Catalunya, Catalunya, Catalunya, Catalunya

Sul problema del nazionalismo catalano si può sempre ritornare. Rimandiamo il dibattito all’Ottocento? Oppure riprendiamo il discorso dal momento della Transición e dell’inizio della democrazia dopo la morte di Franco? O ancora meglio, ne parliamo dal momento in cui si è rotto l’equilibrio che dominava dall’instaurazione della Comunitat autònoma de Catalunya, e gli anni del regno di Pujol in compagnia della famiglia, nel senso che ben conoscono le banche in Svizzera e Andorra, le società offshore, e soprattutto, i tribunali. 

Fernando Savater, nel suo ultimo libro, Contra el separatismo (Ariel, Barcellona, 2017), ricorda un aneddoto che era successo al filosofo catalano Josep Ferrater Mora, che era professore negli Stati Uniti, e chiamato da Pujol per interessarsi sull’opinione che avevano gli yankee sulla Catalogna aveva risposto che ignoravano tutto su quella regione, a cominciare dalla sua esistenza. Preoccupato, Pujol gli disse che bisognava rimediare, fare qualcosa al riguardo, per far conoscere agli americani la presenza nel mondo della Catalogna. Al che Ferrater, prendendola con senso dello humour, disse: “Forse un terremoto potrebbe servire...”.

 

 

E così, siamo arrivati al giorno d’oggi. In altre occasioni abbiamo parlato del processo dal quale sono derivate le circostanze in cui ci troviamo ora, a due giorni dalla proclamazione del nuovo President de la Generalitat, il governo catalano. Ancora non c’erano state le ultime elezioni in cui il blocco indipendentista aveva ottenuto la maggioranza assoluta, neanche si era attuata la proposta fatta dal nuovo Presidente del Parlamento catalano sul nome del candidato Carles Puigdemont per presiedere la Generalitat, malgrado sia stato perseguitato dalla legge e viva a Bruxelles sotto il profilo romantico dell’esilio. 

 

Attualmente la Corte Costituzionale ha dichiarato non valida la proclamazione non presenziale che gli indipendentisti volevano per assicurarsi che il legittimo e deposto President fosse quello proclamato. Neanche permetterà che sia un altro a leggere e difendere il suo programma, proponendo un dibattito via Skype o per conto del suo alter ego. 

Ma la sensazione che hanno i cittadini è sempre la stessa: Puigdemont fa dei passi prima che il governo di Rajoy si renda conto e prima che reagisca in tempo. Un braccio di ferro a livello processuale, giacché ora tutto è in mano alla Corte Suprema e sarà il giudice a dover dare o no il permesso all’ex Presidente di venire in Spagna a farsi proclamare prima o dopo di entrare in prigione, unico punto di arrivo possibile. 

Tra gli indipendentisti ora non si vedono le cose con l’unanimità di qualche tempo fa. Bisogna pensare che il Vicepresidente Oriol Junqueras, ora in prigione, non sapeva della decisione dell’allora President di andarsene a Bruxelles con qualche altro consigliere, in modo che lo stesso Junqueras, e gli altri consiglieri che sono rimasti in Spagna sono andati a finire in carcere per sottoporsi ai tribunali. La proposta di Junqueras e del partito ERC (Esquerra republicana de Catalunya) era di candidarsi lui stesso, giacché la legge lo permette, per poi ritornare in cella, ma invece hanno chiuso le file intorno a Puigdemont, considerato il vero simbolo dell’indipendenza, il President legittimo deposto dall’applicazione dell’articolo 155 della Costituzione in mano a Rajoy. 

 

Tutto questo discorso è possibile solo perché lo stesso Rajoy e il suo governo si stanno comportando nella crisi catalana oggi come hanno fatto normalmente con tutto il processo da anni: lasciar passare il tempo, non muovere le cose finché i problemi esplodono dopo essere cresciuti in modo abnorme per mancanza di una politica intelligente e aperta alla necessaria adeguazione alla realtà, e in questo caso, provocando sempre di più nuovi indipendentisti. E anche perché mentre si parla della Catalogna e del profugo Puigdemont, si parlerà meno di tutti i processi aperti in questi ultimi tempi sulla corruzione del Partido Popular, dove si sta dimostrando in modo chiaro come Rajoy abbia vinto le ultime elezioni servendosi di fondi illeciti nelle campagne elettorali, diversamente dagli altri partiti. Questo si sta dimostrando, i pentiti stanno parlando, malgrado Rajoy continui a dire che non sapeva niente... perciò va bene che ci sia tutto un dispositivo mediatico intorno a Puigdemont, perciò non è una cattiva idea far durare questo circo con tanti passi avanti e indietro del governo spagnolo. 

 

 

D’altra parte, Puigdemont, avendo cambiato per le ultime elezioni il nome del partito e facendosi ora chiamare JxCat (Junts per Catalunya, vale a dire, insieme, uniti...) ha anche dimenticato tutti i casi di corruzione fortissima e istituzionalizzata, dai pizzi di un 3% ad altre atti delittuosi, come il caso Palau – la gestione delittuosa del meraviglioso palazzo della musica modernista, uno dei simboli del catalanismo più colto – la cui sentenza, quando era sul punto di essere pubblicata, ha servito a far dimettere l’ex Presidente e mano destra di Pujol, grande iniziatore del deviante discorso sul processo dell’indipendenza, Artur Mas.

 

Ma ora pensiamo ai catalani che hanno votato JxCat, malgrado tutto ciò, e ai vecchi militanti di ERC che sono stati sorpresi da un imbroglione che è scappato. Pensiamo anche ai votanti di un indebolito partito antisistema, il CUP (Candidatura d'Unitat Popular) che ha perso appoggi, ma si mantiene necessario per la maggioranza assoluta degli indipendentisti. Facciamo un punto sulle persone che votavano il PP di Rajoy in Catalogna che sono andate al nuovo partito Ciudadanos, la cui candidata ha avuto più appoggi di qualsiasi altro candidato, lasciando il partito di Rajoy con solo quattro seggi in modo da non poter neanche formare Grupo Parlamentario. E in tutto questo, i grandi perdenti sono stati i partiti di sinistra: il Partito dei Socialisti di Catalogna (PSC) dichiaratamente anti-indipendentista e en Común Podem (versione di Podemos in Catalogna) che ha sostenuto un discorso molto ambiguo sull’indipendentismo affermando una cosa e il suo contrario. 

 

Pensiamo alla società catalana divisa a metà, e pensando a questi risultati, in derivazione verso le posizioni di destra (JxCat, la borghesia nazionalista catalana imprenditoriale di impronta conservatrice e benestante) e Ciudadanos, il centro destra, unionista antinazionalista, con tanti appoggi che provengono dal PP. Ma il peggio è che il problema catalano ha anche sviluppato un sentimento nazionalistico spagnolo nel resto della Spagna da cui potrebbe derivare un dislocamento verso destra, che sicuramente non favorirebbe tanto il PP, ma Ciudadanos.

 

 

La realtà è che ci troviamo assorti davanti alle novità che ci portano ogni giorno, tra le furbizie di Puigdemont, le relative reazioni estemporanee del PP, in aspettativa di quanto succederà martedì prossimo al Parlament catalano, come chi assiste a un gioco di prestigio dove tutto sa di inganno, ma nessuno è capace di scoprire il trucco in tempo per trovare la soluzione giusta. 

In fondo, una situazione non molto diversa a quanto si è vissuto nel Regno Unito prima della Brexit, o nei discorsi di Trump prima della vittoria, e peggio ancora, dopo un anno di governo. Una sensazione di depressione e di noia in cui dilaga il senso del falso, della manipolazione, dei giochi della propaganda, delle mezze verità ripetute finché diventano verità e delle cortine di fumo. Una sfida che è come il terremoto di Ferrater Mora, necessario a far rumore, a nascondere la realtà di tanti che soffrono la disoccupazione, i tagli negli ospedali e nelle scuole e la povertà delle famiglie, la mancanza di futuro dei giovani. 

Possiamo domandarci con gli autori del libro En la era de la posverdad (Jordi Ibañez Fanés, ed., Calambur, Barcellona 2017) se quella che viene chiamata post-verità non sia altro che la crisi delle democrazie tali e quali le conosceva l’Europa dalla Seconda Guerra Mondiale a oggi? Non dovremo imparare a prendere più sul serio i cambiamenti nello spazio pubblico dovuti a internet e alle reti sociali? Non sarà che la post-verità è qualcosa di più di una parola di moda? Sarà invece qualcosa di decisivo, un sintomo più profondo delle emergenze del nostro tempo? 

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