Oltre la retorica della Social Innovation

Dal 2009 il tema della social innovation è entrato prepotentemente e con grande enfasi nel discorso e nelle politiche pubbliche del mondo occidentale. Supportati da una riflessione teorica che ha coinvolto università, think thank, fondazioni e network, i governi di Stati Uniti, Inghilterra, Nuova Zelanda, Canada e Europa hanno avviato politiche di sostegno e incentivazione di iniziative di innovazione sociale. Tutto il discorso contemporaneo, seguendo il filone della scuola britannica, tratta la social innovation in modo astorico (è del tutto incentrata sul presente) e acritico (è a priori positiva nei suoi effetti).

 

 

Questi atteggiamenti, che trascurano fortemente i contributi dell’800 e '900, si traducono in un’idea liberal-progressista di società che si auto-trasforma senza bisogno né di mediazioni, né di visioni di cambiamento e che trova nuove strategie per mediare in senso sociale i comportamenti più predatori e voraci del capitalismo liberale. Questa impostazione può essere rilevante solo se viene immessa al suo interno un’idea di trasgressione, di conflitto, di tensione tra società costituita e società costituente. In questo modo la social innovation perde la sua mono-funzione regolatrice (nella relazione tra sistemi di produzione-scambio e organizzazione sociale) e può diventare un driver di trasformazione, potenzialmente radicale, del sistema sociale stesso.

 

Una fragile ascesa

 

“Social innovation refers to new ideas that work in meeting social goals”

(Mulgan, Tucker, Ali, Sanders, 2007).

 

E’ questa la definizione che negli ultimi anni ha superato confini territoriali, politici e disciplinari, fino a rendere la social innovation candidata di punta tra gli assi portanti per le strategie di crescita e di uscita dalla crisi economica in cui viviamo. Una definizione bellissima nella sua semplicità, ma altrettanto debole nella sua vaghezza. L’ambiguità stessa nell’uso della parola “social”, in una continua oscillazione tra la sua componente tecno-relazionale e un’altra che guarda all’essere umano in relazione alla sua comunità, pone dei seri problemi di analisi. Siamo di fronte ad una definizione nella quale possono rientrare centinaia di esperienze, alcune delle quali capaci di rompere gli schemi e le tradizioni per produrre invenzioni e altre portatrici di tratti deboli di innovazione di prodotto o processo.

 

Una definizione nella quale gli stessi autori riscontrano le debolezze tipiche di un tema scarsamente studiato (Mulgan, 2006). Nonostante il crescente interesse da parte della politica, delle fondazioni, degli istituti di ricerca e delle università di tutto il mondo, non esiste una definizione condivisa e sono state prodotte poche reviews sistematiche delle definizioni in uso (Caulier-Grice, Davis, Patrick, Norman, 2012). Infine, il concetto di social innovation appare raramente un termine chiaro e specifico ed è spesso usato “come una sorta di metafora nell’ambito dei mutamenti sociali e tecnologici” (Howaldt, Schwarz, 2010).

 

La forza fragile del concetto di social innovation

 

Tale fragilità non è tanto legata al fenomeno in sé quanto piuttosto alla riflessione teorica che lo interessa, per almeno tre ordini di ragioni.

 

Innanzitutto, perché l’attitudine a generare innovazione sociale ha evidentemente trasceso la nostra capacità di definirla e misurarla. Si producevano innovazioni sociali molto prima di sentire il bisogno di concettualizzarle. Negli ultimi duecento anni le esperienze di innovazione sociale sono state moltissime e sono partite dalle periferie fino a diventare mainstream. La nascita dei sindacati e delle cooperative, la creazione di sistemi previdenziali a contrasto delle malattie e della povertà, la diffusione degli asili nido e delle scuole materne ed altre centinaia di esempi “hanno profondamente modificato il modo di rispondere ai bisogni sociali” (Mulgan, Tucker, Ali, Sanders, 2007).

 

In secondo luogo perché l’attenzione al tema da parte di importanti istituzioni - pubbliche e private - di ricerca e intervento ne comprova la rilevanza. L’evidente incapacità di rispondere a bisogni sociali emergenti ci spinge nella ricerca di nuove soluzioni. Se le esperienze del ZSI Zentrum für Soziale Innovation (Vienna) del 1990 o del CRISES Centre de recherche sur les innovations sociales (centro interuniversitario canadese) del 1986 possono essere considerate casi eccezionali, “la crescente importanza della social innovation si è riflessa con sempre maggiore forza nella nascita di nuovi centri dedicati alla promozione dell’innovazione sociale: Stanford University negli USA (2000), Toronto (2004), Londra (2005), Olanda (2006), Australia (2008)” (Howaldt, Schwarz, 2010).

 

In terzo luogo per la crescente attenzione prestata alle pratiche di promozione dell’innovazione sociale dalle più importanti istituzioni politiche mondiali. Il modello di sviluppo fino a qui adottato, carico della sua cieca fiducia nel progresso tecnico e nella globalizzazione, ha mostrato crepe evidenti nella capacità di rispondere ai bisogni sociali, amplificate da una crisi finanziaria ed economica che ha reso la creatività e l’innovazione in generale - e la social innovation in particolare - sempre più importanti nel perseguire uno sviluppo sostenibile, garantire occupazione e favorire la competizione. Al di fuori dell’Europa l’innovazione sociale ha avuto una forte legittimazione nelle politiche pubbliche in campo economico e sociale. “L’attenzione che l’Amministrazione Obama ha garantito al tema della social innovation fin dal suo primo insediamento e l’immediata creazione dell’Office of Social innovation and Civic Partecipation (2009) ha accelerato la diffusione del concetto e delle politiche pubbliche per favorirlo in Inghilterra, Europa, Scandinavia, Asia, Australia e Nuova Zelanda, così come nella maggior parte del mondo sviluppato” (Goldenberg, Kamoji, Orton, Williamson, 2009).

 

Concordando con Pol e Ville (Pol, Ville, 2009), queste tre ragioni sono sufficienti per rispondere a quanti avrebbero voluto abbandonare il concetto di social innovation tout-court, sostenendo che “aggiungerebbe poco o nulla al tema dell’innovazione in generale e che sarebbe un’idea troppo vaga per essere efficace”. Inoltre, nella sua capacità di diffondersi rapidamente, la nozione di social innovation ha un chiaro potere evocativo: riesce a immergerci nel campo dei bisogni sociali e delle strategie per farvi fronte. Infatti:

 

- propone interventi e strumenti per rispondere alle necessità percepite come indispensabili per la sopravvivenza: salute, educazione, risorse etc.

 

- afferma l’esistenza di una sfera sociale in continua tensione con quella economica e quella tecnologica. Lo fa con semplicità e immediatezza e in questo modo centra l’obiettivo di riportare l’uomo, la donna e i loro gruppi sociali all’interno del discorso sullo sviluppo (la libertà economica e il progresso tecnico devono confrontarsi con i bisogni sociali dell’umanità);

 

- presta attenzione a quelle questioni che le istituzioni e le politiche esistenti hanno trovato impossibili da decifrare ed affrontare, come ad esempio il cambiamento climatico, le epidemie mondiali, le malattie croniche e le disuguaglianze crescenti;

 

- opera laddove gli strumenti classici della politica di governo da un lato e le soluzioni di mercato dall’altro si sono rivelati inadeguati e in quegli ambiti in cui i fallimenti del mercato sono stati pagati dagli Stati e dalla società civile.

 

Come accaduto per molte trasformazioni tecnologiche e sociali, oggi “vi è un’evidente distanza tra le strutture e le istituzioni esistenti e ciò di cui abbiamo bisogno ora per affrontare questi cambiamenti” (Murray, Caulier-Grice, Mulgan, 2010); la social innovation si candida a ridurre proprio la distanza. Anche se non ha problemi ad affermarsi come concetto mainstream delle politiche di sviluppo, la fragilità teorica del concetto di social innovation ha delle evidenti ripercussioni sulla dimensione delle esperienze, della ricerca e delle istituzioni.

 

Sul piano delle esperienze, non permette di delineare una chiara distinzione tra quali fenomeni siano inquadrabili come social innovation e quali non lo siano o lo siano solo in parte. Sul piano della ricerca espone al rischio di rimbalzare disordinatamente da un’affannata ricerca concettuale ad una ricerca di esperienze e di singoli fenomeni da catalogare. Sul piano delle istituzioni, favoriamo un loro progressivo ritiro dalla sfera dei bisogni sociali senza aver prima capito che cosa ci aspetta e dimenticando come esse dovrebbero prima “infrastrutturare”una società in grado di produrre innovazione sociale.

 

Il testo presentato è un estratto del saggio pubblicato sulla rivista digitale Impresa Sociale e si può leggere in forma estesa qui.

Illustrazione di Emiliano Ponzi

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06 Dicembre 2013