Innovazione o rivoluzione culturale?

Un anno fa, collaborando a un'inchiesta sui Bandi per la Cultura, concludevo che l'innovazione sociale nella Cultura è una storia ancora da scrivere. Dopo qualche tempo mi trovo ancora a sostenere questa posizione.
Sono almeno nove anni che sento dire che la Cultura è un driver economico e di innovazione.
Nel 2005 mi sono iscritta a uno dei primi master di specializzazione che combinava due parole allora confliggenti: arte e management. Sono cresciuta fra altri spunti, con la letteratura di Richard Florida e l'ascesa della classe creativa, che aveva trasformato i connotati di città ex industriali americane per rivitalizzarle completamente. Già da allora si parlava di partner e non sponsor. Già allora professori e manager illuminati tuonavano che bisognava interrompere la logica del bancomat e del big-logo, per dare spazio all'integrazione e co-progettualità con gli sponsor.


Nel tempo sono fioriti cataloghi didattici come funghi e programmi di master su tutto il territorio, con pacchetti di modelli manageriali e di marketing applicati al Patrimonio, ai beni intangibili.

Ho visto così tanti power point con il cromato museo di Frank Gehry a Bilbao portato a modello indiscusso della formula dell'eterna rivitalizzazione e riposizionamento di una città, che volutamente non ci sono mai andata. Quest'anno Fondation Louis Vuitton ha inaugurato un complesso a firma del medesimo archistar per valorizzare il suo impegno culturale.

 

Poi ho seguito tutta la letteratura dei distretti culturali evoluti e le integrazioni delle filiere della creatività.

Vogliamo smettere di esordire ai convegni dicendo che il settore culturale e creativo incide per punti di PIL che vanno dal 5,4 al 6%? Il Libro Bianco della Creatività, curato da Walter Santagata nel 2009, dava una chiara e autorevole fotografia del comparto in Italia, ma questa evidenza è pressoché andata in fanteria senza essere degnamente discussa nei tavoli strategici, integrata nelle finanziarie, patti di stabilità, jobs act...

Conclusa la fase della formazione per crediti ma a debito d'onore, ho cominciato a lavorare e, sebbene si rimanga sempre precari e eternamente junior, a operare nel settore. Con gli anni ho maturato un certo numero di esperienze, pratiche, situazioni, progetti, fallimenti, utopie, letterature. Cosa c'è che non torna?

 

Questa è stata una stagione intera che ha dato luogo a numerosi appuntamenti per tutta la Penisola. Una migranza di comunità. Un movimento. E quasi fa tremore definirlo così. Perché i movimenti in Italia mi evocano la città di Genova, dove sopra una fioritura di politiche pubbliche dal basso che largamente hanno parlato con i settori economici e culturali e sollecitato mobilità aggregativa e sociale, è piombata la Politica di Stato che ha marcato simbolicamente una linea di non ritorno per un periodo troppo lungo, lunghissimo, sul quale è caduto fango copioso, che ancora attualmente stilla. Metaforicamente e concretamente.

Ma cosa c'entra il settore culturale con la politica pubblica? Credo non si possano escludere. Sin dai tempi di Socrate, Platone, Aristotele, la Cultura con la C maiuscola, la produzione di pensiero intangibile, costituisce il cardine della res pubblica. L'agorà, ovvero la comunità, spontaneamente, gratuitamente ne beneficia. La Cultura ha un peso e una responsabilità che va ben oltre la mera pratica.

 

Fabrizio Dusi, Talking headsFabrizio Dusi, Talking heads

 

Oggi quei puntini iniziano ad unirsi e formare un disegno preciso: il sole su un terreno di collina autunnale. Con un approccio tipico del capitalismo personale, una moltitudine di individui esprime l'urgenza di oltrepassare lo specchio”, scrive Maurizio Busacca sul suo blog Racconti dall'innovazione sociale. Ma questa posizione è valida per tutti?

In questi incontri siamo ben lontani dalla consapevolezza di questo ruolo. O almeno, mi è parso evidente che operiamo a velocità differenti: c'è chi non è ancora stato deluso e pretende la sua sostenibilità nel settore, riaffermando il proprio ruolo pubblico, ma in un contesto dove non esiste politica culturale, figuriamoci cosa sia la politica pubblica. E c'è chi invece opera e ha acquisito pratiche e modelli, ha vissuto almeno due cicli di disincanto e fallimento, ma salta su molti fronti per condurre progetti e sperimenta qualsiasi modalità, senza timore di perdersi nel mercato.

 

Emerge così un tema forte, già percorso da diversi opinionisti più autorevoli, ma mi piace citarne uno in particolare, Adam Arvidsson: “L'aver sviluppato la consapevolezza di possedere un potenziale progressivo rende la classe cognitiva un soggetto anche conflittuale. L'attitudine dei social innovators, dei co-workers e degli startuppers è piuttosto pacifica e suggerisce l'idea che si possa costruire un mondo alternativo senza sfidare apertamente il potere costituito. Tuttavia, presto sarà chiaro che il cambiamento, come sempre, richiede dei conflitti. La prima battaglia di questa lotta di classe si articolerà intorno all'accesso ai capitali: l'innovazione sociale e la sharing economy hanno bisogno di risorse per concretizzarsi e occorrono capitali da investire, un'infrastruttura funzionante, una rete di sicurezza per gli imprenditori che vi operano”.

Impegno civile o impresa che agisce nel mercato? Percepisco ancora posizioni contrastanti negli operatori su questo fronte.

 

Ebbene, il cambiamento, l'innovazione sono percorsi dolorosi, che implicano conflitti, scontri, avvicendamenti generazionali, sociali, politici. Si scrivono nuovi parametri, si impongono nuovi paradigmi. Bisogna essere preparati, avere gli strumenti necessari.

Torniamo a una definizione di innovazione sociale priva di retorica: “Per farlo capovolgiamo le due caratteristiche che abbiamo definito strutturali. L'a-storicità diventa storicità e come tale recupera la possibilità di un orizzonte di senso che può trascendere il paradigma del capitalismo liberale. Così facendo restituiamo agli innovatori sociali la possibilità di costruire un mondo diverso, regolato da norme e comportamenti differenti, di ritornare ad avere il potere di rinnovare radicalmente il loro ambiente sociale, di essere sovversivi. L'acriticità diventa la critica e restituisce il diritto/dovere di assumere una tensione, un obbiettivo di parte, che come tale può essere letto dagli altri come giusto o come sbagliato. In questo modo restituiamo agli innovatori sociali la possibilità di scegliere in quale modo provare a costruire, di usare la creatività per progettare nuove regole sociali”.

 

Siamo pronti per assumere questo peso? Non si tratta di guastare la festa. La mia posizione non è solo scettica rispetto a questo periodo di incontri e riflessioni. Si percepiscono la volontà e l'urgenza degli operatori culturali di confrontarsi. Gli approfondimenti delle tematiche sono seguite e danno energia. Ma non basta. Ci sono dei fondamentali passi da fare, determinati rischi da accettare.

 

Michele Dantini nel numero 22 di Artribune si pone una domanda che è centrale nella questione: “la teoria manageriale può aiutarci a comprendere la componente strategica che sta dietro al processo artistico?”. La sua risposta è altrettanto stimolante: “a mio parere sì: con cautela. [...] Le attitudini imprenditoriali e la capacità di orientamento competitivo sono da tempo requisiti importanti per un artista, tanto da potersi affiancare alle muse più tradizionali. La carriera artistica riesce o fallisce in contesti di mercato, e possiamo considerare l'arte un ambito precoce ed elettivo dell'economia capitalista”.

C'è per l'appunto un contesto, una cornice dentro la quale si opera, che è il mercato. Che piaccia o non piaccia. Ripetiamo da anni che il settore culturale produce economia: ebbene, perché non trarre vantaggio con intelligenza nello sperimentare nuove formule? Si tenga conto che altre Istituzioni, altri Enti si muovono, lentamente, e provocano cambiamento.

 

Fabrizio Dusi, Talking headsFabrizio Dusi, Talking heads

 

Ogni giorno osservo dall'alto un fazzoletto di terra nel cuore di Milano, che sta mettendo in relazione quartieri molto diversi e caratterizzati, spostando il centro della città, e creando un percorso pedonale da Piazza Duomo a Repubblica: si tratta dell'area di Porta Nuova. Ebbene, sapete quante realtà culturali provvidamente si affacceranno su quella terra promessa (un parco cittadino ancora di là da venire. Per ora un deserto dei tartari)? La Stecca, Fondazione Catella, prossimamente l'UniCredit Pavilion (in costruzione su progetto di Michele De Lucchi), e poi il Centro Civico di Milano, del quale è stata appena aggiudicata la gara allo studio di giovani architetti Chilometro 429, e, entro aprile, la Casa della Memoria...

Insomma, un'area di qualche ettaro dove si affacciano diverse realtà, tutte votate alla produzione culturale, ma con background estremamente differenti.

 

È un'enorme potenzialità, se pensiamo ai quartieri ad alta intensità culturale presenti in altri Paesi, per esempio Vienna con il Museum Quartier. Ma se non vogliamo che ciascuno tiri un lembo della coperta a suo favore, ma che generi davvero valore per tutti e amplifichi la presenza del pubblico senza lottizzarlo, è necessario l'ascolto. Irene Sanesi ha ben messo in luce questo aspetto che va affrontato con umiltà. In assenza di risorse finanziarie, ciò che la cultura può mettere in campo è la sua forza relazionale, il suo capitale di connessioni, verso un approccio “creating share value”. Le imprese culturali possono, come aggiunge Sanesi – sempre in Artribune n.22: “mettersi al timone di un trend che aiuterebbe prima di tutto loro stesse. In fondo 'creatività' come sosteneva il matematico Poincaré 'è unire elementi esistenti con connessioni nuove che siano utili'”.

La stessa immagine del contributo di Busacca… puntini che si uniscono.

 

Tornando ai Bandi inter-istituzionali, analizzati circa un anno fa, promossi per lanciare le imprese culturali, abbiamo verificato che non sono gli operatori ad averli lanciati, ma chi ha le disponibilità economiche e i metodi di lavoro. E può dettare le regole del mercato.

I bandi stanno catalizzando molte energie: numerose imprese culturali vi partecipano, non solo per opportunità di finanziamento, ma anche per la formazione che gli enti proponenti offrono durante il percorso di incubazione. C'è bisogno di alfabetizzarsi con alcuni linguaggi e modelli, inutile negarlo. Ma attenzione: “Io non vorrei che gli operatori culturali cambiassero solo porta a cui bussare. Credo che la cultura sia per le imprese una risorsa, come le risorse umane, le risorse naturali, il capitale. Credo che le imprese debbano scoprire il ruolo della cultura come investimento, non necessariamente con un suo Net Present Value, ma con ricadute sul modo di lavorare di fare coesione interna, di sviluppo di capacità per dipendenti e collaboratori, di dialogo con gli attori locali e con clienti e committenti”. Così sottolinea Matteo Bartolomeo intervistato da Simona Politini, sul futuro dell' ex Ansaldo.

 

Dopo qualche anno di iniziative fra bandi e apertura di piattaforme di crowdfunding, cominciamo a intravedere una fotografia di una scena economica e sociologica inedita, ma davvero allo stadio infantile, con tutte le sue conseguenze.

Una scena che rimane, nonostante il fermento, ai margini dei grandi capitali. E sempre più penalizzata dalla contrazione generale che limita le sponsorizzazioni, quanto le azioni delle istituzioni filantropiche, non per ultima la tassazione alle Fondazioni di origine bancaria.

 

Fabrizio Dusi, SiNoFabrizio Dusi, SiNo

 

Nell'articolo “Di teoria e di pratica” Chiara Galloni cita Bolaño: “Non ho molto tempo”. E non ce n’è davvero.

Gli operatori culturali non possono più permettersi di sostare sulle definizioni di settore, sulla critica alle istituzioni, sul lamento delle difficoltà (che nessuno nega, fra l'altro!). Con l'abdicazione della funzione pubblica dello Stato causata dalla crisi, si sono scoperchiate pentole. Non si sarebbero forse esposti così tanto altri attori, ma menomale che sono arrivati: fondazioni di origine bancaria, fondazioni di impresa, associazioni di settore, cooperative, tutti ingaggiati in sperimentazioni di varia natura, aperti, permeabili sebbene cauti, ma attivi. Ma non ci sono solo intenti filantropici. Le istituzioni vedono lontano, annusano i fattori di cambiamento, intercettano le buone pratiche e le valorizzano per generare cambiamento nelle loro stesse strutture.

 

In qualche modo competono con gli operatori, soprattutto non sprecano risorse ed erogano anche formazione. L'innovazione non può agire a compartimenti stagni, ma in un ecosistema di inter-dipendenze economiche e sociali. Lavoriamo allora all'analisi del contesto che deve essere ben presente negli operatori! Altrimenti si rischia l'isolamento, e l'autoreferenzialità. È necessario fare la differenza, governando il contenuto, gli obbiettivi del cambiamento, per trascinare altri strati istituzionali e non farsi sorpassare.

Temo la retorica dei circoli “degli alcolisti anonimi”, dove si eccede nell'autobiografismo, senza chiamare le cose con il loro nome.

Nominiamole, invece, le parole: lavoro, conflitto, cambiamento, innovazione, modello, sostenibilità, contaminazione, credito, investimento, rischio d'impresa, conto economico, risultato, rendicontazione, break even point, ansia, precarietà, sbarramenti, deregolamentazione, economia, arti, politica, lotta. È tutto molto intrecciato.

 

Non possiamo permetterci di perdere la nostra autorevolezza. Ma per farlo dobbiamo imparare a stare dentro, a immergerci, a contaminarci. Non basta parlare fra noi. È necessario uscire e occupare altri spazi, altre arene, altri dibattiti, altri media. “Non si tratta di ridurre l'attività artistica a un'attività economica, ma di imparare a riconoscere analogie tra ambiti molto spesso diversi” ci ricorda Dantini.
Non lasciamo che certi professionisti dei palchi, sempre troppo bravi e barocchi nel tratteggiare il proprio cesellato pensiero, rappresentino questo movimento. Dov'erano loro quando le decisioni di sistema sono state prese sulla sorte delle agenzie di produzione di pensiero (scuole, università, case editrici)? Quando si sono introdotte scuole di fascia A e B, quando gli ordinamenti sono stati scomposti in moduli a crediti e sono fiorite più scienze di quante i filosofi ne abbiano mai classificate? Ammenda per tutti.

 

Arrivati a questo punto, quali sono le proposte? Basta parlare solo fra noi. Ciascuno percorra i propri argomenti con attenzione, professionalità e puntigliosità, rilanciando la palla ad altri, costruendo l'azione e gli assist, in un gioco di squadra, dilagando in altri spazi mediatici, anche main stream. Apocalittici il giusto, integrati il necessario. E a seguire lavoriamo.

Definiamo i perimetri del nostro operare e presidiamoli con maturità. Interagiamo con altri corpi e sistemi e difendiamo la nostra letteratura. E soprattutto creiamo domanda, ascoltiamo i fruitori, ma spingiamo in là. Torniamo ad alzare l'asticella della qualità e della varietà dei contenuti, dopo decenni di appiattimento. L'esempio di Paesi dove non si producono contenuti intellettuali, sapere, educazione, cultura sono sotto i nostri occhi: evitiamoci questo futuro. Adattabilità, dinamismo, empatia, rete, comunità: sono tutte caratteristiche di forza in questo settore. Non può fare paura l'impresa con le sue infrastrutture, con i suoi strumenti: solo noi possiamo adattarli e non subirli. Davanti a noi infatti ci sono sbarramenti molto più importanti e critici come quelli generazionali, politici, economici. La partita non è sempre in mano agli avversari. Ce l'abbiamo in casa, in prima istanza.

 

Per sopravvivere alle stagioni un movimento ha bisogno di tradursi in un'identità e poi in una forma, per essere riconosciuto, imitato e temuto.

Il nichilista è un pavido, paralizzato dal timore delle conseguenze delle sue azioni, incapace di mettere in discussione il pensiero comune di cui è insospettabilmente dipendente; per ciò non agisce. Chi lo fa invece è in grado di sperare, di voler altro e di darsi da fare per la sua realizzazione, oltre la previsione ragionata, la proiezione razionale, il discorso dominante. Il conflitto, la lotta, l'emancipazione le devono molto, se è vero che incontrano nella medesima costellazione, in un moto irrequieto e sorridente, fatto di utopia, immaginazione e desiderio”.

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