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Incontrare un editore

È diventato sempre più raro incontrare un editore. Non il capo di un'azienda editoriale, di quelli ce ne sono molti, ma uno che discuta i libri con i suoi autori, che si preoccupi della qualità dei programmi editoriali e che governi la sua impresa a tutti i livelli, dalle scelte editoriali a quelle economiche. Uno il cui nome si possa quasi sovrapporre a quello della casa editrice. Queste figure stanno scomparendo perché la logica economica che oggi domina le attività editoriali non le tollera più. Troppo imprevedibili nelle loro scelte, non inquadrabili in quella razionalità strumentale che sovrintende alle imprese che competono sul mercato della cultura. Troppo idiosincratiche perché accettino di sottoporre le loro scelte al vaglio argomentativo.

 

Oggi gli organigrammi delle case editrici sono costruiti sulla misurabilità a breve termine delle prestazioni aziendali e chi vi lavora è assoggettato a questa logica quantitativa.

 

C'è chi pensa che questo sia un bene perché così si garantisce la solidità economica dell'impresa e la si mette al riparo da rischi finanziari. E chi pensa invece che questa cura del dato economico distolga l'attenzione dalla vera missione dell'editore: scoprire e valorizzare il nuovo nella cultura, intuirne gli sviluppi futuri, incidere sulle attese del pubblico colto.

 

A Monaco, nel quartiere residenziale di Bogenhausen, appena superato il ponte sull'Isar arrivando da Schwabing, si trova un bell'edificio di tre piani con ampie vetrate, disegnato da un architetto a cui è stato concessa parecchia libertà nell'invenzione degli spazi. E' la sede della casa editrice Hanser, un editore con molta storia -nasce nel 1928- e con un'originaria doppia vocazione: una tecnico-scientifica e una letteraria rivolta ai talenti della narrativa e saggistica contemporanea e ai grandi classici della tradizione tedesca. È quest'ultimo il vero fiore all'occhiello del Carl Hanser Verlag, quello che gli ha dato notorietà internazionale.
Da una trentina d'anni il suo successo è legato a filo doppio alla curiosità, alla fantasia e alla capacità di creare rapporti e legami duraturi con i suoi autori di uno dei pochi editori veri, Michael Krüger, ormai in procinto di uscire di scena.

 

Di lui hanno detto molte cose, che ha un carattere difficile, irascibile, autoritario.
Al di là delle cronache e della loro coazione alla tipizzazione da commedia, Krüger ha avuto il merito di prendersi il tempo necessario per far maturare le sue scoperte letterarie e saggistiche. E ha avuto la fortuna di avere alle spalle una proprietà che lo ha assecondato. Fino alla fine dell'anno scorso quando ha dovuto lasciare la casa editrice per raggiunti limiti di età.

 

Il nostro incontro non ha potuto nascondere l'amarezza di questo congedo a cui l'editore Krüger ha cercato di resistere dilazionandolo il più possibile. Gli scatoloni con i libri, le librerie semispoglie e il tavolo da lavoro che orgogliosamente resiste al forzato trasloco stavano lì a dire di un tempo finito. Ed è proprio sul tema del tempo che si è avviata la nostra conversazione nel suo grande ormai ex-ufficio al terzo piano dell'edificio di Vilshofener Straße 10. Non per un nostalgico esercizio della memoria ma per riflettere sul tempo attuale dell'editoria divisa tra le certezze sempre più esigue del libro stampato e quelle ancora più aleatorie del libro elettronico.

 

E qui è venuta candidamente allo scoperto una caratteristica della persona che non può essere confinata tra le sue bizzarrie ma che assume i tratti simbolici di una Welt von gestern, un mondo di ieri, ormai consegnato alla storia: Michael Krüger non ha mai usato il computer, tutta la sua corrispondenza, sia cartacea sia elettronica è stata affidata da sempre alle capaci mani della sua segretaria che ancora oggi, e Krüger spera che lo faccia anche in futuro, trascrive e trasmette.


L'immagine dell'editore che scrive a mano le sue missive e della segretaria nell'ufficio accanto che le copia su carta intestata appare come un anacronismo che i pochi nostalgici percepiscono come romanticismo e tutti gli altri come un'icona patetica da esporre, con qualche imbarazzo, in un museo delle cose inutili.
Quando ho chiesto a Krüger: "come fa con Internet?" mi ha risposto senza esitazione, quasi sorpreso: "la segretaria". Sempre lei, la mitica signora Zeller, che oltre alla comunicazione si occupa della raccolta delle informazioni. Una figura multitask che seleziona, organizza e diffonde seguendo e spesso intuendo le istruzioni del suo capo-artefice.

 

La normalità con cui l'editore mi racconta questa curiosa divisione del lavoro fa quasi apparire inopportuno il mio stupore e sforzandomi di trattenerlo mi chiedo se il prezzo del carisma è necessariamente la devozione sottomessa dei collaboratori.

 

Non servono lunghi discorsi per capire che il pensionamento di Krüger è il pensionamento di un'idea di editoria che ha dominato il secolo scorso, soprattutto dopo il secondo dopoguerra, ma che è destinata a finire. È l'editoria che si intende come Kunstwerk, come opera d'arte: la costruzione di un grandioso artefatto - il catalogo e le sue collane - attraverso le opere degli altri. Siamo di fronte a una hybris che ha saputo catalizzare energie e talenti e renderli disponibili a un numero vasto di lettori ma il cui tempo sembra oggi finito. La sua premessa implicita è che la genialità produttiva del singolo autore non trova la sua piena realizzazione nell'opera ma in quel prolungamento di se stessa che è la casa editrice. Solo nel catalogo dell'editore l'opera letteraria diviene Werk nel senso che i romantici tedeschi attribuivano a questo termine: una costruzione letteraria che trascende la sua finitezza e contingenza e si apre alla dimensione dell'assoluto. L'editore come divinità laica che assicura all'opera una vita eterna, da cui consegue che la fortuna economica nell'immediato è povera cosa rispetto alla garanzia di una ricezione costante, potenzialmente infinita.

 

Questo protagonismo creativo dell'editore è nato dalla convinzione che una casa editrice sia un'istituzione in grado alla pari o più di altre - la scuola, la critica militante, la politica - di determinare il profilo culturale di una nazione. Una pretesa questa (maieutica, egemonica, aristocratica?) che oggi appare superata e consegnata, come molte altre, alle mitologie del secolo scorso.

 

Ci si è chiesti molte volte cosa abbia determinato questo declino del 'modello autoriale' della casa editrice e la sua sostituzione con quello dell'impresa economica. La risposta più frequente - si pensi a André Schiffrin - è stata la nascita delle concentrazioni editoriali, i grandi gruppi che hanno soffocato la creatività e l'originalità dei loro marchi culturali piegandoli alla logica del profitto.

 

Ho sempre pensato che questa spiegazione dicesse solo una parte di verità e che le attuali imprese editoriali fossero semmai i beneficiari di un cambiamento che non è affatto nascosto ma sotto gli occhi di tutti: a essere in crisi è oggi la verticalità della regia culturale elitaria sostituita progressivamente dall'orizzontalità e dal protagonismo culturale 'dal basso'. Il mezzo che ha reso possibile questa ramificazione, apparentemente incontrollata e incontrollabile, dell'iniziativa culturale, con tutte le potenzialità e i limiti che le sono propri, è stata come è noto la rete.

 

Oggi un editore come Giulio Einaudi o Siegfried Unseld (direttore per quarant'anni della tedesca Suhrkamp) con la loro nobile pretesa maieutica rischierebbero l'autoreferenzialità; i lettori non si fidano più dei chierici, religiosi o laici che siano, ma si fidano di se stessi e delle loro micro comunità di appartenenza.

 

Il discorso non si conclude certo qui, e molto ci sarebbe da dire sul cambiamento della nozione stessa di ricezione e di comunicazione del discorso culturale. E del possibile destino dell'editoria che forse, con buona pace di molti, è di ritornare al ruolo che ha avuto per secoli: stampare libri (in futuro confezionare ebook) e di metterli sul mercato.

 

La conversazione con Krüger non è nemmeno approdata a questa prima incerta conclusione. Partita dalle sorti attuali dell'editoria, ha poi virato rapidamente sugli autori del catalogo Hanser, su Sebald in particolare, di cui l'editore fu intimo amico. E qui, sul crinale tra aneddotica biografica e intelligenza critica, è apparso in tutta evidenza lo spessore culturale del mio interlocutore, la sua capacità di leggere negli eventi della vita del suo autore i segni della sua vocazione letteraria.
Gli interessava in fondo parlare di scrittura e di scrittori, il suo mestiere di editore, d'ora in avanti, lo faranno altri.

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