Perchè Podemos

Un giorno a metà febbraio 1982, sicuramente di sabato o di domenica, siamo andati con amici a visitare, la fiera d’arte contemporanea ARCO di Madrid, poi consolidatasi e cresciuta sino ai nostri giorni. Promossa da Juana de Aizpuru, una gallerista molto innovativa, ARCO nasceva come la prima uscita dell’arte spagnola sul piano internazionale, in chiara lotta contro il localismo. A solo sette anni dalla morte di Franco, sentire la parola ‘internazionale’ suscitava in noi forti aspettative. In effetti, in quei giorni, e in parallelo alla fiera, sono venuti per discutere sulla “rottura del dopoguerra spagnolo” diversi critici, galleristi e artisti stranieri: tra gli altri, Giulio Carlo Argan, Achille Bonito Oliva, Lucio Amelio, Rudi Fuchs, direttore quell’anno di Documenta di Kassel, Marcelin Pleynet, che da vent’anni si occupava di Tel Quel, e il catalano esiliato e appena ritornato Alexandre Cilici Pellicer. Un importante salto culturale, che va valutato insieme all’entusiasmo provato alla vigilia delle elezioni generali che avrebbero portato la sinistra al governo dopo più di quarant’anni. Sentivamo l’arrivo di un cambiamento, e quella illusione ci portò all’ultimo comizio di Felipe González prima delle elezioni, la sera tardi, in un grande piazzale dell’Universidad Complutense, vicino alla facoltà di Medicina: comunisti, moderati del centrosinistra, la consistente presenza dei neonati socialisti che fino a quel momento non erano stati tanto presenti nella clandestinità, democristiani, socialisti del partito dell’amato sindaco della movida di Madrid, Tierno Galván, quella minoranza di repubblicani che non erano scomparsi cancellati dall’ondata di ‘monarchismo’, che era nata dalla notte al mattino con lo spirito della Transición.

 

Illusione. Perché oggi Podemos? Poco prima delle ultime elezioni europee si poteva vedere nei talk show politici in televisione un giovane molto educato che parlava in modo intelligente e rispettoso malgrado i modi a volte non tanto sereni dei suoi interlocutori. Discuteva portando argomenti e non slogan o provocazioni, si preparava benissimo gli interventi, era munito di dati, cifre e informazioni in quanto professore universitario di Scienze Politiche. Il suo nome, Pablo Iglesias, rimandava esattamente a quello del fondatore del Partito Socialista spagnolo. Da una prospettiva vincolata alle posizioni del 15 M, e in quanto portavoce di un movimento politico chiamato Podemos, mostrava e difendeva le posizioni degli indignados senza gridare, senza accavalcarsi sulla voce di un altro, senza insultare, da vero gentiluomo. Ascoltarlo era affascinante. Chi non frequentasse un canale chiamato Tele K (per il suo vincolo con Vallecas, il quartiere popolare dove è nato un certo tipo di rock e una cultura alternativa tanto dirompente da diffondere il suo nome come Vallekas, con la kappa), non lo conosceva. Chi non frequentasse i dibattiti politici di La Sexta, il canale preferito dalla gente di sinistra, non lo poteva conoscere; altrettanto per il talk show di alcuni network molto di destra che lo avevano tra gli invitati come antagonista delle loro posizioni.

 

Pablo Iglesias

 

Ma chi scopriva casualmente questo giovane dalla coda di cavallo e dalle camicie modestissime, rimaneva positivamente ammirato e, condividesse o no la sua ideologia di sinistra, ne provava rispetto. Iglesias parlava chiaro della corruzione, denunciava “la casta” – prendendo spunto dal libro di Rizzo e Stella – dava puntuali informazioni sulla vergogna di certi privilegi dei partiti che accettavano, con grande mancanza di trasparenza, i casi di corruzione nelle loro file senza muovere un dito per cacciare i corrotti. Inoltre, parlava dei tanti casi aperti in tribunale, a cominciare da quello del tesoriere del Partido Popular al governo, alle azioni intollerabili del Partido Socialista Obrero Español all’opposizione, alla presenza dei partiti – inclusi i comunisti di Izquierda Unida – nelle più inaccettabili decisioni delle casse di risparmio che hanno portato a un numero insostenibile di sfratti e di fallimenti tanto piccole imprese quanto privati, coinvolti in investimenti rischiossissimi proposti da banchieri senza scrupoli. E parlava anche delle tante persone arricchitesi in modo illegale, imprenditori quanto politici legati alla bolla immobiliare; dei tanti ricchi con i soldi in Svizzera; delle file alle mense solidali non più sufficienti; dei fatti indecorosi del re e della sua famiglia... il discorso di Pablo Iglesias incontrava sempre maggiori consensi perché diceva in modo chiaro e avvalendosi di puntualizzazioni rigorose quanto i cittadini esprimevano quotidiamente quando si lamentavano arrabbiati in coda al supermercato o alle fermate degli autobus.

 

Podemos è la prima persona plurale del presente indicativo del verbo “poder”, potere. Inoltre, contiene la parola “demos”, che nel simbolo è evedenziata dopo il cerchio della lettera “o”. Si tratta di un verbo, non di un sostantivo, con o senza aggettivo, come nei nomi dei partiti tradizionali; anzi, un verbo che in quanto tale invita all’azione, con un chiaro rimando allo yes, we can di Obama, al movimento, alla possibilità di partecipazione. Diversi cerchi intorno alla scritta alludono ai gruppi organizzati a livello di territorio o nei quartieri delle grandi città, seguendo le decisioni delle assemblee di piazza mosse dallo spirito del 15 M. Una scelta che tiene presente inoltre il sistema dei girotondi italiani e di Grillo ma con una grande differenza ideologica di fondo, in virtù del vincolo all’ideologia di sinistra.

 

Ci sono state delle rivendicazioni che hanno avuto esito positivo: ad esempio, il movimento contro gli sfratti guidato da Ada Colau, che pochi mesi fa ha fondato un partito per presentarsi alle elezioni municipali della capitale catalana (Guanyem Barcelona) ed è riuscito a far modificare la legge ipotecaria per rendere possibile, almeno in determinati casi, la consegna della casa come pagamento dei debiti del mutuo non soddisfatto; o la lotta contro la privatizzazione del sistema sanitario pubblico che grazie alle massiccie manifestazioni del personale medico e dei pazienti ha frenato a Madrid, in una delle più grandi vittorie cittadine, il progetto di legge che vendeva ai privati gli ospedali. La consegna in piazza è sempre stata il grido: “Sí se puede”, vale a dire, “Sì, si può”; di conseguenza, se si può malgrado le politiche dei tagli promosse dal governo del Partido Popular, se siamo riusciti a far modificare le posizioni del governo nei casi degli sfratti e degli ospedali, allora “possiamo”, Podemos.

 

 

L’organizzazione è di tipo assembleare attraverso la rete, i simpatizzanti iscritti hanno potuto votare la lista dei candidati alle europee, e hanno potuto partecipare ai dibattiti sui punti del programma. Punto forte di quest’ultimo è stata la proposta di una direttiva europea anticorruzione redatta dal più pretigioso giurista spagnolo in questa materia, colui che ha fondato nel 1995 il Tribunale Anticorruzione ai tempi di Felipe González, destituito invece appena arrivato Aznar al potere, Carlos Jiménez Villarejo, che, ottantenne, ha annunciato dal primo momento la rinuncia al seggio del Parlamento Europeo. Un’ondata di speranza si è diffusa all’interno dell’atmosfera che respirava la Spagna, sofferente di disoccupazione, di riduzione notevole del consumo, di dichiarata povertà condivisa in molte famiglie, che in un numero clamoroso sopravvivono grazie alla pensione dei nonni, di frustrazione degli immigranti che sono dovuti ritornare ai loro paesi... e questo ossigeno ha destato gli animi dei giovani, e non solo. Infatti, sono arrivate le elezioni europee e invece di un seggio, a cui aspirava come un obbiettivo praticamente impossibile, Podemos ne ha vinti cinque. Qualche mese dopo è diventato un partito politico.

 

Se si studia il profilo dei votanti delle europee, si evidenzia una notevole partecipazione di giovani che prima non votavano, ma soprattutto un voto proveniente da persone mature, ex votanti socialisti, comunisti e addirittura di centro e di centro destra. Prendendo in esame le conseguenze di questo risultato non sarebbe sbagliato associare all’irruzione di Podemos tre risultati immediati di grande importanza nell’ambito politico e sociale spagnolo: l’abdicazione del re e la precipitosa proclamazione del giovane figlio sposato a una plebea – ex giornalista conosciuta per le sue posizioni femministe e di sinistra: la chiamano infatti la regina rossa –; le dimissioni del Segretario generale dei socialisti, Pérez Rubalcaba, con il conseguente arrivo del giovane Pedro Sánchez, e la sostituzione anche del leader dei comunisti di IU da parte del giovane economista ricercatore universitario Alberto Garzón. Alla ricerca di un’aria nuova, ad esempio, la prima udienza del giovane re è stata un incontro con organizzazioni non governative che fanno lavoro sociale e solidale, con gruppi di gay e lesbiche, di disabili e con rappresentanti della popolazione migrante; Pedro Sánchez, allo stesso modo, si è fatto fotografare mentre gioca una partita di pallacanestro in sedia a rotelle con giocatori paralimpici, e Alberto Garzón, coautore di un libro sulle alternative economiche solidali per risolvere la crisi, è vicino e sempre presente ai movimenti contro gli sfratti e per l’istruzione e la sanità pubblica. I partiti di sinistra hanno fatto questo primo passo, ma questo non basta a sconfiggere la ragione per cui si stanno distruggendo, perché continuano a evitare decisioni definitive sulle denunce di corruzione e mantengono tra le loro file gli imputati.

 

Podemos, la cui leadership si è consolidata nel gruppo intorno a Pablo Iglesias, una volta organizzato in quanto partito politico e mantenendo una linea maestra che non si sottrae ai dibattiti e ai contrasti tra i vari gruppi che lo compongono, ha capito che sarebbe troppo affrettato presentarsi in quanto tale alle elezioni amministrative previste per maggio di quest’anno e si candiderà solo in alcune circoscrizioni in gruppo con altre forze politiche, come ad esempio quella formata da Ada Colau e dagli attivisti dei movimenti contro gli sfratti.La decisione di Podemos invece è di partecipare alle elezioni generali che Rajoy vuole posticipare a febbraio del 2016 perché, secondo lui, gli spagnoli abbiano tempo di rendersi conto della crescita economica che lui prevede. Per il momento il nuovo partito ha pubblicato il suo primo documento programmatico, vale a dire, la proposta economica elaborata da Vicenç Navarro e Juan Torres, due prestigiosi economisti professori universitari che, insieme al giovane Alberto Garzón, ora leader di Izquierda Unida, avevano pubblicato un libro di grande successo nei dintorni del 15 M sulle alternative economiche contro la crisi da un punto di vista democratico e solidale. Il libro è disponibile in rete dal primo momento della pubblicazione e si scarica gratuitamente per volontà degli autori. Questo libro è stato il punto di partenza della proposta economica che porterà Podemos alle elezioni generali.

 

In modo molto sintetico e semplificato, il programma è basato su una sfida etica che si concretizza in diversi punti come stimolo al credito delle famiglie e delle aziende, creazione di banche pubbliche, applicazione di una tassa sulle transazioni finanziarie in funzione del tempo delle operazioni per gravare quelle più speculative, 35 ore di lavoro settimanale, aumento del salario minimo e stabilimento di un massimo tra gli stipendi più alti e quello medio delle imprese, pensionamento a 65 anni, salario sociale per le persone in rischio di esclusione, miglioramento della gestione pubblica, creazione di un Ufficio Nazionale Antifrode Fiscale, trasparenza negli appalti, ristrutturazione del debito pubblico per renderlo sostenibile, implementazione dello sviluppo dell’uguaglianza dei generi, un grande patto contro la povertà e il rischio di esclusione sociale che è ancora una minaccia duratura. Un programma che finisce con l’invito agli esperti  e ai cittadini a partecipare, a democratizzare le decisioni nel piano economico che li coinvolgono.

 

 

Se si mettono a confronto le idee che avevano ispirato il movimento Podemos all’inizio e questo programma, si evidenzia un notevole smorzamento, proprio da partito che pensa di governare. Da una parte si mantiene un discorso trasversale su corruzione, trasparenza, sfida etica; dall’altro il programma vuole avvicinarsi al centro, proponendo soluzioni economiche che favoriscono prioritariamente le persone, ma che non soffochino lo sviluppo degli imprenditori. I giovani politologi stanno ridimensionando la società del benessere, ma la destra e i media affini si stanno concentrando nel discredito personale di ognuno dei membri del nuovo partito, mentre a livello governativo si sottovaluta la loro capacità e la mancanza di esperienza. Il Partido Socialista considera il discorso di Podemos estremamente radicale. Un altro fattore delle proposte di Podemos è legata alla questione catalana: sull’indipendentismo esprime la preferenza di voler mantenere unita la Spagna e di non appoggiare la secessione, ma difende il diritto dei catalani a decidere attraverso un referendum. Invece i socialisti preferiscono la soluzione federale, che è stata storicamente la soluzione legata al pensiero di sinistra. Per il momento tutto resta fermo, finché non saranno celebrate le elezioni anticipate bandite dal presidente regionale per il 27 settembre prossimo.

 

Le ultime inchieste e i risultati dei sondaggi attribuiscono a Podemos risultati clamorosi. Ad esempio, il sondaggio indetto dal giornale El País, che in nessun modo è sospettabile di essere un suo sostenitore, al contrario, lo dà come vincitore nelle intenzioni di voto con il 28,2 % , a confronto del 23,5 % del Partido Socialista e del 19,2 % del Partido Popular. Quanto alla provenienza di coloro che hanno intenzione di votare Podemos, questa fonte conferma che il 27%  viene dai socialisti; 16% dai comunisti; il 15% si era astenuto; l’8% era troppo giovane per poter votare; il 7% aveva votato per il Partido Popular al governo e il 6% per UpyD (Unión Progreso y Democracia), il partito che prima di Podemos aveva fatto discorsi contro la corruzione, ma anche contro i nazionalismi catalano e basco. A questi dati bisogna aggiungere che l’età della maggioranza dei votanti di Podemos nelle europee è stata di più di 35 anni, e quindi si capisce che d’ora in poi ne terrà sempre più conto nell’elaborazione del programma. Da una parte indignados, ma dall’altra moderados perché devono far capire al massimo possibile di votanti che sono in grado di portare avanti un vero cambiamento della società.

 

Sono molte le analogie con lo spirito del 1982 che ha portato la sinistra al governo dopo tanti anni, ma forse la vera forza di Podemos sarà il recupero dell’apertura verso il futuro, della speranza che in mano ai cittadini ci sia ancora qualche possibilità di cambiamento e miglioramento. Con il risultato delle elezioni in Grecia di Syriza si saprà la strada che prenderà Podemos per rispondere a chi teme che invece del presente “podemos” il verbo possa diventare solo una domanda al futuro semplice “¿podremos?”, “potremo?, ce la potremo fare?, saremo in grado?”. Questo lo dirà in effetti il futuro, ma per il momento, il ruolo di Podemos è già stato quello, importante, di riportare un gran numero di cittadini alla partecipazione e anche alle piazze. A questo proposito è stata convocata una grande manifestazione il 31 gennaio per capire su quanti appoggi possono contare e così dimostrare le loro forze. Vedremo lo sviluppo, ma per il momento si capisce che la loro forza è stata questa, in un paese dove il deterioramento sociale e culturale è stato evidente.

 

Un esempio di tale dissesto potrebbe essere osservare cosa è successo con le opere della Fundación ARCO, la fiera d’arte contemporanea. Oggi è possibile visitare la collezione nel Centro de Arte Dos de Mayo, aperto in un paese della periferia di Madrid completamente emarginato e al di fuori dei circuiti, forse per sottolineare che lo spirito che lo aveva fatto nascere è lontano dall’orizzonte della politica madrilena. Forse anche questo spiega perché Podemos.

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