Innovazione sociale e capitalismo relazionale

Torniamo indietro con le lancette del tempo. Cerchiamo l’innovazione sociale, quella vera realizzata sul campo. Come trovarla? Cercando testi e articoli che ne parlano chiaramente nel senso in cui la intendiamo noi oggi: “nuovi modi per rispondere a bisogni sociali emergenti o nuovi”. Anche fermandoci al 1800, scopriremo abbastanza velocemente che l’innovazione sociale si presenta come un fenomeno ciclico, come un susseguirsi di periodi ad elevata concentrazione (i picchi) e periodo in cui le innovazioni sociali sono più rare.

 

Il primo ciclo ha il suo culmine a metà dell’800 – prima rivoluzione industriale. Il secondo a inizio ’900 – seconda rivoluzione industriale. Il terzo tra il 1930 e il 1940 – capitalismo finanziario. Il quarto negli ultimi 10 anni del ’900 – capitalismo cognitivo. In quest’ottica l’innovazione sociale diviene un fenomeno mediante il quale gli individui reagiscono alle pressioni di un ambiente sociale in mutazione interagendo con esso e alimentando ulteriori cambiamenti.


Se tanto mi da tanto, l’attuale ondata di innovazioni sociali ci segnalano una nuova fase del capitalismo. Non ci dice quale fase, ma ci indica che è in corso una nuova pressione verso il cambiamento. Trovare le traiettorie di questo cambiamento non è impresa impossibile: collaborazione, relazione, interazione sono vocaboli che trovano uno spazio sempre maggiore nel discorso pubblico condensate in una keyword ormai affermata, sharing economy! E questo ha una logica: nella fase cognitiva del capitalismo la produzione di valore è strettamente connessa alla capacità di produrre conoscenza.

 

Il “bene” conoscenza, però, è di un tipo assolutamente inconsueto. Invece di consumarsi, cresce con l’uso e lo scambio che a loro volta coesistono nei processi collaborativi. Nel capitalismo contemporaneo, quindi, la produzione di conoscenza trae giovamento dai processi di condivisione e collaborazione conducendoci in una nuova fase che potremmo definire del capitalismo relazionale. I coworking, i fablab e gli incubatori, per la loro essenza di spazi collaborativi, diventano i luoghi di produzione del nuovo capitalismo.


Poiche esiste solo in presenza di una relazione ed è favorito da luoghi che la favoriscono, il capitalismo relazionale è, per sua stessa natura, sociale, genera cioè impatti continui nel contesto sociale, stimolando continue innovazioni che a loro volta favoriscono nuove relazioni e così via, in un circuito incrementale sempre più spinto.


Innovazione sociale e capitalismo relazionale, quindi, si sostengono a vicenda all’interno di una spirale sempre più accelerata che genera nuove fattispecie. La numerosità di queste fattispecie funzionali origina una casistica di nuove fattispecie, che potremmo definire devianti perchè non in linea con gli standard produttivi del capitalismo: nelle comunità open (nelle quali l’appropriazione della produzione non è alla base del valore), nelle reti di economia solidale (nelle quali il valore d’uso prevale sul valore di scambio), nelle imprese sociali (nelle quali gli impatti prevalgono sul valore). Dato che ognuna di queste devianze presenta delle caratteristiche favorevoli alla relazione e alla collaborazione, processi ricercati e sostenuti dal sistema economico, trova spazi di agibilità sempre maggiori nel sistema economico, fino a diventare competitiva con i sistemi tradizionali di produzione.

 

Oggi siamo pressapoco a questo punto della storia e si aprono almeno due scenari probabili:
1. La ricomposizione dei fenomeni standard e di quelli devianti mediante processi di integrazione (i social impact investment mi pare vadano in questa direzione);
2. La vittoria di un modello di produzione, scambio e consumo sull’altro a seguito di competezione (la conflittualità tra modelli va quindi intesa in chiave generativa).
Il rischio integrazione è chiaro, cioè la sussunzione di potenziali nuovi modelli sociali all’interno di paradigmi già visti. Il rischio conflittualità è invece incardinato nei tempi lunghi che potrebbero volerci per generare la prossima selezione. Non c’è scelta, il rischio è obbligato. Dobbiamo però scegliere quali dei due ci va di correre!

 

Questo articolo è stato precedentemente pubblicato su Racconti dall'innovazione sociale.

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