dalla colonna sonora che ripropose tutte le canzoni legate agli anni della guerra alle uniformi e alle bandiere, per l’occasione rimosse dalle teche dei musei dove erano state conservate, e fatte indossare ai militari per sfilare in pompa magna. I sempre più scarsi e più anziani veterani furono vestiti con uniformi nuove e caricati su furgoni aperti a percorrere la piazza Rossa sventolando macchinalmente mazzetti di garofani. Svariate postazioni di telecamere ripresero la corsa dei camioncini da punti di osservazione diversi per moltiplicarne la presenza e, secondo una strategia non certo unica né nuova, riprodurne il pathos a oltranza. Nell’insieme, una ricostruzione alquanto patetica, più degna di un parco a tema, di un diorama commemorativo che facesse leva su emozioni facili e scontate che non di una giornata dedicata istituzionalmente alla memoria. Forse esattamente ciò che il grande pubblico si aspettava: un omaggio alla potenza del vecchio impero, un riconoscimento a coloro che, dal crollo del regime socialista, erano stati umiliati e offesi, accantonati, dimenticati. L’attento occhio di Putin aveva colto malumore e acredine dilaganti. Ed ecco una specie di operetta su tema militare, uno sventolio di rossi cromatisi da tempo dimenticati, un tornare alla ribalta, seppure per poche ore sulla ribalta del grande palcoscenico, ma “urbi et orbi”, di vecchi slogan, antiche melodie, figurazioni sorpassate ma care al cuore e alla memoria dei più. La resurrezione temporanea e non traumatica, in quanto privata dei suoi aspetti critici e temibili, della potenza militare che aveva inorgoglito milioni di cittadini e fatto tremare milioni di nemici. Come in una rivista teatrale in scena sul palcoscenico più prestigioso del Paese, con musica, coreografie, emozioni. Queste ultime soprattutto. Accuratamente valutate, dosate e prescritte, secondo una modalità che le televisioni di mezzo mondo, pur non apertamente politicizzate, ben conoscono e applicano con successo. Tante di quelle che Milan Kundera, nel suo L'insostenibile leggerezza dell’essere, quando tratta del kitsch totalitario, stigmatizza come “seconde lacrime”: provocate non tanto da un’autentica commozione ma piuttosto dal compiacimento per l’essersi commossi e per aver condiviso l’esperienza emotiva con tanti altri egualmente coinvolti. Non molto diverso dai tempi delle colossali parate naziste, staliniane o fasciste o, senza efferate implicazioni politiche o dittatoriali, da certe serate televisive dei nostri giorni. Alla base di tutto, ovviamente, l’assoluta mancanza di distanza, di sguardo critico o indagante. Mitologia al posto della storia, come sempre più spesso succede, e non soltanto in Russia. In parallelo alla manifestazione ufficiale se ne svolsero parecchie spontanee, in diverse città del Paese, contrastanti con le posizioni del governo, impostate sostanzialmente sulla nostalgia staliniana e inneggianti al leader scomparso: “Veterany za Stalina” (I veterani per Stalin).

 

Da sinistra: Veterani per Stalin; “9 maggio. Vittoria. Meno male che i morti non vedono quello che hanno fatto del mio paese”

 

Di sobrietà quasi assoluta, specchio anche dei mutamenti sociali e politici succedutisi nei quasi dieci anni intercorsi, è stata la parata del 2014. Un cielo terso e un sole limpido illuminavano una piazza Rossa su cui la scomoda mole del Mausoleo di Lenin era stata avviluppata e nascosta con pannelli che riproducevano scene di fuochi d’artificio e ostentavano la fatidica data: 9 maggio 2014. Ingenuo e un po’ sprovveduto artificio che, se vogliamo leggere con gli occhi dei teorici della non-monumentalità, cioè di quelle operazioni impostate non sull’evidenziazione ostentata del scultura commemorativa, ma sulla sua apparente o voluta dissimulazione (pensiamo a uno dei casi più macroscopicamente noti, le impacchettature di Christo), tesa a renderlo più “visibile” che mai, anche agli occhi di chi avesse lo sguardo offuscato dalla consuetudine o dall’indifferenza. La voce stentorea dello speaker radio-televisivo, ispirata sia nel timbro che nell’intonazione a quella mitica dell’annunciatore di tutti gli eventi che avevano fatto la storia dell’Unione Sovietica Jurij Levitan, diede inizio al collegamento pochi secondi prima che l’orologio del Cremlino battesse il suo carillon e poi le dieci. Putin, accanto a Medvedev, questa volta si limitò a un red carpet ridotto e abbreviato, stringendo mani sulla tribuna a ospiti e veterani, lasciando il primo piano, e la lenta traversata della piazza in tutta la sua lunghezza al drappello d’onore che portava la bandiera della Federazione Russa e l’ormai leggendario vessillo della vittoria, mentre la banda scandiva le solenni note di Svjaščennja vojna (Sacra guerra), canzone del 1941 assurta a inno della guerra: “Levati, Paese immenso, levati per una lotta mortale”! Poche e altrettanto sobrie le gigantografie che riproducevano il manifesto della severa e corrucciata Madre Patria che chiama a raccolta i suoi figli e alcune delle più prestigiose onorificenze per gli eroi militari.

 

Il consueto rito e le usuali battute del passaggio in rassegna delle truppe, dello scambio di felicitazioni tra autorità e drappelli di soldati, con l’assoluta e perfetta sincronia delle giravolte delle due automobili tra gli schieramenti, sempre targate rispettivamente Mosca 001 e Mosca 002, avrebbero lasciato spazio al messaggio di saluto del Presidente Putin. La sfilata avrebbe compreso truppe di ogni arma, veicoli militari, razzi, per concludersi, tra le note intonate dalla banda e ispirate alle canzoni di massa sovietiche, con i mezzi dell’aviazione che avrebbero offerto ai telespettatori spettacolari panorami di una splendida Mosca soleggiata vista dall’alto.

 

L’appuntamento del 9 maggio 2015 è stato annunciato come il più sensazionale della storia. Le prove per la parata impegneranno giornate e nottate intere, uomini e mezzi militari, da quelli storici ai più sofisticati contemporanei. Ai veterani e ai loro accompagnatori in visita nella capitale è stata concessa la libera circolazione su tutti i mezzi di trasporto dal 3 al 12 maggio. Il Presidente Putin e il Primo Ministro Medvedev, subito dopo la parata, partiranno per la Crimea, meta significativa e delicata viste le polemiche che l’annessione di quel territorio ha suscitato nei mesi passati. Alcune delegazioni straniere hanno già annunciato la propria assenza ai festeggiamenti. Ci ritroveremo su questa pagine per commentare le immagini che arriveranno da Mosca in quel giorno di festa.

Iraklij Toidze, La Madre Patria chiama!, 1941.

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