Prati. Roma. Ovunque crediamo nell’imperturbabilità del passato

Sono venuto nel quartiere Prati, fra le strade monotone e fastose della Roma umbertina, perché dovevo comprare una guida turistica. È agosto inoltrato, nei giorni passati ho battuto in lungo e in largo le librerie di Roma, e a quanto pare le ultime copie della Lonely Planet Provenza e Costa Azzurra si trovano sugli scaffali della Feltrinelli di viale Giulio Cesare. Mia moglie e mio figlio sono al mare, io sono rimasto in città a lavorare. Quando loro torneranno, faremo insieme il viaggio in Provenza. Ma questo succederà solo alla fine del mese.

 

 

Parcheggio in via Famagosta davanti a un bistrot. C’è una ragazza seduta a un tavolo all’aperto che fa colazione con un cornetto e un bicchiere di latte. La strada è spopolata. In giro ci sono solo bengalesi seduti sulle soglie di sconsolanti minimarket che aspettano qualche cliente; si contendono il deserto. All’incrocio con via Otranto vedo l’insegna di un solarium: Sheherazade. C’è un discreto via vai all’ingresso. Mi chiedo a che serva andare in un solarium il 14 agosto a Roma, con una temperatura incagliata da oltre un mese sui trentanove gradi, un sole manesco e panchine quante se ne vuole per distendersi una mezz’ora e abbrustolirsi come salsicce.

 

Mi incanto a guardare la vetrinetta di un alimentari, c’è scritto: Pizza e mortadella, panini e bibite, prosciutto di montagna € 1.90 l’etto. Una cartolina che raffigura una scimmietta in costume da bagno coricata su una sdraio avvisa: Siamo chiusi per ferie! Ci rivediamo il 31 agosto. Mi soffermo su quel punto esclamativo. Non capisco perché la gente si ostini a ficcare ovunque punti esclamativi. Penso che l’enfasi sia la vera peste di questo secolo. Un uomo in canottiera esce da un portone, si ferma sul marciapiede squadrandomi da capo a piedi. Dev’essere il portiere dello stabile. Si è accorto che osservo la vetrina dell’alimentari. Mi fa: “Le serve un panino?”. “Oh no, guardavo e basta”. Socchiude un occhio come se prendesse la mira: “E che guardavi?”. Immagino quanto sarebbe divertente rispondergli: «I punti esclamativi».

 

Pizza mortadella

 

È uno dei quartieri piemontesi di Roma. Li chiamavano così perché riprendevano, per tipi e per modi, l’edilizia torinese successiva al periodo napoleonico. Fu edificato verso la fine dell’Ottocento sugli antichi prati di Castello (Castel Sant’Angelo), progettato in modo che da nessuna delle vie si possa scorgere la vicina cupola di San Pietro, a testimonianza di quanto fossero tesi in origine i rapporti tra il nuovo stato italiano e la Santa Sede. Camminare per Prati è un po’ irreale. I turisti hanno il passo morbido e spedito. A trecento metri ci sono le mura vaticane che lambiscono via Leone IV, piazza Risorgimento e via di Porta Angelica. Gli altissimi e sfarzosi palazzi umbertini proiettano un’ombra che è caratteristica del rione, è un’ombra che impone alle vie una cupa severità, come certi dipinti incorniciati in oro. Mi infilo nella Feltrinelli, ma non ci sto tanto, giusto il tempo di scovare la Lonely Planet. Compro anche un romanzo di Simenon. In genere ogni anno, ad agosto, leggo un non-Maigret. Quest’anno, con la scusa della Provenza, mi sembrava quanto mai appropriato.

 

Quando esco dalla libreria, lo sbalzo di temperatura tra dentro e fuori è paralizzante. Viale Giulio Cesare è appiattito dal sole. Punto lo sguardo in direzione di via Ottaviano, la calura trasforma lo sciame di turisti diretti al colonnato del Bernini in una sostanza molliccia e pulsatile. Per una sorta di istinto sociale, forse perché cerco un riparo dalla solitudine, mi avvio anch’io nella stessa direzione. Il marciapiede di sinistra è invaso da un brulichio di passanti, quello di destra è deserto. A spartire la strada così nettamente è il fatto che da una parte c’è l’ombra, mentre dall’altra è sole pieno. Ogni tre passi c’è qualcuno che offre servizi ai turisti. C’è una ragazza coi capelli biondo platino che mi ricorda vagamente Pris, la replicante di Blade Runner, che declama ad alta voce: “Español, english, deutsch, français…”. Un tizio la supera a passo veloce: “Se non parli romano nun te capiscono”.

 

Mi fermo in coda a un gruppo di turisti russi. Davanti a loro c’è un uomo che indossa una camicia a maniche corte dai colori sgargianti. Dai suoi modi di fare trapela un certo senso di impunità. È una guida abusiva e lo sento contrattare in italiano col capocomitiva: “Per fare il prezzo mi devi dire quanti sono”. Dopo un po’ grida ad alta voce: “Allora, chi lo vuole ‘sto caffè?”. Finge di dirigersi verso il bar sull’altro marciapiede. I russi parlottano con fare prudente, il capocomitiva spiega loro come stanno le cose: chi vuole può raggiungere la guida davanti al bar, gli altri restano dove sono. Semplice. Alla fine si convincono in cinque o sei. Attraversano la strada. La guida abusiva gli va incontro, li raduna in un capannello, raccoglie i soldi e indica il bar: “Qua però non lo fanno buono, andiamo più avanti”. Li invita a incamminarsi nella direzione che porta a San Pietro.

 

Via Ottaviano è una corte dei miracoli. Le infermità dei mendicanti, ostentate per impietosire i passanti, sono tra gli ultimi rimasugli del medioevo di Roma. Molto più della spiritualità, di cui s’è persa ogni traccia, a vantaggio di questo turismo da chincaglieria, dei mercatini tutto a un euro pullulanti di oggetti inutili e di vestiario scadente, e che tuttavia sono assaltati da crocchi di tedeschi, americani, francesi, argentini, polacchi. Tra i questuanti c’è un uomo che esibisce ustioni incurabili sulla quasi totalità del corpo, faccia compresa. Un altro, seduto sul marciapiede, tiene una gamba distesa che termina con un piede smisurato e deforme. In mezzo a questo commercio di strada quasi spariscono i negozi e le botteghe regolari. Sull’asfalto all’angolo con via Germanico ci sono dei cerchi tracciati col gesso con all’interno delle frecce che si inoltrano lungo il marciapiede. Una scritta in rosa sopra le frecce avverte il passante assetato: C’è un bar.

 

C'è un bar

 

Sbircio nelle vetrine dei negozi di souvenir. C’è qualcosa che manca, qualcosa a cui ero abituato da sempre ma che ora stento a rinvenire. Sorprendentemente, sulle stampe, sui calendari, sulle tazze, sui portachiavi, sui miniposter, sulle cartoline, l’immagine più riprodotta non è quella di papa Francesco. Nel 2005 lavoravo in una casa editrice specializzata in editoria turistica e libri d’arte. Nelle settimane che fecero seguito alla morte di Giovanni Paolo II la mole di lavoro decuplicò, furono sospesi permessi e ferie, i ragazzi del magazzino fecero gli straordinari, lo studio grafico dovette sfornare a tempo di record i prodotti con l’effigie del nuovo papa e al contempo, dal Vaticano, si susseguirono gli ordini per le ristampe del vecchio materiale col sorriso dolce di Wojtyla. Oggi, anche quello dell’editoria di viaggio – un mercato immutabile in cui la grafica appare eternamente ancorata a un immaginario estetico che rimanda al turismo degli anni Sessanta – sembra rispondere a nuove regole di frivolezza. L’espressione allegra e decisa di Bergoglio non compare ovunque, o quasi, come quella dei suoi predecessori. Ma ciò non vuol dire che la sua figura sia meno popolare, o che verso di lui ci sia meno devozione. È che oggi il viaggiatore di massa va a caccia di ricordi futili, e la mistica dell’uomo contemporaneo non trova più soddisfazione nei vecchi souvenir.

 

Giro in piazza Risorgimento. All’inizio di via Cola di Rienzo osservo l’edificio severo che ospita il museo storico dell’Arma dei Carabinieri, col suo fregio d’armi e cartigli sulla facciata. Sulla parte posteriore c’è un verso di Costantino Nigra: Modesti ignoti eroi, vittime oscure e grandi, anime salde in salde membra. Per una strana associazione di idee mi viene in mente che dall’altra parte della piazza c’è Maraldi, la libreria in cui da ragazzo, ogni anno, a settembre, con tre cambi d’autobus, venivo a cercare i testi scolastici usati. Ricordo che un anno fa si diceva che la libreria navigasse in cattive acque, e che dopo settant’anni di attività rischiasse la chiusura. Non ho saputo com’è finita, a ogni modo non trovo il coraggio di attraversare la piazza per appurarlo di persona. Ovunque crediamo nell’imperturbabilità del passato; a Roma lo crediamo più che in qualunque altro posto.

 

Tutto a 1 Euro

 

Mi incammino lungo via Cola di Rienzo. C’è poca gente, le commesse dei negozi hanno un’aria impigrita. Anch’io sento di muovermi come un elefante. Colpa del caldo afoso. Seguo una coppia che gravita verso l’ingresso del mercato rionale. Entro dietro di loro e vengo avvolto in un ambiente scuro e caldo. Quell’aggettivo – rionale – prometteva qualcosa che non mantiene. Immaginavo un’atmosfera pittoresca, vociare allegro, profumi di salumi. E invece la metà dei banchi è chiusa, il resto espone per la maggior parte paccottiglia per turisti: mutande con scritto I love Italy, cravatte di plastica a 5€, trolley, elmi legionari, finti borsalino, magneti da frigo. C’è da dire che soffro di una curiosa idiosincrasia per i cosiddetti mercatini. Più questi mercatini hanno carattere popolare e più hanno il potere di procurarmi lo sbadiglio. Sono allergico anche alle sagre paesane. Frequentavo un tempo una comitiva di persone che ogni fine settimane puntava una sagra in qualche paesello del Lazio o della Toscana. Roba come la sagra della ficamaschia dorata (è un tipo di merluzzetto ripassato in padella) a Porto Ercole, o la sagra della sagna pelosa in Ciociaria. È questa una delle ragioni per cui ho smesso di bazzicare le comitive. Temo che l’Italia sia una repubblica fondata sugli assaggini della coldiretti.

 

Mercato rionale

 

Riprendo a passeggiare. Mi specchio in una vetrina. Ho la faccia pallida, anzi grigia. Decido di fare tappa alla Coin. Ogni cento metri un’immersione nell’aria condizionata, lo consigliano anche in Tv. Gironzolo con aria finto interessata nel reparto uomo. C’è un’esposizione di abbigliamento grandi firme. Le commesse non mi prendono sul serio, perché sono il tipo che guarda subito la targhetta del prezzo. Così come mal tollero i mercatini, allo stesso tempo provo un piacere misterioso e un po’ sadico nel constatare l’assurda disparità tra il costo di certi capi e la loro effettiva qualità. In realtà non me ne frega niente delle giacche Armani o dei jeans Paul Smith col risvoltino. Mi interessano le infinite, illusorie moine con cui l’umanità ama farsi blandire. Mi affaccio alla balaustra e guardo la scenografica scala mobile che domina l’enorme spazio luccicante di freddi cristalli in stile liberty. Se c’è ancora qualcosa di Prati, una parte più evidente e comune che resiste al tempo, è qui che si trova: è una certa vecchia idea di lusso alla parigina.

 

Percorrendo via Cola di Rienzo fino in fondo si arriva sulla sponda destra del Tevere. Tempo fa ho letto una storia curiosa: nel 1875 Garibaldi propose al Parlamento di deviare il corso del fiume fuori Roma. Secondo Garibaldi, il Tevere avrebbe dovuto cingere la città passando a sud e liberando i quartieri centrali dalla minaccia delle piene. Mi calo in una visione distopica e immagino come apparirebbe oggi questo punto della città, uno dei più immortalati al mondo, senza la prospettiva del fiume che scorre sotto ponte Sant’Angelo, la cupola di San Pietro che svetta su una superficie trasformata in parco cittadino. Mi domando come si chiamerebbe questo parco, ma non mi vengono in mente che trombonerie risorgimentali. D’altra parte, certi toponimi suonano come scherzi. Che dire di questo quartiere dal reticolo fitto e squadrato, in cui l’architettura celebra l’apoteosi della gerarchia e dei valori borghesi, in cui l’unica chiazza verde è data dal giardinetto di piazza della Libertà, e che tuttavia – in una maniera splendidamente estemporanea – si fa chiamare Prati?

 

Torno indietro, faccio una deviazione verso piazza dei Quiriti. A Roma è una delle piazze che preferisco, un cerchio perfetto in cui confluiscono quattro vie, con al centro un giardinetto e una fontana attorniata da una corona di cipressi: la fontana delle Cariatidi. Da sempre la piazza mi fa venire in mente L’isola dei morti, un’opera di cui una ventina d’anni fa vidi un’impressionante copia dipinta da uno dei figli di Böcklin. A quel tempo ero a Siena e feci la conoscenza di un’anziana scrittrice. Mi chiese se potevo darle un passaggio in macchina fino a Roma e durante il viaggio mi rivelò di essere la nipote carnale di Arnold Böcklin. Le dissi che mi stavo laureando in storia dell’arte, allora mi invitò nella sua casa per mostrarmi le opere che appartenevano alla collezione di famiglia. La copia de L’isola dei morti troneggiava in un salottino in stile barocco. Ci sedemmo sul divano e mi mostrò una cartella con dei disegni autografi di Böcklin. Uno di questi era deturpato da uno scarabocchio infantile. Mi confessò che a compiere quel misfatto era stata lei stessa da bambina.

 

Finisco per crollare su una panchina davanti alla fontana delle Cariatidi. In questo punto della piazza avviene uno strano miracolo. Il traffico delle auto che scorre tutt’intorno sembra dissolversi come in un sortilegio. E con esso, svanisce il quartiere. E Roma. Alzo gli occhi sulle cime dei cipressi, inghirlandano un pezzo di cielo che qui appare d’un blu lapislazzulo, come quello del Giudizio di Michelangelo nella Sistina. Sento che è tutto perfetto. Mentre mi perdo nella contemplazione di uno dei più radiosi misteri della natura di Roma, ascolto una voce concitata che proviene dalla mia destra. Mi volto. Sulla panchina accanto alla mia è seduta una suora, parla al cellulare e indica qualcosa che passa sulla strada, qualcosa che a giudicare dalla sua esaltazione sembra annunciare la seconda venuta del Salvatore. È un monovolume, con quattro telecamere istallate sul tetto e un adesivo sulla fiancata: Apple Maps. C’è una frase nel Diario notturno di Flaiano che dice: “La troppa familiarità con le cose sacre allontana forse da Dio”. È il destino di questa suora, e – chissà – del rione Prati, un rione addossato alla Città del Vaticano che oggi non la smette di sembrarmi un ateo con un crocefisso in mano.

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30 Agosto 2015