Di casa in casa

Le città sono, per loro natura, i luoghi nei quali si concentrano le attività sociali, sono infatti i luoghi privilegiati dove si vive e sperimenta continuamente l’evoluzione della cultura umana. Dai primi insediamenti alle megalopoli contemporanee la vicinanza fra gli individui ha fatto emergere esigenze comuni, favorito e stimolato l’innovazione. È una capacità, quella dei centri urbani di accogliere e promuovere il cambiamento, che non è andata persa nel corso degli anni. Oggi il consolidarsi di esigenze del tardo Novecento (privacy, personalizzazione) insieme con l’emergere di nuove attenzioni (ambientali, ecologiche) suggeriscono di rinnovare i valori tradizionalmente attribuiti all’abitare. Un nuovo insieme di istanze che la crisi del welfare pubblico e la contratta capacità individuale rendono difficoltose da soddisfare. Queste richieste tuttavia hanno portato alla promozione di pratiche di messa in comune spesso informali, sporadicamente organizzate e raramente inserite in un sistema urbano più complessivo.

 

Nella realtà torinese, come in altre città italiane, questa ricerca di rinnovamento ha dato vita a un fiorire di esperienze di condivisione che hanno portato una rigenerazione degli spazi della città insieme con il tessuto sociale. Una vera e propria rinascita di porzioni di città non sempre, o quanto meno non del tutto, controllate dall’amministrazione pubblica. Diverse forme hanno trovato terreno fertile in quei luoghi ove la densità, la mixité economico-culturale aveva già spinto nel secondo Novecento a percorsi di empowerment locale. Si tratta complessivamente di una costellazione, difformemente distribuita sul territorio cittadino, di pratiche di messa in comune che spaziano dal cohousing, alle officine per l’autoproduzione, ai gruppi d’acquisto, ai coworking. Realtà che oggi trovano la loro massima espressione, o quantomeno più ampia risonanza, nell’affermarsi dell’esperienza delle Case di Quartiere. Luoghi nei quali si sperimenta una socialità e una promozione culturale che favoriscono l’inspessimento delle relazioni fra gli abitanti con una forte componente di prossimità territoriale e una volontà di stimolare al protagonismo e alla cittadinanza attiva. I singoli, le associazioni ma anche gruppi informali trovano spazio per incontrarsi, proporre iniziative o partecipare ad attività secondo le proprie sensibilità ed esigenze, fermentando un humus sociale verso la creazione di una comunità locale. La gestione stessa di questi spazi è in parte delegata ai “partecipanti” ed è coordinata da una regia che prova a individuare le esigenze comuni e a metterle insieme. Attorno a questi luoghi si crea una comunità aperta, mutevole, più spesso connessa da relazioni elettive o di vicinanza piuttosto che legata da solidarietà o affidamento reciproco.

 

Lo scorso anno la Fondazione Cascina Roccafranca, insieme ad altre realtà analoghe, si è fatta promotrice, partecipando al bando cheFare2, della realizzazione di una rete fra queste. È stata innanzi tutto un’occasione di autodeterminazione delle esperienze che si sono reciprocamente riconosciute, osservando analogie e differenze. La vittoria ha ulteriormente premiato la disponibilità e lo sforzo di mettersi in rete, dando maggiore risonanza a questi luoghi e al valore aggiunto che una rete urbana di queste pratiche può portare nel complesso sistema sociale urbano.

 

Cascina Roccafranca

 

Ad oggi della rete fanno parte 9 esperienze, distribuite su 8 delle 10 circoscrizioni comunali, per lo più nelle aree di periferia (non per forza spazialmente decentralizzate ma politicamente e socialmente “marginali”). Complessivamente occupano 12700 mq di spazi ad uso socioculturale di cui poco meno della metà sono spazi aperti, raccolgono 250 fra associazioni e gruppi informali e contano oltre 7000 frequentatori abituali (dati relativi all’anno passato). Sono realtà eterogenee fra loro per disponibilità di spazi, forma amministrativa, storia, vocazione iniziale ma accomunate dal medesimo obiettivo di ascoltare e stimolare le esigenze locali favorendo soluzioni comuni. Questo forte legame con il territorio, pur nella loro recentissima storia, le ha differenziate anche per servizi offerti a seconda delle istanze locali. Una complessità e varietà di forme, che spesso sfuggono alle tradizionali categorie entro le quali siamo abituati a descrivere la città: ad esempio non si tratta di reali spazi pubblici ma neppure monopolizzati da una singola associazione, ente o gestore. È proprio questa dimensione intermedia a inserire queste realtà in un sistema urbano di innovazione socio culturale.

 

La Cascina Roccafranca è stata inaugurata nel 2007 a seguito di un’opera di rigenerazione finanziata con Urban2. La Fondazione che ne coordina le attività ha avuto la capacità di raccogliere l’eredità del progetto europeo di rigenerazione urbana: ha riunito le associazioni sorte in quell’occasione e ha stimolato a nuove iniziative socioculturali. La Casa del quartiere di san Salvario ha occupato gli ex bagni pubblici dell’omonimo quartiere. Essa è nata per iniziativa dell’Agenzia per lo Sviluppo Locale, a sua volta lascito di programmi di rigenerazione. La Casa del quartiere oltre alla caffetteria ospita una ciclo-officina, uno spazio coworking, una banca del tempo e ha una forte relazione con le iniziative culturali del quartiere. La Casa nel Parco è stata realizzata per iniziativa comunale ed ospita la sede della Fondazione della Comunità Mirafiori che già sul finire del secolo scorso coordinava fondi e iniziative socio culturali della zona. Oltre a favorire attività ludiche o laboratoriali per la cittadinanza offre oggi spazi per il lavoro e iniziative di musica e teatro e ha promosso abitazioni solidali ed esperienze di coltivazione urbana.
 

Casa del quartiere di San Salvario


Il Cecchi point è un’ampia struttura attiva già dal 2001 come centro educativo e dopo la ristrutturazione propone iniziative che spaziano dalle attività artistico e teatrali a quella educativa e a quella artigianale, con un’officina creativa legata ai temi del riuso e del recupero. +Spazio4 è nata nell’ambito di un progetto coordinato da comune, circoscrizione e compagnia di San Paolo con l’obiettivo di favorire e accompagnare il senso di appartenenza al territorio. Ha poi trovato una sua sede nei locali inutilizzati della circoscrizione ove coordina le attività mettendo in relazione cittadini, commercianti locali e le associazioni del territorio. L’esperienza dei Bagni pubblici di via Aglié è nata con l’esigenza di ri-aprire i servizi igienici per i numerosi senza tetto; tuttavia dall’apertura ad oggi gli obiettivi sono molto cambiati: da semplice servizio di prima necessità la casa di quartiere oggi accoglie attività culturali, mostre ed una sartoria, senza mai perdere la vocazione sanitaria. Oggi sono in corso importanti attività di ristrutturazione per adeguare la struttura a nuove emergenti necessità. Il Barrito è stato inaugurato nel 2011 per rilanciare i bagni pubblici nell’area ospedaliera di Torino ed oggi, oltre a ospitare le docce, è spazio polivalente, area ristoro e ostello con numerose iniziative culinarie, musicali e culturali. Bossoli83 è il tentativo di rinnovamento operato da un’associazione culturale locale che già dal 1987 opera a Torino con una forte vocazione artistica. L’ex scuola, da tempo locale per la musica, oggi propone corsi, seminari e workshop oltre alla possibilità di affittare spazi per le iniziative di cittadini e associazioni. Un’altra nuova entrata nella rete è la Casa delle Vallette, nell’omonimo quartiere: anche in questo caso uno sforzo di cambiamento di un progetto culturale già avviato negli anni 2000; lo spazio che prima era prevalentemente dedicato ad attività teatrali oggi si è modellato per proporre attività culturali, espressive e di aggregazione per tutta la comunità locale.

 

Cecchi point

 

Tenere insieme queste esperienze è la sfida della rete “di casa in casa”. Oltre ad essere un’occasione per raccogliere spunti di rinnovamento per ciascuna casa, ha innescato sinergie e iniziative congiunte. Ad oggi è ancora difficile comprendere quali influenze il network avrà sulla dimensione civica ma è comunque possibile fare alcune considerazioni sul ruolo che le singole hanno nei quartieri in cui si inseriscono. Pur nella differente declinazione che esse assumono nelle differenti porzioni di città esistono dei caratteri comuni di innovazione. Le Case di Quartiere sono di fatto la formalizzazione di un nuovo sistema di dispositivi di welfare che vedono nella condivisione una modalità di produrre rigenerazione urbana ed empowerment locale. Esse raccolgono in qualche modo l’eredità, da un lato delle iniziative culturali pubbliche del tardo novecento, e dall’altro delle attività ricreative promosse nel secolo scorso dalle grandi imprese. L’intreccio delle esperienze, delle comunità, delle attività ha aperto a una prospettiva nuova per il welfare urbano: auto organizzato, basato sulle esigenze reali degli abitanti e sulla loro disponibilità a prendersene carico.

Questa considerazione apre chiaramente ad alcuni interrogativi sul ruolo del “pubblico” inteso congiuntamente come luoghi (piazze, strade…), amministrazione (circoscrizioni, comuni…) e dimensione sociale (l’incontro con chi non si conosce ma che condivide con noi per ideoritmia o prossimità lo spazio).

 

Le Case di Quartiere non sono certo una “alternativa” al Pubblico ma una nuova via, “altra”, di mettere in relazione i singoli cittadini e gli stessi con il territorio; una forma intermedia, come accennato in precedenza, che necessita di una ridefinizione dei ruoli e degli strumenti adottati per conoscere e progettare la città. In questa direzione la capacità di agire sul locale e di avere una prospettiva alla scala più ampia potrebbe giocare un ruolo strategico non solo dal punto di vista sociale. Il forte radicamento nel territorio permette infatti, da un lato di mantenere una memoria storica dei luoghi e una relazione con il tessuto sociale, dall’altro di identificare istanze locali che altrimenti sarebbero difficilmente riconoscibili. Questo aspetto racconta di una città molteplice, varia per esigenze, storie, cittadini ma anche di una disponibilità condivisa a mettersi insieme per rispondere alle necessità comuni.

Di casa in casa

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