Ucraina, prima della 'tempesta' #1

Frontiere culturali tra Russia e Ucraina

Slovjans’k. Cittadina di poco più di centomila abitanti, situata nella regione di Donec’k. Secondo l’ultimo censimento nazionale, risalente al 2001, la popolazione è composta per circa tre quarti da persone che dichiarano essere di nazionalità ucraina. Sempre secondo gli ultimi dati ufficiali, il russo viene considerato come la propria lingua madre da più della metà della popolazione. Siamo a poco meno di 200 chilometri dal confine con la Federazione Russa. Ed è qui che ha preso vita negli ultimi giorni di febbraio la “Primavera ucraina”, festival di musica e letteratura organizzato da un gruppo di artisti del Paese. L’obiettivo dell’iniziativa è quello di trasmettere un senso di “solidarietà”, di “coinvolgimento”, in quelle regioni dimenticate, ai margini, tristemente riemerse dal loro placido oblio in seguito ai recenti scontri. Nel corso della manifestazione, si alternano letture di brani e poesie di scrittori provenienti da diverse regioni dell’Ucraina. In lingua ucraina e in lingua russa.

 

Slovjans’k 27.02.2015, ph. Oleksandr Demchenko

 

«È molto comodo disporre di uno scontro tra Oriente e Occidente, di una contrapposizione tra russofoni e ucrainofoni, tra regioni industriali o meno. Lo è per tutti: per i patrioti e per i non-patrioti, per coloro a cui piace la Russia e per quelli che invece vogliono l’Europa… E questa linea divisoria interna è stata sostenuta da tutti. Scrittori e artisti inclusi. Bisogna chiamare le cose con il loro nome». Con queste parole lo scrittore ucraino Serhij Žadan, tra i promotori dell’iniziativa, rispondendo ad un’osservazione della giornalista Solomija Nikolajčuk, guarda agli eventi che hanno sconvolto il suo Paese nel corso dell’ultimo anno. Racconta di una ‘guerra che non è la nostra’, ma, soprattutto, cerca di recuperare quella logica ormai andata perduta: quel filo sottile ‘che lega le parole alle cose’.

 

Kiev, ph. Tetjana Ljalka

 

Russofoni e ucrainofoni, terroristi e indipendentisti, compatrioti e fascisti. Termini che hanno letteralmente invaso il discorso pubblico sull’Ucraina nel corso degli ultimi mesi. E hanno privato gli stessi protagonisti della possibilità di trovare da soli gli strumenti per descrivere ciò che sta accadendo. Da una parte, come sottolinea il filosofo russo Michail Jampol’skij, la Russia è tornata in pochi mesi «dal mondo postmoderno al moderno», evidenziando così la frattura storica netta che si è creata nel corso del 2014 nel discorso politico interno al Paese. Dall’altra, il linguaggio utilizzato tanto dagli attori politici coinvolti, quanto da quelli culturali, continua ad affidarsi pericolosamente alle logiche di una ‘sintassi postmoderna’ che, come osserva Aleksandr Rubcov, «corrompe i ‘giusti’ legami tra gli elementi» del discorso e si affida ad un «nuovo collage» semantico, attraverso il ricorso a «testi» oramai «in disfacimento». Così a rispondere alla ‘rivoluzione della dignità’, come è stato ribattezzato il movimento del Majdan dai suoi sostenitori, è la ‘difesa dei compatrioti’ invocata da Putin; i valori democratici ‘europei’ si contrappongono invece al ‘russkij mir’, ‘il mondo russo’, capace nel suo percorso ‘unico e irripetibile’ di legare ‘Oriente ed Occidente’; o ancora, gli ‘spietati fascisti’ della Galizia ucraina vengono messi di fronte agli agguerriti ‘nostalgici’ delle vestigia sovietiche del Donbas.

 

La cristallizzazione di nuove narrazioni della ‘crisi’ ucraina passa per quel processo che Zygmunt Bauman definiva come lo ‘scontro di idee’, ovvero la delimitazione di nuovi ’confini’ ideologici, di rappresentazioni geopolitiche di sé. Ma, come sottolineava il sociologo polacco, «lo scontro di idee è l’espressione più che non la causa di tale crisi». Ne Il disagio della postmodernità, Bauman rifletteva, all’alba del nuovo secolo, sulle dinamiche relative al progetto di unificazione dell’Europa, sulla contrapposizione tra l’idea di «nazioni trincerate dietro ben protette frontiere» e quella «della superiorità degli interessi comuni su quelli nazionali». È proprio questo tipo di ‘narrazioni’ a demarcare un modo di pensare che «spiega molto probabilmente molte cose sul comportamento degli attori sulla scena politica, e ancor più sulla reazione dei loro spettatori; però non getta molta luce sulle possenti e certo irreversibili trasformazioni che si nascondono dietro quei comportamenti e quelle reazioni».

 

La codificazione di un modello interpretativo uniforme per le dinamiche identitarie ucraine rappresenta ancora oggi un passaggio complesso, in virtù della presenza di sistemi eterogenei di affiliazione culturale all’interno di una stessa area geografica nel corso della sua storia. In questi “territori di frontiera”, proprio per via dell’emergere di ‘discorsi culturali’ concorrenziali legati alla concettualizzazione dell’identità nazionale, è possibile osservare come nel corso della storia moderna tanto lo standard linguistico, quanto quello letterario, abbiano rivelato una forte tensione verso l’ideologizzazione dei ‘confini’ tracciati intorno all’edificazione di un ‘sistema’. Un tipo di approccio basato sulla stretta interrelazione di lingua, etnia e nazione si complica soprattutto all’interno di una dimensione di frontiera. Proprio la ‘fluidità’ dell’area geopolitica e l’interazione tra differenti elementi culturali hanno contribuito a una configurazione aperta delle ‘frontiere’ relative al ‘sistema Ucraina’.

 

L’viv, ph. Tetjana Ljalka

 

L’alterizzazione della ‘differenza’ subentra, invece, nel corso della storia ucraina proprio quando a definire le linee di demarcazione dell’identità sono i ‘discorsi’ egemonici esterni. La cristallizzazione della contrapposizione su base etno-linguistica viene stimolata ed accentuata dalla ‘ri-scrittura dei confini’ immaginati dalle ideologie concorrenti. L’indovinata metafora dell’analista ucraino Mykola Rjabčuk, nel suo Ukrajins’kyj P”jatnycja i joho dva Robinzony (Il Venerdì ucraino e i suoi due Robinson, 2013), esprime le complesse traiettorie dei rispettivi sistemi di valori utilizzati dai discorsi egemonici al fine di connotare e designare l’alternativa ucraina entro i termini di una scelta tra ‘civiltà’:

L’Ucraina è una zona di transito, dove all’Europa, intesa come sistema di valori, si contrappone un’altra forza spirituale, il messianismo “slavo-orientale ortodosso” di matrice russa, nelle sue più svariate declinazioni. In quest’ottica l’Ucraina è davvero divisa, e tale divisione non ha luogo sulla base di separazioni regionali, né di gruppi linguistico-culturali, etnici o altri ancora, ma prende forma nella mente dei singoli individui, per i quali è difficile poter trovare un orientamento all’interno di una situazione tanto contraddittoria e fare concretamente una scelta di civiltà.

Nel caso specifico, le relazioni russo-ucraine assumono una particolare valenza nel processo di negoziazione identitaria, per via dell’eterogenea composizione della popolazione dell’odierna Ucraina e delle interrelazioni ‘mobili’ del dato etnico e linguistico. Proprio le dinamiche delle relazioni tra i ‘discorsi’ del ‘centro’ russo e della ‘periferia’ ucraina hanno posto l’istanza di una rielaborazione del loro incontro in termini culturali. Come osservava Adriano Roccucci per Limes, “è opportuno rilevare come il dualismo russo-ucraino non possa essere in maniera semplificata assunto come unica chiave di lettura della realtà ucraina…Tuttavia non si può negare che questa fessura esista e che nei momenti di crisi tenda ad allargarsi e a essere catalizzatrice di antagonismi e di conflittualità di origine diversa, ma che si riconfigurano secondo i connotati etno-linguistici di questa contrapposizione binaria”. La minaccia di una vera e propria scissione del Paese ritorna in auge nel discorso politico nazionale al sorgere di ogni crisi, come avvenuto nel 2004 in seguito agli eventi legati alla ‘Rivoluzione arancione’. Ma se nelle precedenti occasioni era rimasta nei termini di una sua strumentalizzazione  prettamente interna al Paese, l’internazionalizzazione della disputa sulla base di chiari interessi geopolitici ne ha radicalizzato l’odierna configurazione. In particolare, l’ingerenza russa in Ucraina si articola proprio su astratte categorie culturali  capaci di amplificare la faglia interna al Paese, al fine di giustificare la legittimità della propria sfera d’influenza.

 

Oggi, l’emergere di una nuova ‘tempesta storica’, secondo le parole dello scrittore di Kiev Andrej Kurkov, anch’egli a Slovjans’k in questi giorni, ha innescato un ‘moto sociale browniano’, il cui disegno non è ancora ben decifrabile. La necessità di dar vita a una narrazione organica degli eventi pone le basi per rinnovati processi di ‘negoziazione identitaria’, in particolare in quegli attori culturali che agiscono all’interno di uno ‘spazio di contatto’ tra le “comunità immaginate” coinvolte dai moti della Storia. Sono proprio queste singole voci a cercare di ri-scrivere i ‘confini mobili’ delle proprie affiliazioni socio-culturali, attraversando le rigide frontiere marcate dalle narrazioni storico-politiche. Tra Charkiv, Kiev e Donec’k proveremo a recuperare la possibilità di comprendere come nel corso degli anni d’indipendenza ucraina le categorie linguistiche, politiche e culturali si siano mosse in uno spazio molto più aperto di quello delimitato oggi dalle diverse narrazioni del conflitto in corso. Le voci dello scrittore ucrainofono Serhij Žadan, e degli autori russofoni Andrej Kurkov e Vladimir Rafeenko (Donec’k, 1969), i cui ‘ritratti’ dell’Ucraina sono stati raccolti nel corso di interviste effettuate a poche settimane dall’inizio delle manifestazioni di Piazza dell’Indipendenza (Majdan Nezaležnosti), ci aiuteranno a riflettere su ciò che si nascondeva, alla vigilia della ‘tempesta storica’, «dietro quei comportamenti e quelle reazioni» di cui oggi possiamo solo essere degli spettatori inermi.

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