Roma. San Lorenzo

Un anno fa, nella settimana di Pasqua del 2015, a seguito di circostanze difficilmente riassumibili, mi ritrovai un sabato mattina seduto alla scrivania di un agente immobiliare al quale stavo per presentare un’offerta di acquisto per un appartamento al quarto piano di un palazzo di via dei Sabelli a San Lorenzo. L’appartamento era uno degli esempi di case operaie di ringhiera, molto simile a quello di palazzo Lamperini in via Tiburtina in cui Monicelli girò I soliti ignoti: soffitti con travi a vista, pavimenti originali in graniglia, ingresso affacciato su un romanticissimo ballatoio. Trasferirmi a San Lorenzo, era l’ultimo dei miei desideri, ma l’appartamento era una vera occasione, e l’alta redditività che il quartiere garantisce nel mercato degli affitti ne faceva in ogni caso un affare. Il motivo per cui alla fine non presentai l’offerta era legato a una postilla presente nel modulo della proposta d’acquisto che mi indusse a prendermi ancora del tempo per riflettere, tempo che fu sufficiente a far svanire l’occasione. 

 

Da allora, tuttavia, ogni volta che passo per San Lorenzo, mi interrogo su come sarebbe stata la mia vita se mi fossi trasferito con tutta la famiglia a via dei Sabelli. Esercizio tipico del visionario. Ma come tutti i visionari, anch’io sono inoffensivo, a meno che non voglia servirmi dell’immaginazione per insinuare qualche verità. Io però non ho mai preteso di riferire la verità a nessuno, tantomeno a me stesso, un po’ perché non serve a niente e un po’ perché non la conosco. “È incredibile”, ha scritto Manganelli, “la quantità di cose che riesce a fare gente che non è mai nata: Romolo fondò Roma, Noè fece l’Arca, Robinson sopravvisse per vent’anni in un’isola deserta”. Le volte che tento di immaginarmi mentre porto a spasso mio figlio tra le vie di San Lorenzo mi riduco a vagheggiare una versione di me magnifica ma incoerente. Il me stesso sanlorenzino non è mai nato, ma io non la smetto di pensarci, di fargli fare delle cose; io sono il Robinson di via dei Sabelli, sebbene al fondo di tutto ci sia la mia sostanziale inadeguatezza a essere un cittadino di qui, un abitante del quartiere dei fuori sede, delle birrerie, delle pizzerie economiche, degli aperitivi, il cuore pulsante e popolare d’una certa Roma, io che non sono mai stato un fuori sede, io che non sono dedito agli aperitivi, io che ritengo che il cuore sia, fra tutti, l’organo umano più aristocratico, e quindi, a rigore, il meno popolare.

 

 Ora, naturalmente, tornando a San Lorenzo in un torrido pomeriggio di fine maggio, ho ripensato all’appartamento di via dei Sabelli. L’agenzia immobiliare è sempre al suo posto, l’insegna campeggia sulla via Tiburtina. Sono fermo davanti a uno degli ingressi laterali del parco dedicato alla memoria dei caduti del 19 luglio 1943, giorno in cui gli aerei alleati sganciarono sul quartiere quattromila bombe, bombe che – come dice una canzone di De Gregori – “viste dal Vaticano sembravano scintille”. Cerco un po’ d’ombra e aspetto F., che dopo un po’ arriva boccheggiante e, con voce allarmata mi avverte: “In piazza della chiesa stanno allestendo qualcosa di terribile”. Allude a una sagra, o a una festa popolare, o in ogni caso a un’iniziativa spiacevole voluta dagli abitanti del quartiere. 

 

 

F. mi ha già accompagnato in una delle mie esplorazioni precedenti; per l’esattezza alla Balduina. La prima cosa che mi chiede è se voglio cominciare da San Lorenzo alto o basso. La questione dell’alto e del basso si era posta anche alla Balduina, lì però la faccenda era topografica, qui è più strettamente sociale. Mi spiega che il confine è segnato dalla via Tiburtina: guardando le mura aureliane, sulla destra c’è San Lorenzo alto, sulla sinistra San Lorenzo basso. La parte alta ha un’impronta borghese, le vie sono quiete, si sente già l’influenza del vicino quartiere Castro Pretorio, con la sua severa urbanistica ottocentesca di matrice piemontese. Passiamo per via dei Taurini, e ci infiliamo nel cortile del condominio La Risorgente. Negli annunci immobiliari il complesso è immancabilmente descritto come storico e caratteristico, due parole che dovrebbero far causa alle guide turistiche prima ancora che agli agenti immobiliari, due aggettivi che per colpa degli estensori delle guide turistiche oggi soffrono di una specie di paralisi del significato, si esauriscono in una paraplegia del senso.

 

Mentre scatto una foto al cancello de La Risorgente, un ragazzo che esce di casa mi guarda con aria torva, forse mi ha scambiato per un delatore, per un terrorista, per uno che genericamente non si fa gli affari suoi, o per un povero cretino che scatta fotografie a qualsiasi cosa che sia appena inconsueta, come può esserlo la scritta in ferro battuto che riporta il nome del condominio sotto il leggero motivo floreale che domina il cancello. Questo attenua di poco l’imbarazzo che provo per la mia versatilità, il prendere appunti e fare foto, osservare e gironzolare, per questo lavoro infruttuoso che mi sono assegnato, e che si esaurisce in pratica nel mappare tutto ciò che a Roma non succede.

Dopo qualche minuto siamo di nuovo davanti al parco dei Caduti, stavolta però dalla parte opposta, in via dei Luceri. “Un tempo, al posto del parco, c’era la stazione in cui fermava il vapore da Tivoli”, dice F. I parchi cittadini mi evocano sempre i vagabondaggi nelle città europee della mia giovinezza, i luoghi in cui io e i miei compagni di viaggio passavamo infiniti pigri pomeriggi a dormire o a lasciarci cullare dal vento estivo, circondati dal silenzio beato, o dalla musica che si levava dalle chitarre, o a controllare i bruciori di stomaco causati dai troppi panini e dal troppo alcol, sprofondati sotto la coltre della pigrizia, che con il montare della notte ci consegnava alle chimere dell’insonnia. I parchi cittadini per me sono da sempre luoghi per ragazzi o per vagabondi, che poi è la stessa cosa. Per bambini, da quando sono diventato padre. Per vecchi, forse, quando sarò vecchio.

 

La Tiburtina è abbastanza trafficata, la strada costeggia i bar, le pelletterie, i punti MoneyGram, l’abbaiare dei cani sul marciapiede, il colore mutevole delle foglie che ombreggiano. I palazzi color albicocca dall’altra parte della strada, sul lato in cui inizia – appunto – San Lorenzo basso, troneggiano imponenti, mi fanno pensare a un corpo di soldati in prima schiera. Vedo universitari seduti sulle sedie di legno disposte lungo i marciapiedi, chiacchierano, fumano sigarette, si godono l’ombra come anziani di paese, hanno i capelli spettinati, lunghe barbe lucide, carnagioni scure, sopracciglia folte, ciglia e pupille nere come l’ebano, forse provengono da qualche città del sud, si godono il caldo e l’ozio di Roma. 

 

Spiego a F. che provo un po’ di ansia a causa della temperatura, l’estate è esplosa così all’improvviso dopo lunghe settimane incerte. Imbocchiamo via degli Umbri fino alla piazza del mercato. Osserviamo le mura dell’oratorio, una vecchia locandina del Cinema Tibur. F. mi parla di suo padre, sanlorenzino di nascita, racconta che negli anni Sessanta, dopo la messa, i preti dell’oratorio regalavano ai bambini del quartiere un biglietto del cinema e una pastarella. La mitica pastarella romana. A Roma fino a pochi anni fa non c’era pranzo della domenica che non si chiudesse con un vassoio di questi enormi bignè rigonfi di crema densa, dolci e odorosi, che solo a guardarli sprigionavano un’incontenibile allegria e uno struggente senso di ingordigia. Osservare un cabaret di pastarelle era come godere della vista dall’alto del Parco Güell, ossia la cosa architettonicamente più vicina a un villaggio delle favole: colonne tortili a forma di tronchi, guglie e stalattiti, cupole, fontane e arcate color pastello. E mano a mano che venivano tolte dal vassoio, si aprivano sul fondo lucido del cartone dei vuoti che apparivano come stagni placidi.

 

 

E poi l’immensa arcata di cartone sopra la velina oleata che completava la confezione, un arcobaleno dorato che serviva a preservare le paste dallo schiacciamento. La quiete, l’abbandono, la tenerezza, la beneficenza di un dio goloso: queste erano le pastarelle romane. Oggi non lo sono più, poiché hanno subìto una metamorfosi, una diminuzione sostanziale di forma e peso che le ha ridotte a miseri mignon, con la scusa che così se ne possono assaggiare di più, saltando da un gusto all’altro (ma non sapete che la scelta, signori…, la scelta della pastarella, era uno dei momenti di massima importanza nel romanzo di formazione di un giovane uomo, lo sforzo di pensare, di prendere la giusta decisione, la più saggia, in rapporto a dimensione e gusto, e al fatto non trascurabile che la predilezione era esclusiva, giacché la varietà era pressoché infinita, e in un cabaret nessuna pastarella era mai uguale a un’altra!).

 

Ma queste sono le divagazioni di un goloso. Fatto sta che carezzo via questo ricordo gastronomico e proseguo la passeggiata, che dopo pochi metri ci conduce nella piazza dell’Immacolata, dove ci si palesa quel qualcosa di terribile a cui alludeva F. La festa paesana che temevamo non è altro che una più innocua manifestazione sportiva, la gente si accalca intorno a un ring, i pugili si alternano in incontri da tre riprese ciascuno. Scopriamo che si tratta di un’iniziativa della Palestra Popolare di San Lorenzo, una protesta contro lo sfratto decretato dal commissario capitolino. I pugili sono molto giovani, si muovono agilmente l’uno intorno all’altro, uno è vestito di blu l’altro di rosso – pantaloncini, canotta, casco e guantoni –, sembrano i giocatori del calcio balilla, quello che a Roma viene più spicciamente chiamato biliardino. F. mi invita a visitare il cortile del numero 58 di via dei Marsi, dove Maria Montessori il 6 gennaio del 1907, in quello che al tempo era poco più che un borgo fatiscente, sovraffollato di mendicanti e di squattrinati, inaugurò la prima Casa dei Bambini. Mi aggiro nella quiete del cortile, intorno al bel giardino rigoglioso e traboccante di piante, osservo le facciate gialle del condominio, le finestre con le imposte lilla, qualche panno steso sui fili.

 

 

Ho sempre nutrito un interesse direi intellettuale per i cortili, o più in generale per quei luoghi – parti condominiali, chiostri, porticati, androni – in cui passo per la prima volta e in cui qualcuno invece è passato ogni giorno per tutta la vita. Ma nell’intervallo di tempo in cui restiamo al 58 di via dei Marsi non passa nessuno, nessuno esce dall’androne, nessuno si affaccia in finestra, è come se tutto il condominio stesse compiendo uno sforzo per dominarsi, uno sforzo di diffidenza, per non lasciare che io ne colga tutti i segreti (ammesso che ci siano dei segreti da cogliere, ma non penso), per fare in modo che in breve tempo io venga espulso come un corpo estraneo. Parlo con F., uso un tono di voce basso e grave, usciamo di nuovo sulla strada, poco distante c’è un’insegna che assomiglia a una sentenza politica: «Sinistra Critica». 

La luce si è fatta più calda, più accogliente, l’azzurro violento del cielo di Roma negli ultimi minuti si è mitigato, si prepara il tramonto. Passeggiamo pigramente davanti al complesso sportivo dei Cavalieri di Colombo, intravediamo attraverso le sbarre del cancello il verde dei campi, è una delle due visioni più deliranti e anomale che possano capitare mentre si cammina per le vie di San Lorenzo; l’altra è un burrone profondissimo che si apre appena dietro a una parete di lamiere, sono le fondamenta svuotate delle ex fonderie Bastianelli, la fabbrica in cui venivano forgiati i nasoni, ossia le fontanelle caratteristiche di Roma. Del vecchio edificio resta in piedi solamente la facciata che dà su via dei Reti, il resto è stato abbattuto due anni fa per far posto a quello che sarà un complesso di mini-appartamenti.

 

Proseguiamo per via dei Sabelli fino a raggiungere le mura che delimitano il confine del cimitero del Verano, sbuchiamo sul piazzale affollato di macchine parcheggiate. Dal piazzale ci si può immettere in un vicolo largo meno di due metri che risale verso il quartiere. Non è altro che l’inizio di via dei Volsci, una fettuccia a gomito che scantona fra le botteghe dei marmisti. Una strada da film neorealista, con enormi ciuffi d’erba che fioriscono tra le crepe dell’asfalto, centinaia di lastre di marmo ammassate ai bordi della strada, scarti di lavorazione. Ci fermiamo a curiosare tra le lapidi dismesse su cui appaiono ancora nomi e cognomi, date che indicano una nascita e una morte, ovali su cui un tempo campeggiava una foto, e poi ancora marmi su cui qualche reagente chimico o batterico ha formato delle curiose teorie coralline che mi fanno pensare a certa arte informale alla Tàpies. F. si guarda intorno tenendo le mani sui fianchi e mi fa: “Sento che solo su questo puoi scrivere venti pagine di amarezza…”. Risaliamo fino all’incrocio con via dei Reti, dove fa angolo il palazzo che ospita le ex vetrerie Sciarra.

 

C’è una Vespa verde pistacchio parcheggiata vicino al marciapiede, sembra messa lì apposta come il frontespizio di una guida a San-Lorenzo-quartiere-vintage. Questa vecchia succosa icona richiamerebbe l’attenzione di qualsiasi turista americano, ma F. taglia corto, gettando lì per lì una frase che mi cade addosso come una cortina di pioggia gelata: “Non è una Vespa. È roba indiana”. 

Ce ne andiamo a bere un bicchiere di vino bianco sui tavolini all’aperto di un bar. Mi incanto a guardare un gruppo di persone che aspetta davanti al teatro Abarico, la temperatura dell’aria è scesa e mi godo la prima brezza della sera. Dall’interno del bar esce una comitiva di persone abbigliate a festa, uomini e vecchi che portano sbuffando cravatte scure come se fossero disgrazie localizzate, e donne che inciampano a ogni passo su tacchi verso i quali hanno rivolto per tutto il giorno le più indicibili abominazioni. Per ultima esce una madre orrendamente esausta che porta in braccio la neo-battesimata involta in un vestitino di pizzo sangallo rosa salmone. Mi basta questa immagine per levitare fino alla cima della mia sacra montagna interiore. Mi sento l’essere prediletto dall’Altissimo per il solo fatto di starmene lì, con le labbra aggrappate all’orlo fresco del bicchiere, per non avere più niente da fare.

 

*

 

Postilla

 

Ho risentito F. due settimane dopo questo giro a San Lorenzo. Mi ha detto: “Oggi ho tenuto una lezione d’inglese a un tizio in pasticceria. Ho mangiato una pastarella grossa come la mia testa”. “Ma come”, ho ribattuto io, “nel pezzo su San Lorenzo faccio tutta una commemorazione delle pastarelle grosse di una volta, e adesso vieni a dirmi che c’è qualcuno che le fa ancora?”. “Guarda”, ha chiosato lei con una voce che trasudava una conoscenza scrupolosa dell’argomento, “Paci, il pasticcere di via dei Marsi, proprio non sa cosa sia il mignon. La pastarella di Paci è un pranzo”. 

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