Beni comuni, cultura e copyright

Proteste universitarie 2008-2009: si discute di ruolo pubblico dell’università, di precariato, diversi gruppi di ricercatori in varie città d’Italia cominciano, autonomamente, percorsi di auto-inchiesta, si contano, si confrontano, ragionano di sapere pubblico, di libertà della ricerca e di open access. Con alcuni amici si decide di raccogliere i risultati in un volume.

 

E qui si apre il primo dilemma: ci piacerebbe che i risultati fossero accessibili a tutti, ma la ricerca è anche un lavoro. Se vogliamo che il nostro volume circoli negli ambienti accademici perché si rifletta sui precari della ricerca, e se vogliamo che sia considerato un prodotto di ricerca, e quindi ci dia punteggio nei concorsi che faremo, dobbiamo pubblicarlo con una casa editrice accademica. Perché il mondo dell’accademia è così: la ricerca può essere scientificamente ineccepibile, ma solo una casa editrice scientifica riconosciuta può dare il bollino “D.O.C.G.”. Così decidiamo di far circolare le bozze per discuterne collettivamente e di pubblicare contemporaneamente il volume con una casa editrice riconosciuta.

 

Ottimo: peccato che, essendo precari senza cattedra, la casa editrice dice di non avere garanzie di vendita. Perciò, ci chiede dei soldi – per essere precisi, un rimborso spese, nel caso rimanessero copie invendute dopo quattro anni. Dopodiché, è la casa editrice che decide quante copie stampare e la saggistica, in Italia, non è che vada per la maggiore. Non si tratta della decisione di una singola casa editrice, quasi tutti gli editori italiani adottano questo criterio. Così, per pubblicare una ricerca scientifica, se sei un ricercatore poco conosciuto devi pagare. Il nostro contratto scade tra quattro anni – a quel punto capirò quanto mi è costato…

 

Chiaramente, non ci sono solo i libri. La ricerca circola anche sulle riviste accademiche, sotto forma di articoli. Le riviste non chiedono di essere pagate, per pubblicare gli articoli (oddio, per essere precisi, qualcuna lo fa). Il problema delle riviste è che costano. In questo periodo lavoro in Portogallo (non so se mi definirei un cervello in fuga, sicuramente un corpo che arranca…): non insegno, devo portare avanti un progetto di ricerca e pubblicare. Per pubblicare, mi serve accedere alle riviste elettroniche.

 

Dunque arrivo in biblioteca, nel mio centro di ricerca, che è uno dei più importanti per le scienze sociali in Portogallo, mi siedo al computer e cerco di accedere ad un articolo che mi interessa. E scopro che la mia università non ha l’abbonamento a quella rivista. E nemmeno a molte altre che mi servirebbero. Perché abbonarsi ad una rivista digitale, per le biblioteche, costa parecchio denaro (per non parlare di quanto costa per gli utenti privati, per chi, magari, sarebbe interessato ma non ha a che fare con l’università). E in tempi di crisi, le università limitano i propri abbonamenti. Per fortuna la ricerca è un’impresa collettiva, conservo qualche accesso dai miei contratti precedenti con altre università e ho colleghi in giro per il mondo che possono scaricare articoli per me. Ma diffondere testi protetti da copyright è illegale.

 

Nel 2011, Aaron Swartz fu accusato di aver scaricato milioni di articoli da JSTOR, una biblioteca online digitale di articoli scientifici ad accesso a pagamento, al fine di renderli di pubblico dominio. In realtà gli articoli scaricati erano già di pubblico dominio, tuttavia nella versione digitale di JSTOR erano protetti da copyright. Nel 2012, è stata lanciata da numerosi ricercatori The Cost of Knowledge, una petizione contro la concentrazione editoriale e i costi dell’editoria scientifica, rivolta in particolare contro Elsevier.

 

Nel frattempo, sono numerosissimi i progetti e le iniziative connessi al movimento open access – cioè alla volontà di rendere accessibili e disponibili i prodotti della ricerca scientifica.
La discussione intorno alla diffusione e all’accessibilità della conoscenza scientifica si muove intorno a diversi nodi teorici, che riguardano prevalentemente i costi della sua produzione e diffusione e il ruolo sociale della conoscenza (la conoscenza come bene pubblico o la conoscenza come merce). Da un lato, i fautori dell’open access sottolineano il valore pubblico della conoscenza scientifica e la sua natura relazionale, sostenendo che solo tramite il confronto e la collaborazione si produce scienza valida.

 

Dall’altro, i detrattori sostengono che produrre conoscenza costa e che nessuno investirebbe in questo campo se chiunque avesse il diritto di accedere ai risultati scientifici senza pagarne i processi produttivi; inoltre, considerano la competizione tra ricercatori, più che la loro collaborazione, come un fattore di efficienza produttiva. Passando dal piano dell’astrazione teorica ai processi concreti di produzione e diffusione di conoscenza entrano in gioco i rapporti tra i diversi attori in campo: i centri di produzione di ricerca scientifica (università, centri di ricerca pubblici e privati, aziende), i lavoratori (ricercatori e gruppi di ricerca), i finanziatori (Stato, aziende), i diffusori (le università stesse, le case editrici private). Senza entrare nell’ampio dibattito su economia della conoscenza e/o capitalismo cognitivo, è indubbio che numerose sono le forme di messa in valore commerciale della conoscenza, non solo di quella prodotta all’interno di aziende private (le divisioni ricerca e sviluppo) ma anche della conoscenza prodotta in centri di ricerca pubblici – si pensi per esempio ai numerosi spin-off universitari.

 

Dunque, il tema della conoscenza pubblica solleva diversi ordini di questioni interconnesse: cosa vuol dire l’aggettivo pubblica, chi sostiene i costi della produzione e diffusione della ricerca, a chi è diretta. In termini più ampi, è in questione la forma stessa della conoscenza – il ricorso ai saperi esperti, sempre più diffuso come legittimazione delle scelte di governo (l’austerità economica, la TAV…) e il ruolo della critica, per esempio. Provo ad orientarmi.

 

1. La conoscenza come bene comune

 

La teoria economica (V. e E. Ostrom) classifica i beni come pubblici, comuni, di club e privati in relazione a due dimensioni: la sottraibilità (rivalità) e l’escludibilità. La prima dimensione riguarda il consumo del bene: se il fatto che una persona faccia uso di tale bene impedisce ad altri di farne uso (o ne limita le possibilità), allora tale bene è sottraibile, caratterizzato da rivalità. Per esempio, se mangio una fetta di torta, la quantità disponibile per i miei amici diminuisce. Al contrario, se respiro non limito la possibilità che altri hanno di respirare.

 

Quindi, la torta è un bene caratterizzato da alta sottraibilità, mentre l’aria è un bene a bassa sottraibilità. La seconda dimensione riguarda la possibilità di escludere persone o gruppi dalla fruizione di un bene. La casa è un bene caratterizzato da alta escludibilità, perché posso impedire a determinate categorie di persone di usufruirne. La pioggia è, invece, un bene a bassa escludibilità (anche se il mio vicino mi sta antipatico, non posso impedire che il suo giardino riceva l’acqua). Sulla base di queste dimensioni, gli studiosi classificano quattro tipi di beni.

Ora, in linea di principio, come sostengono Elinor Ostrom e Charlotte Hess, la conoscenza potrebbe essere classificata come un bene pubblico: una volta che una scoperta viene compiuta è difficile impedire ad altre persone di saperlo, e il sapere qualcosa non impedisce ad altri di impararlo. In teoria.
Il primo problema ha a che fare con la definizione della conoscenza come bene. Solitamente si distingue tra informazione e conoscenza, dove la seconda indica una forma di sapere che consiste nella messa in relazione di informazioni, quindi in un lavoro: se pure intangibile, produrre conoscenza implica un investimento – come minimo, di tempo e di energia. In altre parole, la produzione di conoscenza ha un costo e deve essere retribuita.

 

Elinor Ostrom

 

Chi paga i costi della produzione di conoscenza? Le università ricevono fondi pubblici (in diminuzione) – e sempre più spesso l’entità di tali fondi è connessa alla produttività (misurata in pubblicazioni scientifiche, brevetti, titoli di laurea). In relazione alla diminuzione di fondi, spesso le università cercano investitori privati, come le case farmaceutiche. Oltre ai problemi etici connessi all’influenza degli investitori sui contenuti e sui processi di produzione della conoscenza, la loro presenza solleva anche questioni relative alla diffusione dei risultati della ricerca. Altre forme di finanziamento sono connesse alla messa in valore della conoscenza prodotta, tramite brevetti e spin-off. La conoscenza, cioè, è un bene, ma anche una merce.

 

Una seconda questione è relativa all’accesso al bene conoscenza: la conoscenza può essere intesa come bene intangibile, tuttavia la sua acquisizione non avviene per illuminazione improvvisa – bensì tramite strumenti (materiali, come le parole scritte su un supporto cartaceo o digitale, o immateriali, come le parole che si ascoltano durante un seminario). Se la conoscenza può essere definita come un bene, allora, la sua acquisizione è però un processo (relazionale) – e da un processo si può essere esclusi. L’università ha il monopolio della certificazione di alcune forme di conoscenza, per esempio. Allo stesso modo, i prodotti della ricerca (le pubblicazioni) sono accessibili gratuitamente per gli specialisti (tramite le biblioteche universitarie), ma sono a pagamento per tutti gli altri.

 

La terza questione generale riguarda la fruizione della conoscenza come bene: chi fruisce della conoscenza, e a che fine? Secondo diversi studiosi viviamo in una società della conoscenza, in cui le informazioni e la capacità di metterle in relazione sono una componente fondamentale del sistema sociale ed economico (tanto che alcuni parlano di economia della conoscenza e/o di capitalismo cognitivo): dunque, la conoscenza come bene può essere valorizzata in una dimensione economica in chiave privata. Oppure, la conoscenza può essere considerata come caratterizzata da un valore in sé.

 

Ancora, la conoscenza può essere valorizzata in chiave collettiva, politica, trasformativa. In altre parole, ci si può chiedere se ci sia una differenza tra l’acquisizione e l’attivazione di conoscenza – se, cioè, sia un bene in sé o un bene relazionale. Parlando della cultura come bene comune, per esempio, Mattei, Rodotà e il movimento di occupazione dei teatri insistono sulla natura relazionale dei beni, che sono tali solo in quanto esiste una comunità che li mette in valore.
Se la conoscenza è un bene pubblico ma anche una merce, è teoricamente accessibile ma in pratica è costosa, ha un valore sociale ma anche una dimensione privata, cosa si intende per conoscenza pubblica?



2. La conoscenza in università: il paradosso delle pubblicazioni

 

Quando si parla di università, le questioni si infittiscono e si moltiplicano. L’università ha il doppio ruolo di luogo di produzione e di diffusione di conoscenza – e questo doppio ruolo porta con sé diversi elementi rilevanti.
Chi fa ricerca (in qualunque ambito) all’interno dell’università è spinto a pubblicare, perché è sulla valutazione delle pubblicazioni che si misura il valore del lavoro prodotto e la possibilità di ottenere un incarico (più o meno, diciamo che in astratto funziona così). La valutazione avviene su un doppio criterio di quantità (numero di articoli e libri) e di importanza (dove hai pubblicato, su quale rivista, con quale casa editrice). Le pubblicazioni più importanti sono quelle con case editrici prestigiose (la gerarchia di prestigio muta in relazione all’ambito scientifico) e in riviste nazionali ed internazionali che prevedono un processo di blind peer-reviewing – cioè che sottopongono, anonimizzandolo,  il testo prodotto dal ricercatore a due o più revisori a loro volta anonimi che ne valutano il valore scientifico.

 

In Italia (ma non solo) le case editrici più importanti pubblicano un volume solo se hanno la certezza di vendere copie in numero sufficiente per rientrare dei costi, altrimenti chiedono all’autore un contributo economico (si parla di migliaia di euro). Il che significa che un noto docente universitario pubblica più facilmente con una casa editrice importante rispetto a uno sconosciuto ricercatore. Il che spiega anche il motivo per cui molti docenti inseriscono i loro testi nel programma d’esame. Negli ultimi anni, anche in relazione alle mobilitazioni universitarie, sono nate diverse case editrici on-line, peer-reviewed, che propongono contenuti open-access: siccome, però, in sede di valutazione queste pubblicazioni ottengono un punteggio minore, i ricercatori sono disincentivati a pubblicare con tali case editrici.

 

L’altra forma di pubblicazione sono le riviste: in questo caso non è richiesto un contributo agli autori, in compenso i costi di accesso per chi non ha a che fare con l’università (come studente o ricercatore) per le riviste più importanti sono piuttosto alti (decine di euro). Anche in questo caso, esistono molte riviste open-access e peer-reviewed, ma i ricercatori sono incentivati a pubblicare in riviste accessibili solo ad una specifica comunità scientifica. In altre parole, la conoscenza prodotta in università è diretta prevalentemente agli specialisti, non solo per il modo in cui è scritta ma anche per dove viene pubblicata.  

 

Il paradosso è che le università pagano i ricercatori perché producano ricerca, i ricercatori scrivono articoli e ne cedono i diritti alle case editrici e le università ricomprano la conoscenza prodotta internamente.

 

La digitalizzazione della maggior parte delle riviste e la diffusione di riviste esclusivamente on-line apre scenari nuovi in relazione alla diffusione della ricerca scientifica: in particolare, abbatte i costi di diffusione della conoscenza. E’ questo è un bene: diversi economisti (Boldrin e Levine, per esempio) sottolineano come sia la cooperazione e l’accesso alla conoscenza che favorisce l’innovazione scientifica. Sarebbe lungo affrontare qui la mole di letteratura che ne parla, è solo per dire che ci sono numerose evidenze empiriche che dimostrano come il monopolio e la proprietà intellettuale abbiano effetti negativi nel lungo periodo. Allora, è il momento di sfruttare quest’opportunità, di produrre a diffondere conoscenza, perché la conoscenza è un bene pubblico fondamentale. 

Alicia Martin

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27 Settembre 2013